Tecnica ed essere


 

Marco Melani

 

Tecnica ed Essere

 

Siamo nell’età della tecnica, un tempo in cui il sapere dell’uomo si è congedato da idee e sentimenti "umanistici" iscritti in un orizzonte di senso, in quanto è fuori dalla natura della tecnica dare risposte ai quesiti sull’esistenza umana, essa non promuove un senso, non dischiude vie di salvezza, non si adopera per svelare verità, la tecnica funziona soltanto. Oggi abitiamo il mondo della tecnica senza possibilità di sottrarci ad essa, il nostro destino è quello dell’Occidente avanzato, condizionati in tutto e per tutto dagli apparati tecnologici, irretiti nella organizzazione tecnica globale, abitiamo un luogo dominato dai mezzi, dove i fini si sono estinti insieme allo sradicamento del nostro essere originario.

Con il termine "tecnica" si intende sia l’universo dei mezzi (le tecnologie) che nel loro insieme compongono l’apparato tecnico, sia la razionalità che presiede al loro impiego in termini di funzionalità ed efficienza. Proprio nel significato etimologico del termine tecnica c’è molto della sua essenza e del suo destino: Téchne deriva da héxis noû, che significa esser padrone e disporre della propria mente. Ma se oggi la tecnica è divenuta l’essenza dell’uomo, in questa epoca non possiamo più pensare l’uomo come soggetto e la tecnica come strumento a sua disposizione per agire e dominare sul mondo, infatti l’espansione planetaria ed assoluta delle rigorose procedure di controllo applicate dalle tecnologie assorbe totalmente in sé il destino dell’uomo, iscrivendosi nella costellazione del dominio di quelle regole di razionalità che, misurate secondo criteri di funzionalità ed efficienza, espropriano le esigenze di senso dell’uomo per sottometterle a quelle dell’apparato tecnico.

Tale svolta era già stata annunciata, agli albori della scienza moderna, da F.Bacone quando proclamava che "scientia est potentia", ma se all’epoca del filosofo inglese , agli inizi del XVII secolo, la strumentazione tecnica disponibile era appena sufficiente per raggiungere quei fini in cui si esprimeva la soddisfazione degli umani bisogni ed assumeva quindi la funzione di semplice mezzo interamente assorbito dalla necessità dei fini, nel nostro tempo l’aumento quantitativo dei mezzi tecnici si rende disponibile per la realizzazione di qualsiasi fine, mutando qualitativamente l’ambiente umano, perché non è più il fine a condizionare i mezzi tecnici e la ricerca che ne consente la realizzazione, ma crescendo a dismisura le risorse della tecnica tanto che per loro tramite può essere raggiunto ogni fine, la tecnica da strumento diventa soggetto, e non tanto perché abbia qualcosa da proporsi, ma in quanto tutti gli scopi e i fini che gli uomini si propongono non si lasciano raggiungere se non attraverso la mediazione tecnica.

Se la tecnica diventa quell’orizzonte ultimo a partire dal quale si dischiudono tutti i campi di esperienza, se non è più l’esperienza che, reiterata, mette capo alle procedure della tecnica, ma è la tecnica a porsi come condizione che decide il modo di fare esperienza, allora assistiamo a quel capovolgimento per cui soggetto della storia non è più l’uomo, ma la tecnica che, emancipatasi dalla condizione di mero "strumento", dispone della natura come suo fondo e dell’uomo come suo funzionario.

Cadono così tutti gli orizzonti di senso in cui erano iscritti l’uomo ed il mondo, in quanto dipendenti unicamente dall’unico criterio di efficacia che muove il "fare tecnico": la verità, le ideologie, la politica, l’etica, la natura, la religione, la storia, sono radicalmente estirpati dal luogo e dal ruolo in cui dotavano i fini umani di un senso. In un universo di mezzi che non ha in vista se non il perfezionamento ed il potenziamento della propria strumentazione, là dove il mondo della vita è per intero generato e reso possibile dall’apparato tecnico, l’uomo diventa un funzionario di detto apparato e la sua identità viene per intero risolta nella sua funzionalità, e l’uomo è se stesso solo in quanto funzionale alla tecnica.

Per le dimensioni raggiunte e per l’autonomia guadagnata la tecnica esprime l’astrazione e la combinazione delle ideazioni e delle azioni umane ad un livello di artificialità tale che nessun uomo e nessun gruppo umano, per quanto specializzato, e forse, anzi, proprio per effetto della sua specializzazione, è in grado di controllarne la direzione. In un simile contesto, essere ridotto a funzionario della tecnica significa allora per l’uomo essere "altrove" rispetto alla dimora che ha storicamente conosciuto, significa essere lontano da sé, in quella condizione di alienazione che Marx ha descritto coerentemente alle condizioni del suo tempo e circoscritto al modo di produzione capitalistico. Ma, se Marx fu tra i primi a prevedere gli scenari dell’età della tecnica, da lui chiamata "civiltà delle macchine", la strumentazione teorica che ci ha lasciato non è più idonea per leggere il tempo attuale della tecnica e non perché storicamente il capitalismo si sia rivelato vincente sul comunismo, ma in quanto di alienazione si può parlare solo quando in uno scenario umanistico vi sono ancora due volontà in conflitto, capitalismo e proletariato, due soggetti che ancora si considerano titolari delle loro azioni, e non quando c’è un unico soggetto, l’apparato tecnico, rispetto al quale i singoli soggetti sono semplicemente i suoi predicati.

Esistendo esclusivamente come predicato dell’apparato tecnico che pone se stesso come assoluto, l’uomo non è in grado di percepirsi neppure più come "alienato", perché l’alienazione prevede, almeno in prospettiva, uno scenario alternativo che l’assoluto tecnico non concede, e perciò l’uomo traduce la sua alienazione nell’apparato in identificazione con l’apparato, instaurando quella situazione di massimo pericolo che M.Heidegger esprimeva nel 1959 con queste parole:

Ciò che è veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un completo dominio della tecnica. Di gran lunga più inquietante è che l’uomo non è affatto preparato a questo radicale mutamento del mondo. Di gran lunga più inquietante è che non siamo ancora capaci di raggiungere, attraverso un pensiero meditante, un confronto adeguato con ciò che sta realmente accadendo nella nostra epoca.

Per effetto di questa identificazione, il soggetto individuale non reperisce in sé altra identità al di fuori di quella conferitagli dall’apparato e, quando si compie l’identificazione degli individui con la funzione assegnata dall’apparato, la funzionalità, divenuta autonoma, riassorbe in sé ogni senso di identità.

Ed è questo lo scenario dominato dalla tecnica, dove l’orizzonte di comprensione non è più la natura nella sua stabilità e inviolabilità, e neppure la storia che abbiamo vissuto e narrato come progressivo dominio dell’uomo sulla natura, ma un orizzonte interpretativo che si è definitivamente congedato sia dall’orizzonte della natura che da quello della storia. In questo passaggio epocale da un fare manipolativo che, non essendo in grado di incidere sui grandi cicli della natura e della specie era circoscritto in un orizzonte che rimaneva stabile e inviolabile, a quello attuale dell’azione tecnologica, il cui potere di sperimentazione è senza limiti, l’uomo è stato sbalzato dal suo originario mondo naturale a quello artificiale della tecnica dove vengono modificati in modo irreversibile la realtà geografica e quella storica, ed a questo punto la domanda è, se l’uomo non esiste a prescindere da ciò che fa, che cosa diventa l’uomo nell’orizzonte della sperimentazione illimitata e della manipolazione infinita dischiusa dalla tecnica?

Se infatti l’uomo, come vuole l’espressione di Nietzsche, è quell’"animale non ancora stabilizzato" che fin dalle origini non può vivere se non operando tecnicamente, la sua natura si modifica in base alle modalità di questo "fare", che per questo diventa l’orizzonte della sua autocomprensione. Non dunque l’uomo che può usare la tecnica come qualcosa di neutrale rispetto alla sua natura, ma l’uomo la cui natura si modifica in base alle modalità con cui si declina tecnicamente.

Eppure l’umanità, come ricordava Heidegger, non è all’altezza dell’evento tecnico da essa stessa prodotto e la sua sensazione, la sua percezione, la sua immaginazione, il suo sentimento si rivelano inadeguati a quanto si sta producendo. Infatti la capacità di produzione, che è divenuta illimitata, ha superato la capacità di immaginazione che è tale da non consentirci più di comprendere, e al limite di considerare "nostri", gli effetti che l’irreversibile sviluppo tecnico è in grado di produrre con l’inestricabile intreccio dei suoi apparati.

E siccome di fronte a ciò che non si riesce né a percepire né a immaginare il nostro sentimento diventa incapace di reagire, al "nichilismo attivo" della tecnica iscritto nel suo "fare senza scopo" si affianca il "nichilismo passivo", denunciato da Nietzsche, che ci lascia "freddi", perché il nostro sentimento di reazione si arresta alla soglia di una certa grandezza. E così da "analfabeti emotivi" assistiamo all’irrazionalità che scaturisce dalla perfetta razionalità (strumentale) dell’organizzazione tecnica che cresce su se stessa al di fuori di ogni orizzonte di senso.

A differenza del nichilismo descritto dalla filosofia, che si interroga sul senso dell’essere e del non essere, il nichilismo della tecnica non mette in gioco solo il senso dell’essere e quindi dell’uomo, ma l’essere stesso dell’uomo e del mondo nella sua totalità. E se il nichilismo descritto dalla filosofia era anticipatore, profetico, ma impotente, perché non era in grado di determinare il nichilismo che prefigurava, il nichilismo sotteso al carattere afinalistico della tecnica non solo ha in potere la nientificazione, ma, stante la qualità degli imperativi tecnici e la morale degli strumenti che ne deriva, è nella possibilità di esercitare questo potere. Il fatto che la filosofia, e con lei l’arte, ancora si trattengono sul problema del senso dell’essere e quindi dell’uomo, senza sporgere sul problema della possibilità che hanno l’uomo e il mondo di continuare ad essere, contribuisce a quel "nichilismo passivo" che Nietzsche denuncia come nichilismo della rassegnazione così che...

... abbiamo abbandonata la terra e siamo saliti sulla nave! Abbiamo i ponti dietro di noi, ancor di più, abbiamo eliminata la terra dietro di noi! Ed ora, o piccola nave! Guarda davanti a te: accanto a te si stende l’Oceano: è vero, esso non mugghia più, e per ora giace tranquillo come seta ed oro e sogno di bontà. Ma vengono ore in cui tu conoscerai che esso è infinito, e che non c’è nulla di più terribile dell’infinità ...
F.Nietzsche (La Gaia Scienza)