Raffaele Ruocco
Origine del male e senso del dolore nella riflessione nietzschiana
1.IL PROBLEMA DELL'ORIGINE DELLE VALUTAZIONI MORALI NELLA GENEALOGIA DELLA MORALE
2. SENSO E TRASFIGURAZIONE DEL DOLORE NELLA "NASCITA DELLA TRAGEDIA"
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1. IL PROBLEMA DELL'ORIGINE DELLE VALUTAZIONI MORALI NELLA GENEALOGIA DELLA MORALE
L'importanza fondamentale che la riflessione sul senso e sull'origine del male riveste
nell'itinerario intellettuale nietzschiano, è testimoniata chiaramente dalla "Prefazione" alla
"Genealogia della morale". Qui, oltre a dichiarare di aver dedicato al problema dell'origine
del male il suo "primo esercizio calligrafico di filosofia"(1) (problema che agli occhi del
filosofo, allora tredicenne, dovette immediatamente identificarsi con quello classico della
teodicea), Nietzsche ci presenta sinteticamente la strategia di pensiero mediante la quale,
durante gli anni della maturità, riuscì a dissolverlo. Tale strategia consiste sostanzialmente:
nella dislocazione della domanda sul male dal piano metafisico, che implica, generalmente,
una prospettiva cosmo-teologica, (l'origine del male cercata "dietro il mondo(2)") a quello
antropologico-morale (e a questo livello la strategia nietzschiana può dirsi ancora,
sostanzialmente, simile per es. a quella kantiana, che declina il concetto biblico di "peccato
originale" nel senso di "male radicale" inteso come disposizione originariamente e
inspiegabilmente malvagia della volontà umana), nella sua ulteriore specificazione, come
problema eminentemente assiologico, (il problema dell'origine del male si trasforma in quello
dell'origine dei "giudizi di valore buono e malvagio"(3)) e simultaneamente nella radicale
messa in discussione genealogica del "valore"dei giudizi di valore umani e, quindi, della
morale stessa.
Riguardo tale complessa e originale riduzione-dissoluzione di uno dei problemi pi angoscianti
del pensiero occidentale, è da notare 1) che la dislocazione della prospettiva d'indagine al
piano strettamente morale implica immediatamente uno scarto radicale tra la domanda
sull'origine del male e quella sul senso della sofferenza e del dolore (ed è proprio a questo
punto che è possibile individuare la divaricazione essenziale fra l'itinerario speculativo
nietzschiano e quello di Leopardi il quale, proprio mediante la determinazione assiologica
radicalmente negativa d'ogni forma di "patire" non solo a livello antropologico può arrivare a
definire come "male" e l'esistenza umana e la stessa totalità del cosmo); 2) che la riduzione del
male, a giudizio di valore umano, è strettamente connessa alla concezione prospettivistica
nietzschiana del valore, visto non già come assoluto e universalmente valido, ma come relativo
e funzionale al rapporto di un "quantum" di volontà con ciò che gli è esterno; e, nel suo
vedere l'intrinseca relatività dei valori umani stagliantesi sullo sfondo di una totalità
cosmologica concepita come assoluta necessità(4) può richiamare echi spinoziani.
Il problema dell'origine dei valori morali è affrontato da Nietzsche ampiamente ma con
profonde ambiguità implicite nella prima "Dissertazione" della Genealogia della morale. Lo
scritto comincia con una dura polemica contro l'utilitarismo inglese e la sua teoria
dell'equivalenza tra "buono" e "utile".. Al di là della lettera esplicita sembra che il senso
profondo di questa polemica, sostanzialmente affine a quella condotta contro la mentalità
darwiniana (per la quale è "buono" ciò che è adeguato al fine dell'evoluzione umana,) che
peraltro è presente oltre che nella "Genealogia" in molti altri scritti nietzschiani, si debba
rintracciare a livello di filosofia della storia. L'equiparazione del buono e dell'utile postula,
infatti, che l'origine della morale (che può essere vista come equivalente all'origine della
civiltà) sia il frutto di un "calcolo" razionale e sia, quindi, sostanzialmente deducibile
all'interno di una concezione del tempo umano visto come essenzialmente continuo.Nietzsche,
invece, soprattutto nella "Genealogia" sembra propendere per una radicale discontinuità
della storia della civiltà umana, vista come caratterizzata da una serie di fratture dolorose
assolutamente inspiegabili e indeducibili, veri e propri "eventi " sciolti da qualsiasi rete di
connessioni con ciò che li precede. All'interno di questa concezione, l'atto della posizione dei
valori verrebbe visto come un'imposizione di giudizi radicalmente arbitraria, pura e semplice
estrinsecazione di potenza, determinata non da un calcolo razionale, ma da un impellente
"pathos della distanza"(5). Questa tendenza implicita a concepire l'atto di posizione dei valori
che determina l'origine della morale come puro e semplice accadimento (tendenza in certo
modo contrastante con la visione prospettivistica che implica sempre una "mediazione"
almeno intenzionale fra una puntuazione di volontà e il suo esterno) viene, tuttavia, in un
certo senso, smentita nella stessa dissertazione mediante la determinazione di una serie di
molteplici e, a volte, contrastanti criteri distintivi fra il valore positivo "il buono" e il suo
opposto negativo, e la stessa celebre distinzione fra "morale dei signori" e "morale degli
schiavi" che, proprio su questa pluralità di criteri si basa e, che non a caso, Nietzsche cerca di
spiegare e dedurre storicamente ( vedendola come causata dal sorgere, accanto ad una casta
aristocratica di guerrieri, di una casta di sacerdoti" i cui criteri assiologici non sono costituiti
dalla nobiltà o dalla ricchezza ma dalla purezza e dalla santità e che trasforma l'originaria
opposizione fra "buono" e "cattivo" in quella fra "buono" e "malvagio"(6)) sembra in parte
contraddire una prospettiva di questo genere.
La caratterizzazione che Nietzsche fa della morale dei signori risulta altresì ambigua sotto un
altro aspetto. Se da una parte, infatti, essa viene vista come immediatamente scaturente da un
originario e irriducibile "pathos della distanza" da un urto cioè e da una frattura fra colui che
pone i valori e ciò che gli è altro, dall'altra essa è concepita come sostanzialmente affermativa
come l'originaria posizione dell'identità di un Io che non ha al di fuori di sé, nulla che la possa
seriamente mettere in questione come "un trionfante si pronunciato a se stessi"(7): la
posizione del valore positivo precede qui, logicamente, quella del valore negativo il quale
viene. poi, visto come semplice privazione e negazione del primo cui guardare con sprezzante
superiorità o con indulgente benevolenza, come puro non Io. Un autentico "pathos della
distanza"sembrerebbe, così, competere alla seconda forma di morale, a quella degli schiavi,
che ha la sua origine proprio nell'urto e nel rigetto assiologico con un esterno radicalmente
altro da colui che pone i valori (il valore negativo qui precede, logicamente, quello positivo)
cui segue un ripiegamento morboso nell'interiorità dell'Io: una morale che per agire ha
bisogno di un "mondo opposto ed esteriore" e la cui "azione è fondamentalmente una
reazione"(8). E' da notare, infine, che tanto il radicale misconoscimento dell'altro proprio
della morale dei signori tanto il suo rifiuto assiologico caratteristico di quella degli schiavi
sono in contrasto con l'interazione fra interno ed esterno che la concezione prospettivistica
sembra postulare.
2. SENSO E TRASFIGURAZIONE DEL DOLORE NELLA "NASCITA DELLA TRAGEDIA"
(vai sopra)La divaricazione tra problema del male e problema della sofferenza e il rifiuto di attribuire al
dolore una connotazione assiologica negativa, sono chiaramente evidenti nel "Tentativo di
autocritica"che nel 1886, Nietzsche antepose alla "Nascita della tragedia". Esponendo,
retrospettivamente il senso della sua opera giovanile, egli considera ,tra le prospettive da
ritenere ancora valide, il rapporto tra disposizione tragica dello spirito greco (la "buona e
dura volontà del pessimismo nel greco antico(9)") con la fase più rigogliosa e più fiorente
della sua storia, di contro alla successiva mentalità ottimistica caratteristica invece di una
fase declinante determinando, così, come segno di decadenza, non già la pura e semplice
capacità di soffrire o di intuire e rappresentare il dolore (che, anzi, può essere vista come
sintomo di salute) ma una serie di modi di rapportarsi ad esso (le modalità che nella terza
dissertazione della Gealogia della morale saranno designate unitariamente come "volontà
ascetica").
Sebbene questo nesso tra "tragedia" e "salute" implichi un armamentario concettuale proprio
del Nietzsche maturo, è innegabile che la maggiore originalità della concezione del tragico così
come è svolta nella "Nascita della tragedia" consista, proprio, nel rifiuto di collegarlo solo e
semplicemente all'espressione e alla manifestazione di un dolore assoluto e irredimibile e
nell'apertura della possibilità di vedere proprio nell'esperienza della tragedia un possibile
luogo di giustificazione della sofferenza ,diversa, naturalmente, da quella tentata dalla
mentalità razionaliistico-socratica, arrivando al limite a vedere proprio nella possibilità di
esprimerlo e di rappresentarlo l'unico modo in cui l'uomo possa redimere il suo dolore.
E' per questo che nell'architettura concettuale della "Nascita" il concetto di "consolazione
tragica" risulta avere un posto fondamentale: consolazione che più che come "metafisica"
intuizione mistico-misterica che giustifica la terribilità e la insostenibilità del dolore
inserendolo nell'ottica della totalità cosmica vista come eterno gioco di creazione e di
distruzione(10), si dovrebbe intendere come pure e semplice capacità trasfigurativa, come
possibilità di giustificare "esteticamente" il dolore, mediante la sua "definizione" in una forma
compiuta e individuata mediante la sua"rappresentazione".
La stessa ardita concezione metafisica delineata nella "Nascita" secondo la quale il mondo
sarebbe né più né meno che "la raggiunta liberazione di Dio, la visione eternamente
cangiante, eternamente nuova dell'essere più sofferente, più contrastato (11)" su questo
concetto di trasfigurazione è interamente imperniata: la liberazione dal suo dolore che l'Uno
originario raggiunge nel e per mezzo del mondo delle apparenze, consisterebbe,
sostanzialmente, nel potere trasfigurante che l'apparenza in quanto forma individuata e
compiuta esercita sull'universalità della sofferenza originaria. Tale potenza trasfigurativa è
esercitata da tutti e due gli impulsi artistici che Nietzsche vede operanti nella natura: quello
dionisiaco e quello apollineo il cui rapporto, quindi, non dovrebbe essere concepito in termini
di "opposizione" o di "contrarietà" ma come "continuità" basata su una sostanziale affinità
strutturale, l'apollineo, essendo né pi né meno che lo sviluppo ulteriore e il progressivo grado
di affinamento di quella medesima istanza trasfigurativa già pienamente operante
nell'impulso dianisiaco.
E' da rilevare, a questo punto, che il concetto di "dionisiaco"risulta oltremodo ambiguo: se da
una parte esso è visto ,in quanto istinto dell'ebbrezza, come comportante la rottura e
l'infrangimento del "Principium individuationis" e l'immersione mistico estatica nell'Uno
originario, dall'altra la fenomenologia che Nietzsche ne imposta fin dal primo capitolo
dell'opera (anteriormente, quindi, alla distinzione fra "dionisiaco barbarico" e "dionisiaco
ellenico", e alla determinazione dell'arte dionisiaca come stato in cui l'immersione estatica
nell'Uno si scarica in una immagine simbolica) implica non già un dissolvimento ma un vero e
proprio potenziamento dell'individualità e della forma ("l'uomo non più artista è diventato
opera d'arte") è un rapporto di strutturale continuità con l'apollineo ("egli sente se stesso
come dio, egli si aggira ora in estasi e in alto così come in sogno vide aggirarsi gli dei"(12)),
Ed è sempre questa istanza trasfigurativa che per Nietzsche sta alla base sia dell'esperienza
culturale della lirica greca arcaica sia di quella della tragedia attica la vicenda della cui
nascita (determinata dalla visione dionisiaca di una schiera di invasati che vedono se stessi
come Satiri, visione che si concretizza nel coro tragico disposto sull'orchestra; e,
successivamente, dalla visione dello stesso Dioniso da parte del coro e dalla sua
concretizzazione nel racconto mitico rappresentato sulla scena) e la cui stessa struttura
rappresentata quasi plasticamente dall'architettura del teatro greco, riflettono il processo
graduale e continuo di trasfigurazione che al livello cosmologico-metefisico conduce l'uno
originario a liberarsi nel mondo delle apparenze prima dionisiache e poi apollinee.
1) F.NIETZSCHE, "Genealogia della morale" trad. it. F. MASINI, "Prefazione" pag. VIII
2) Ibid.
3) Ibid.
4) Cfr. per es. F.NIETZSCHE, "La gaia scienza" trad. it. F. MASINI af. 109
5) F.NIETZSCHE, "Genealogia della morale" "Prima dissertazione" par.2 pag. 15
6) Cfr. Ibid Par. 6
7) Ibid. Par. 10 pag. 26