lowith


 

Cristian Fuschetto Ciro Di Giambattista

 

"La misura critica dell'esperimento di Nietzsche" in

"Nietzsche e l'eterno ritorno " di Karl Lowith

 

 

"Mi manca una concezione salda e universale della vita […] le parole religione e cattolicesimo da una parte, progresso, fratellanza e democrazia dall’altra non corrispondono più alle esigenze spirituali del presente. […] Oggi io non vedo alcuna possibilità di trovare un nuovo principio, né di rispettare i vecchi principi. Cerco dunque questa idea, da cui dipende tutto il resto, senza poterla trovare."

La confessione di Flaubert (in una lettera inviata all’amico George Sand nel 1848) è una testimonianza della generale crisi della cultura europea del XIX sec. espressa da uno dei suoi rappresentanti più illustri. Flaubert inconsapevolmente esprime quello che Nietzsche concepirà come nichilismo, ossia la specifica situazione per cui l’uomo moderno, smarrite le fondamenta metafisiche su cui fino ad allora poggiava le sue necessarie condizioni di conservazione e di crescita, rimane sgomento di fronte al nulla.

Con la fine di una costituzione assoluta delle cose, di un fine, di un perché, di una "cosa in sé": con la morte di Dio si cade in un nichilismo estremo. Esso ripone il valore delle cose proprio nel fatto che a tale valore non corrisponda ne abbia mai corrisposto nessuna realtà, ma solo un sintomo di forza da parte di chi pone il valore, una semplificazione ai fini della vita.

La morte di Dio è per l’uomo la precondizione necessaria del superamento di sé e quindi della possibilità del sovra-uomo. Questa figura indica l’uomo capace di accettare con gioia la vita com’ è e di seguire volontariamente la via che gli uomini del gregge hanno seguito ciecamente.

Lowith sottolinea l’ eccessiva presenza nei discorsi di Zarathustra di superlativi e di sovra-termini, che rimandano tutti al concetto base di superamento. Essi vogliono caratterizzare il radicalismo nietzschiano come estremismo. Di qui la prima critica mossa da Lowith a Nietzsche: l’estremismo nietzschiano non è radicale bensì sradicato. Solo lo sradicamento consente a Nietzsche di collegare l’estremo del nichilismo con il suo inverso, ossia l’eterno ritorno dell’identico.

La dottrina dell’eterno ritorno dell’identico si pone in antitesi con la tradizione giudaico-cristiana che attribuisce al tempo una direzione lineare ed una struttura articolata in passato, presente e futuro; ma si tratta in realtà solo di false prospettive interne al gioco di forze del circolo disegnato dall’eterno ritorno.

Infatti la volontà dell’eterno ritorno disegna un andamento circolare che è tuttavia duplice per il fatto che "converte il proprio progresso verso il nulla in un regresso verso l’essere che eternamente ritorna."

Nietzsche ripropone quindi, secondo Lowith, la visione antica del mondo nel momento di più intensa crisi della sua visione moderna. Il circolo al posto della linea. Ma tale riproposizione si rivela un fallimento poiché con l’idea dell’eterno ritorno ha manifestato un’insopprimibile volontà di futuro spezzando così in due la sua dottrina "giacché la volontà di eternizzare l’esistenza del moderno ego, gettata nell’esistenza, non si accorda con l’eterna circolarità del mondo naturale". Alla base di questa contraddizione vi è quella più profonda del rapporto uomo-mondo, rimasta irrisolta.

Ora secondo Nietzsche la peculiarità dell’uomo non consiste nell’essere Altro dal mondo, ma nel fatto che l’uomo ha una particolare coscienza di sé e del mondo. Questa coscienza però non rappresenta un nuovo essere ma fa parte dell’essere di cui diviene cosciente.

L’ eterno ritorno è eterno ritorno dell’identico, cioè della vita, che in ogni vivente è sempre dello stesso tipo e ha sempre la medesima potenza. Quanto minore è in Nietzsche l’attenzione posta, da un punto di vista ontologico, alla differenza tra essere e essente, tanto più è importante è la riflessione sul carattere globale della vita, ovvero sulla differenza all’interno di ogni essere vivente circa l’ascesa e il declino, la forza e la debolezza, la pienezza o povertà di vita .

Nietzsche definisce la distinzione, secondo forza e debolezza, della vita che nella sua totalità è una e ugualmente potente, come la propria distinzione più importante, a partire dalla quale può essere compresa quella -più ampia- tra essere e divenire.

Se però la distinzione principale va fatta all’interno della vita che cresce e decresce, si potenzia e si indebolisce, allora la fede e la miscredenza non sono dei comportamenti in se stessi fondati ma sintomi di qualcosa di più originario. Essi sono da interpretare come crescita o declino della forza vitale. E quindi se il nichilismo, in sostanza, non è semplicemente la conseguenza della morte di Dio, ma sintomo di una décadence fisiologica, anche l’autosuperamento del nichilismo in direzione dell’eterno ritorno può derivare semplicemente da una rigenerazione della vita nell’uomo, che riscatta la condizione nichilistica. Ma questa corrispondenza tra l’esistenza dell’uomo e l’essere del mondo, tra la finitezza del primo e l’eternità del secondo, produce un contrasto problematico nel volere l’eterno ritorno. Questo contrasto si esprime nel fatto che se da un lato Nietzsche ritiene che l’uomo dia senso alla natura, se rappresenta perfettamente l’umanità, dall’altro continua a considerare l’uomo, nella totalità dell’essente, come incidente, caso, fatalità.

Concludendo, la contraddizione di fondo sta nel fatto che mentre l’uomo individua ab aeterno la necessità fatalistica di tutta l’esistenza e il suo eterno ritorno, allo stesso tempo ne è una fatalità condizionata. Questo, come sottolinea Lowith, tradotto in termini morali significa che l’uomo è responsabile di tutto l’esistere, ma nel contempo non c’è esistenza che possa essere responsabile del suo esser così.