Se il divenire è.
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1.Cosa significa essere, esistere?
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Cosa significa essere, esistere? (Ritorna)
Guardando il mondo intorno a me direi proprio che questo esistere è come un emergere dal nulla. Prima non ero, non esistevo, ero nulla. Ora sono, esisto, sto emergendo dal nulla. Poi vi ritorno, scompaio, non esisto più, sono nuovamente nulla. Esistere è quindi un’occasione, una porzione di tempo rubata al nulla, una libera uscita dal niente. Ma è proprio così? Mio padre non era, poi nacque, visse, mi amò, ed infine morì. Ora non esiste più. Vediamo un po’, analizziamo i termini del problema, io dico: mio padre non era, mio padre nacque, mio padre morì. Ma cosa intendo con "mio padre"? Una realtà che, una volta nata, uscita dal nulla, resiste inalterata fino alla morte? Così come appare un sasso che lanciato da una fionda verso l’alto resta se stesso fino alla sua ricaduta sulla terra? O non è forse che "mio padre" è invece una realtà diveniente, una realtà vivente che è impossibile distinguere tra soggetto che vive ed il suo vivere stesso. Perché soggetto e vita sono un tutt’uno. Anzi, si potrebbe azzardare che, in effetti, non esiste mai un soggetto che vive ma ne esiste in verità solo la vita. La vita è quindi divenire, non nel senso di un qualcosa che scorre nel tempo, ma è lo scorrere stesso. Non un corpo che scivola nell’acqua del fiume della vita, né le sue gocce d’acqua, ma il fiume stesso noi siamo, fiume che, è fiume, solo in quanto scorre, diviene. Vorrei fermare il tempo e ridurlo a stato, per poter girovagare in questo presente e curiosare così, in questa sorta di mondo paralizzato, come da un maleficio in una favola, dove ogni cosa è ferma, i gesti sospesi, le azioni interrotte nel loro svolgimento. Ma non è questo desiderio assurdo? Non tanto perché praticamente irrealizzabile, ma proprio perché fermare il tempo, fonte dell’esistenza, equivarrebbe a cadere nel nulla. Niente può esistere senza divenire. Allora, se intendo con "essere" l’immutabile, il sempre identico a se stesso, non è tanto vero che: - l’essere è ed il non essere non è - ma appare invece che: - il divenire è ed il non divenire non è -. Panta rei. Tutto cambia, diviene. Ma cosa è questo tutto? Questo tutto che, io lo vedo, cambia sempre. Questo tutto che mai riesco ad afferrare, comprendere. No, attenzione, stiamo sbagliando approccio, occorre invertire i termini, non è il divenire una qualità del tutto, ma è il tutto una qualità del divenire. Il divenire ha la qualità, la peculiarità, di generare il tutto. Io vorrei fermare il divenire delle cose belle perché non vadano distrutte, non scompaiano e continuino ad esistere così come sono, belle. E lotto perché questo avvenga, ma con scarso successo. Piango la morte di un mio caro e godo alla nascita di mio figlio; uno entra nell’esistenza mentre l’altro se ne va, vorrei restasse ancora un po’ ma non è stato possibile. Maledetto il divenire! Ma non è forse il divenire che lo portò qui così come porta ora mio figlio? Amico - nemico quindi il tempo è? Quello che io posso comprendere del mondo sono solo ricordi. E’ sempre il passato quello che posso osservare, mai il presente né, tanto meno, il futuro. E anche la conoscenza del passato è sempre incompleta, frammentaria, confusa. Io non vi posso andare per scoprirvi la verità, sono costretto nel mio irraggiungibile presente che mi lascia vedere solo quello che è trascorso ma in modo differito, sempre incompleto. E questo si badi, vale sempre, non solo per avvenimenti di giorni, mesi o anni fa. Ma anche in ciò che considero attuale, immediato. Guardo la mia mano, la sua immagine è dentro di me, ora. Ora? Nel presente? No, questa informazione è già del passato, il presente è già oltre, io sono già oltre mentre osservo come la mia mano era. Io vedo la mano di una attimo fa. Non importa quanto breve, è sempre passato. Raduno questi ricordi dell’immediato passato e li chiamo "presente", ma è un trucco, una semplificazione. Mi serve per vivere, forse per non impazzire, ma non è la verità. Il presente è sempre sfuggente non lo vedo né lo vedrò mai (presumo). Eppure io sono là, lì io esisto, nel presente, dove se no? Ma sono proprio sicuro che il mio luogo è il presente? Così sembrerebbe, tutti i miei ricordi (l’unica conoscenza che ho) lo fanno supporre. Come dalla poppa di una nave, girato all’indietro, io vedo la scia schiumosa sul mare solcato. Quello è il passato che man mano si perde lontano. Ed attendo nuova schiuma, nuove onde che dal futuro arriveranno. Ma è proprio così? E se il mio luogo di esistenza fosse invece tutta la mia vita, sia quella che ora mi risulta trascorsa che quella che verrà? E io sto quindi solo scorrendomi, guardando all’indietro, dall’inizio del mio essere fino alla fine. Allora, io esisto non perché son vivo qui, ora (un ora che poi è sempre passato) ma perché "sono una vita". Non importa quanto lunga o quanto bella, ma una vita che poggia su solide basi: il divenire. Cosa potrà mai accadermi di male? Come potrei mai cessare di esistere visto che io sono in quanto sono il divenire della mia vita, e divengo perché ho in regalo del tempo. Tempo, attenzione, che genera il tutto, e quindi anche me stesso. Vedo ora il mio essere, il mio io, in che cosa consiste. Non in un corpo, che occupa uno spazio, che viene dal nulla e che vi ritornerà, od in uno spirito senziente che aspetta l’aldilà. Ma io sono il mio tempo, la mia vita tutta intera che occupa stabilmente una parte dell’infinito divenire e, appunto per questo, non ha un prima od un poi, esiste e basta. Incastonata nell’immensità del divenire che non ci trascina in una corsa creatrice e distruttiva (come a noi appare) ma che solamente è e non può che essere. Finché soffia il vento del divenire, finché il tempo scorre l’esistenza è salva. Come potrebbe il tempo fermarsi? Forse lo è già ma non ce accorgiamo, d’altronde per accorgercene dovremmo pensare e, per pensare, occorre tempo…. Ora però mille domande si alzano in volo, che, con questo mio argomentare, ho sollevato innumerevoli dubbi. In cuor mio lo so, lo sento, che la verità non mi appartiene e che mai, forse, mi apparterrà. Ma forte è il desiderio di saperne di più. Da quando Adamo divenne uomo, mangiando la mela, ed ebbe coscienza di sé, e subito venne Caino che, per questa coscienza acquisita, realizzò di sbagliare e ne soffrì, la nostra strada è segnata, dobbiamo sapere di più, sempre di più. Il ritorno al passato, al paradiso naturale perduto, tante volte agognato con nostalgia (per la purezza dell’ignoranza), non è possibile. Il dato è stato tratto, non ci resta che avanzare. Vediamole allora queste domande, e se, magari, ci riesce di soddisfarle.
Prigione (Ritorna)
Ecco, una mi si fa più vicina, mi esprime un qual senso di chiuso, di prigionia. Questo mio essere, così definito, mi va troppo stretto, mi limita. Non posso spaziare in altre occasioni, esperienze, ma sono costretto a quelle che questa mia vita mi da. La mia esistenza sarà pure salva, ma al prezzo di una prigione di durata infinita. O forse male ho capito in cosa consista il mio essere? La vita ha in regalo del tempo, dissi, una parte del tempo infinito. E pure una parte di spazio, di eventi, di possibilità mi viene concesso. Ma cosa significa una parte di tempo? Quanto "vale" una parte rispetto al tutto infinito? E quale il riferimento, il paragone per poterla valutare? Il secondo? Il giorno? L’anno? No, non c’è valore assoluto o relativo. E lo capisco se guardo all’indietro. Un mio anno di vita val più di un attimo di felicità? Che stima impossibile! E poi, se apro lo sguardo, per grande che sia questa vita non finirà sempre per rimpicciolirsi nel tempo infinito, fino a nulla diventare? Ma è quindi nulla la mia vita? E, quindi, il mio essere? Io so che il tempo dipende dal soggetto che lo osserva, non solo come sensazione psicologica, ma anche fisicamente: il tempo va più o meno in fretta a seconda che il soggetto si muova meno o più velocemente. Più aumento la mia velocità e più il tempo rallenta. Rallenta rispetto a cosa? Rispetto ad un altro soggetto che si muove più lentamente. Il mio tempo quindi non modifica mai la sua cadenza, ma può farlo rispetto ad un altro osservatore (che può avere un tempo diverso dal mio, più veloce o più lento). Se aumentassi sempre più la mia velocità arriverei al punto in cui il mio tempo, rispetto a quello di un osservatore fermo, non scorre più. Un mio secondo equivarrebbe all’eternità, per l’osservatore fermo. Se io partissi a tale velocità e subito ritornassi, e tutto in una frazione infinitesima di tempo (del mio tempo), al mio ritorno troverei che nel mondo da cui partii sono passati anni, mentre per me è stato solo un chiudere e subito riaprire una porta (questo è chiamato anche il paradosso dei gemelli). Allora questa parte di tempo donatomi, questa mia vita, può essere sì vista come un nulla ma, anche, come il luogo di infinite possibilità. Da ogni istante di vita si può generare un infinito temporale. Tuffandomi nel mio presente potrei accedere ad infiniti mondi ed infinite vite ed assaporane, tutte le emozioni. E tutto questo in un istante della mia vita attuale. Non resta che provare… O lo stiamo già facendo? Si dice che la luce viaggia alla massima velocità teoricamente possibile, e che, se un oggetto viaggiasse a tale velocità il suo tempo si fermerebbe. Ma si noti che la luce viaggia appunto a tale velocità, e quindi, anche se noi la vediamo partire dal sole o da una stella ed arrivare, nel tempo, fino a noi, impiegandovi minuti, anni o millenni (distanza / velocità della luce) per "lei", la luce, la situazione è diversa. Dal suo punto di vista infatti, lei non parte e lei non arriva ma è già sia arrivata che partita. Non parte da una stella lontana anni luce e viaggiando viaggiando arriva sino a noi, ma, è sia partita, che arrivata, che in viaggio. La nostra eternità per lei è un attimo di tempo. La luce ci annuncia così queste infinite possibilità. Come questo universo possa essere vastissimo così come essere anche visto come un punto, un punto da cui è possibile accedere ad infiniti altri universi.
Libero arbitrio (Ritorna)
Ma che ne è della mia libertà? Se il divenire è, se la mia vita è già scritta, io in realtà non scelgo mai nulla perché questa scelta è già stata prevista, decisa. Vivendo, mi muovo in mezzo a tutto ciò che mi circonda. Cose, persone, ma anche pensieri, emozioni si affollano attorno a me. Volendo, scegliendo, ad alcuni mi avvicino mentre da altri mi allontano. Seguo un pensiero e ne trascuro un altro, ed in questo mio scegliere ho coscienza di me. Ma scegliere cosa significa quindi se non favorire una cosa invece di un’altra? E così influenzare il flusso della vita. Non sono io forse la mia volontà, che senza di essa neppure sarei? Volendo, mi manifesto a me stesso. Si, lo so, non ho un potere assoluto sul mondo, ma anche quando mi sento ridotto ad uno straccio, che il destino può trattare come vuole, anche allora, posso scegliere, magari solo un pensiero, un sentimento. Pur in tutte le difficoltà sempre mi resta il libero arbitrio, che, in caso contrario, sarei solo un burattino che ripete le azioni decise da un altro. Ma se il divenire è, se tutto appare già scritto, dov’è la mia libertà? Il tempo, come vedemmo, è birichino. Vorremmo costringerlo in un flusso uniforme, come se la vita fosse una sequenza di immagini di una pellicola fatta girare a velocità costante. Ma non è così. Può sembrare, ma non lo è. Come una pellicola io vorrei tagliare il tempo per stabilire un prima ed un dopo. Ma lì, dove la forbice vorrebbe agire, le lame non si incontrano, quel punto si spalanca sino a diventare un’eternità. Se quindi, la mia libertà è salva (libero arbitrio) così come la mia esistenza (il divenire è) allora vuol dire che, ad ogni possibile scelta, ad ogni evento, si dipartono vite diverse. Un’infinità di vite reali si diramano ad ogni istante. Io, ho i ricordi di una sola di queste, quella che, con la mia volontà, ho contribuito a seguire. Come un treno prende la sua direzione tra gli scambi di un immenso incrocio ferroviario, così io partecipo, insieme a ciò che mi circonda, a scegliere la mia vita tra tutte le possibili. Ma così come questa è già lì tutta intera, dalla nascita alla morte, anche le altre parimenti lo sono, sono tutte reali, pronte per essere vissute.
La morte (Ritorna)
Ma poi devo morire, ogni cosa intorno a me muore. Così anch’io, presumo, dovrò morire. E allora, libertà, esistenza, belle cose ma poi? Se muoio? Questo divenire del mondo, attorno a me, non è una freccia scagliata dall’infinità del passato che sicura prosegue inalterata verso il futuro. Invece, il divenire è un continuo ritorno, è un ciclo, un vortice che tutto trascina. Dopo la notte il giorno e quindi la notte ancora. E le stagioni, la ricchezza e povertà, l’allegria e la tristezza. Fino a dove posso guardare tutto si ripete. Muore e ritorna. Come potrei quindi io starmene fuori da questo vortice. E poi che senso avrebbe non morire mai? Allora sì, sarei maledetto in eterno, senza affetti, senza compagnia. Nulla potrei amare perché niente durerebbe dinanzi a me. E scomparirebbe velocemente all’orizzonte dei miei ricordi sempre tristi, se non peggio, impassibili. In quest’ultimo caso sarei veramente un morto vivente. Invece, ad un certo punto, io lascio. La mia vita può essere stata triste od allegra, fortunata o negletta, comunque sia, finisce. Ma attenzione, se il divenire è, questa vita è sempre lì, pronta per essere rivissuta. Così come tantissime altre. Ma, come abbiamo visto, il vivere, se il divenire è, non deve più essere inteso come uno scorrere di tempo, ma un scegliere, laddove possibile, la propria esperienza nell’immensa possibilità delle vite che sono già lì, pronte per essere vissute. La morte, allora, è la fine di uno spettacolo, di una storia che ho partecipato a svolgere, scelta tra le infinite combinazioni possibili. Ma allora io chi sono?
Chi sono io? (Ritorna)
Io sono la mia vita, dicemmo, e una vita decisa da me e da altri. Va bene, il soggetto mi sfugge sempre, questo eterno soggetto, l’io. Ma vediamo un po’, su che base io scelgo e determino così la mia vita? D’impulso direi in funzione del bene e del male. Il bene ed il male vengono a me ed io scelgo. Quali dei due? Sempre il bene? Sempre il male? Un po’ l’uno e un po’ l’altro? Sono propenso a pensare che la scelta, inevitabile, sia sempre per il bene, il mio bene beninteso, ciò che è bene dal mio punto di vista. Un bene che, nei miei ricordi, potrebbe ben presto diventare male. Che, io, potrei non riconoscerlo più come bene, così come lo sentivo quando lo perseguivo, e così pentirmi delle mie scelte. Perché, in effetti avevo seguito il male. Gli antichi saggi hanno espresso benissimo questo nostro dramma con Caino. Egli uccide Abele perché per lui non è giusto che sia il favorito, e pensa che sia "bene" ucciderlo. Poi, subito dopo, si pente, realizza il male commesso e soffre. Questo realizzare il male che facciamo, fa parte del nostro attuale stato di sviluppo. Il distacco dalla vita animale non è stato indolore e la sofferenza per tale presa di coscienza continua tuttora. Come animali non ci accorgevamo di sbagliare, ogni cosa era naturale. Uccidere un rivale, rubare del cibo non era mai un problema. Ad ogni desiderio o necessità seguiva, inequivocabilmente un’azione. Non c’era il bene ed il male. Ora non è più così semplice, i desideri possono rivelarsi sbagliati e condurre a pensieri ed ad azioni malvagie. Inoltre, come sovrappiù, la nostra maggior conoscenza, il nostro più forte intelletto, non sempre ci è d’aiuto per diventare migliori, anzi, se non ben controllati, questi strumenti possono peggiorare la situazione permettendoci di soddisfare ancor di più quegli istinti che sono il retaggio del nostro passato. Pur più intelligenti, razionali, ci rendiamo così peggiori degli animali da cui, forse, deriviamo. Comunque la strada è segnata, più io capisco qual è il vero bene, ovvero il bene che non sarà mai del male ad un successivo, più profondo esame, e più io scelgo correttamente, non soffrirò della mia scelta e sono così più vicino alla meta. Quale meta? Non lo so, ma il bene chiama, la sua voce è ognora più imperiosa. E, seguendolo, se mi lascio andare veramente, l’amore crescerà in me sino a diventare sconfinato. Così come il tempo, l’amore infinito abbraccia tutto il mondo. L’unico vero desiderio che rimane, alla fine del viaggio, è solo quello di amare. Chi sono io quindi? Se vivendo, io cerco il bene (con tutti gli errori), se questa ricerca annulla man mano tutti i miei desideri tranne quello di amare, allora, quello che resterà in me sarà solo un desiderio di amore. Ma se desidero amare, voglio amare, e mi manifesto ormai solo con questa volontà chi sono io se non l’amore stesso? E se voglio andare ancora più oltre a questo amore, cosa rimane da fare se non diventare la cosa amata? E se amato è il tutto, senza alcuna esclusione, chi sono io?