Nietzsche e la verità.
Approfondimento sull'interpretazione nietzschiana della verità
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1.Interpretazione e volontà di potenza
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Interpretazione e volontà di potenza (Ritorna)
Secondo la filosofia di Nietzsche tutto si riduce ad interpretazione, così come si può
comprendere dall’aforisma 481 contenuto in La volontà di potenza, in cui si legge: "(…) non esistono fatti, esistono solo interpretazioni (…) (il mondo) non ha un senso dietro di sé, ma innumerevoli sensi. Prospettivismo." Il prospettivismo è uno dei capisaldi del discorso nietzscheano attraverso il quale Nietzsche vuole contestare l’esistenza di griglie della conoscenza che unifichino il sapere e prende posizione nei confronti del razionalismo moderno. Ma non si tratta solo di questo. Sotto e dietro le interpretazioni, ciò che determina l’impulso ad interpretare sono i nostri bisogni: "Sono i nostri bisogni che interpretano il mondo: i nostri istinti, i loro pro e contro. Ogni istinto è una sorta di avidità di potenza, ognuno ha la sua prospettiva che vorrebbe imporre con norma a tutti gli altri." Dietro l’impulso all’interpretazione c’è uno spirito alimentato dalla volontà di potenza; "del resto, la vera essenza, se si può dir così, della volontà di potenza è ermeneutica, interpretativa. La lotta delle opposte volontà di potenza, anzitutto, è lotta di interpretazioni". Lo stesso soggetto che interpreta è solo una posizione inserita nel gioco dell’interpretazione e il fatto che dietro l’interpretazione deve esserci un soggetto che interpreta è appunto un’interpretazione, una immaginazione: "E’ infine necessario mettere ancora l’interprete dietro l’interpretazione? Già questo è invenzione, ipotesi." Ma questo particolare sarà meglio svilupparlo in seguito, nel tentativo di delineare il pensiero nietzscheano riguardo gli errori della metafisica tradizionale.
Ora, l’interpretazione è, come abbiamo visto, un impulso della volontà di potenza (nel senso di un avvalorarsi) ma la volontà di potenza è essa stessa oggetto di interpretazione. La volontà di potenza è volontà di intensificarsi e più intensa è la volontà di potenza più forte è la spinta ad interpretare. Ma dato che tutto è interpretazione, Nietzsche ammette che anche la dottrina della volontà di potenza è solo un’interpretazione, certo non alla stregua di altre interpretazioni come quella morale cristiana, ma comunque appartenente alla pluralità di interpretazioni.
Non possiamo portarci al di là delle interpretazioni, l’unico terreno sul quale possiamo muoverci è quello prospettico, e siccome per Nietzsche non vi è un criterio di verità assoluto la prospettiva più esatta è determinata dalla maggiore potenza di una prospettiva rispetto alle altre.
E’ in questi termini che si inserisce il discorso sulla verità, non intesa come potenza, ma certamente legata ad essa e, di conseguenza, all’impulso ad interpretare.
Essendo modalità della volontà di potenza, le interpretazioni variano in relazione al variare della volontà di potenza ed è proprio attraverso di essa che determinate interpretazioni sono state intese come verità nel corso della storia.
In un frammento postumo Nietzsche scrive: "Il criterio della verità si trova nell’aumento della sensazione di accresciuta potenza", ma questa esperienza di piacere non è una prova di verità, bensì solo un sentimento di accresciuta potenza.
Allora il problema sarà chiarire la posizione di Nietzsche in una riflessione così complessa sulla verità che si muove fra la critica della cultura e il problema di una distinzione e di un superamento della menzogna, con alla base una interpretazione continua e comunque consapevole di essere solo una fra le tante interpretazioni.
Le false verità (Ritorna)
Metafisica, morale e religione.
Nella sua filosofia Nietzsche dedica un’ampia parte alla distruzione dei miti e delle credenze codificate, un’opera di demolizione del passato.
Tutta la decostruzione di Nietzsche riguarda soprattutto la morale, intesa nel senso di una negazione della vita attraverso l’affermazione di valori considerati trascendenti, giunti al dominio con il contributo di forze immorali ("La nascita di valori morali è opera di affetti e considerazioni puramente immorali").
In questa accezione della morale rientrano anche gli errori della metafisica e della religione, legate tutte da una esigenza di sicurezza, in cui Nietzsche individua il motivo fondamentale di errore. Nietzsche è infatti convinto che gli uomini, per poter sopportare l’impatto con il caos della vita, abbiano costruito una serie di certezze che si rivelano soltanto come delle necessità di sopravvivenza ed il compito del filosofo è appunto quello di una demistificazione totale di tutte errate convinzioni (metafisiche, morali e religiose).
"Volontà di verità" è un’espressione usata da Nietzsche polemicamente per intendere la ricerca tradizionale di una verità assoluta. La presunta verità è dunque nient’altro che la volontà di conferire un significato assoluto ad una realtà che si presenta come caoticità irriducibile a qualunque forma.
Nietzsche contesta e destruttura gli schemi logici e concettuali usati per voler razionalizzare ed ingabbiare la realtà. Il tentativo di razionalizzazione è per Nietzsche uno degli errori fondamentali compiuti dalla metafisica occidentale: per razionalizzare il mondo la ragione deve falsificare la testimonianza dei sensi, che ci
permettono di cogliere intuitivamente il fluire del divenire.
Uno dei più gravi pregiudizi dei filosofi per Nietzsche è stato pensare che il divenire fosse corruzione, mentre si tratta dell’unico elemento che produce certezza, la "certezza intuitiva fondamentale".
Questo argomento è utilizzato da Nietzsche in opposizione a Cartesio, il quale ha voluto porre qualcosa di stabile, mascherando la certezza del divenire con un’idea di verità prodotta dalla ragione. Considerando nullificabile tutto ciò che è dubitabile, Cartesio ha sostenuto l’ingannevolezza dei sensi ed ha affermato la possibilità di giungere alla conoscenza della verità solo attraverso l’evidenza e la razionalità, così come ha fatto tutta la metafisica occidentale.
L’attacco agli errori della metafisica consiste in una critica ai concetti fondamentali della tradizione filosofica. Alcune nozioni come il "soggetto" e la "cosa in sé" sono particolarmente destrutturate da Nietzsche alla luce della filosofia moderna: "la più grossa favola è quella della coscienza. Si vorrebbe sapere come sono fatte le cose in sé.(…) non ci sono cose in sé! E anche posto che esista un in sé, un incondizionato, appunto per questo non potrebbe essere conosciuto !"
La cosa in sé è stata costruita, edificata per sorreggere la soggettività ed "il soggetto non è un che di dato, ma un che di immaginato in aggiunta", è puramente una finzione. Con Cartesio, da cui prende avvio la scienza moderna, l’uomo si instaura come soggetto; la verità diventa la certezza del soggetto umano (l’uomo pone la certezza di se stesso) e l’essere si trasforma in oggetto - l’idealismo, da Fichte a Hegel, ha proseguito sulla stessa via che riconduce l’essere delle cose all’io, e dunque alla volontà del soggetto -.
La critica alla cosa in sé scardina completamente il principio logico metafisico di identità e non contraddizione; la critica al soggetto la nozione stessa di verità. Ciò concorre a svelarci il carattere caotico del divenire che questi principi sono stati capaci di imbrigliare.
Nietzsche mostra come ciò sia avvenuto per un bisogno pratico, per "il bisogno non di conoscere, ma di sussumere, di schematizzare, al fine di intendersi e calcolare."
Ciò che secondo Nietzsche ci conduce ad ancorarci a qualcosa di stabile è il bisogno di sicurezza, al servizio del quale non ha lavorato solo "la forza inventiva che escogitato le categorie", ma anche la forza della "morale, che ha finito per presentarsi alla coscienza come una legge, come dominante…e con essa tutto l’insieme dei valori e degli stati psicologici affini".
Con lo stesso atteggiamento che ha assunto nei confronti della metafisica, Nietzsche polemizza aspramente contro la morale e il cristianesimo, intendendo anche questi nel senso globale dell’assoggettamento della vita a valori pretesi trascendenti.
Secondo Nietzsche la morale, attraverso i tempi, è sempre stata considerata un fatto evidente che si autoimpone all’individuo, tant’è vero che "in ogni scienza della morale esistita fino ad oggi (si puntualizza in Al di là del bene e del male) è sempre mancato, per quanto possa riuscire strano, il problema stesso della morale: è mancato il sospetto che ci potesse essere su questo punto qualcosa di problematico". Di conseguenza il primo passo da compiere è "vedere e mostrare il problema della morale - questo mi sembra il nuovo compito, la cosa principale"- e soprattutto mettere in discussione la morale stessa, attraverso un’analisi genealogica.
Per Nietzsche i pretesi valori trascendenti della morale e la morale stessa sono una proiezione di determinate tendenze umane; la morale ha condizionato tutti gli istinti e le tendenze fondamentali, improntandosi sui valori anti-vitali del disinteresse, della negazione e del sacrificio di sé, del senso di colpa e dell’umiltà.
La storia dei sentimenti morali ricostruita da Nietzsche mostra che l’uomo è giunto
a questo punto spinto dall’istinto di conservazione, dalla ricerca del piacere e della liberazione dal dolore, ai quali sono immediatamente legati il bisogno di rassicurazione e di certezza, gli stessi che abbiamo visto dar luogo ai concetti della metafisica e che ora vediamo essere le fondamenta per quel tipo di morale che ha contrapposto i valori di umiltà e debolezza a quelli di forza e fierezza (un rovesciamento di valori che per Nietzsche è rappresentato storicamente soprattutto dagli ebrei), quel tipo di morale che si trasforma in una vera potenza che mette capo al cristianesimo - il simbolo della vita che si mette contro la vita e che produce un tipo di uomo risentito e represso.
"Quindi la santa menzogna ha: inventato un Dio che punisce e premia (…); inventato un al di là della vita (…); inventato la morale come negazione di ogni decorso naturale (…). La ragione è tolta di mezzo, tutti i motivi di agire sono ridotti alla paura e alla speranza (castigo e premio): si dipende dalla tutela dei preti, da una precisione finalistica che pretende di esprimere una volontà divina."
A tutte le negazioni della morale e del cristianesimo Nietzsche contrappone affermazioni cariche di entusiasmo, come quella contenuta nel prologo di Così parlò Zarathustra in cui si legge: "vi scongiuro, fratelli, rimanete fedeli alla terra, e non credete a quelli che vi parlano di sovraterrene speranze!" Infatti l’esistenza dell’uomo, per Nietzsche, è un’esistenza interamente terrestre: l’uomo è nato per vivere sulla terra e non c’è altro mondo per lui.
La critica della morale e del cristianesimo trova il suo apice nel tema della "morte di Dio", drammatizzato ne La gaia scienza con il racconto dell’uomo folle, il filosofo - profeta il cui annuncio suscita l’ilarità degli uomini del mercato, inconsapevoli della portata dell’evento. E’ un annuncio drammatico perché la morte di Dio implica il crollo di tutte le illusioni con cui gli uomini riuscivano a vivere, crollo che implica un forte senso di vertigine e smarrimento. L’uomo folle infatti conclude di essere venuto "troppo presto": l’uomo non è ancora pronto ad affrontare questo evento.
Si comprende già da questo passo ciò che Nietzsche dirà tramite le parole di Zarathustra, cioè che la dimensione traumatica è solo un momento di passaggio in relazione ad un contesto più ampio che prevede l’avvento del superuomo: "il superuomo è il senso della terra.(…) Un tempo il sacrilegio contro Dio era il massimo
sacrilegio, ma Dio è morto".
Coincidendo con il venir meno delle certezze metafisiche, la morte di Dio coincide con la fine del platonismo, la metafisica occidentale per eccellenza (lo stesso cristianesimo è "platonismo per il popolo") e permette di maturare la possibilità di un nuovo modo di esistere dell’uomo, in nuove condizioni (di relativa sicurezza) sorte da una persuasione filosofica ed una presa di coscienza di un processo storico-epocale errato, basato soprattutto sull’idea di un oltre-mondo (vero) contrapposto a quello (apparente) in cui viviamo, un mondo "vero" che ha finito per rivelarsi FAVOLA.
A questo punto la domanda sulla verità si complica, alla luce del grande lavoro di demistificazione svolto da Nietzsche e della consapevolezza della sempre presente attività interpretativa. E’ necessario quindi un ulteriore approfondimento riguardo la costituzione della verità, all’interno di una distinzione tra il "vero" ed il "falso".
Verità e menzogna (Ritorna)
Il testo in cui compare per la prima volta una definizione di verità è Su verità e menzogna in senso extramorale del 1873,"uno dei testi di maggiore accumulazione teorica di Nietzsche, senza di cui è difficile intendere il prospettivismo storico-genealogico dell’"illuminismo" nietzscheano, che ne rappresenta per ampi aspetti la matura elaborazione": la verità è "un esercito in movimento di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve, una somma di relazioni umane, che sono state poeticamente e retoricamente ingigantite, trasposte, ingioiellite, e che, per essere state usate a lungo, appaiono ad un popolo salde, canoniche e vincolanti: le verità sono illusioni, di cui si è dimenticato che sono tali; metafore, che sono state abusate e private della forza di senso". Si tratta di una certezza soggettiva che si è consolidata in verità e ciò è avvenuto nell’incoscienza e nell’oblio, nozioni centrali nella formazione del giudizio "vero" sulle cose che concorrono alla nascita e al funzionamento della validità della verità.
Il primo "impulso alla verità" è nato nella cornice sociale dell’esigenza dell’uomo di fuggire dall’inganno, desiderando "della verità le conseguenze piacevoli, quelle che conservano la vita (…). Solo con la dimenticanza l’uomo può arrivare a vaneggiare sul fatto che egli possiede la verità".
In termini morali essere veritieri è "solo l’obbligo di mentire secondo una convenzione stabilita, di mentire al modo del branco in uno stile vincolante per tutti. L’uomo naturalmente dimentica che le cose per lui stanno così; egli allora mente (…) inconsapevolmente e per abitudini secolari - e proprio per questa inconsapevolezza,
proprio per quest’oblio giunge al sentimento della verità".
Il testo rimanda quindi alla tesi di fondo che la vita individuale si regge sulla menzogna, su di un carattere artificiale che però è l’unica possibilità di autofondazione; la menzogna è un artificio, ma è proprio questo carattere artificioso che consente di vivere: l’uomo (a differenza dell’animale) possiede la dimensione spirituale dell’intelletto orientata alla dissimulazione; l’intelletto si finge il mondo, i concetti e le verità in esso presenti, ma questa finzione è un modo perché l’uomo si crei un mondo vivibile.
Il carattere di menzogna proprio di ogni gesto conoscitivo individuale, e quindi di ogni azione interpretativa, può entrare in conflitto con gli altri. Allora il problema diventa quello di una conciliazione, per non contraddire la finalità della finzione (e del linguaggio)- che è quella di garantire una praticabilità del mondo a chi la crea -, per trovare una finzione condivisa, qualcosa di compatibile con ciò che dicono gli altri. Diventano quindi verità quelle finzioni che sembrano funzionanti alla collettività, "poiché l’uomo, allo stesso tempo per necessità e per noia, vuole esistere in società e come in gregge".
Con questo processo, con la formazione dell’impulso alla verità e con le imposizioni sociali, la verità finisce per configurararsi con la sedimentazione delle finzioni delle letture della realtà che si sono dimostrate vincenti.
Ma una nozione assoluta, eterna, di verità non esiste; verità e menzogna non sono altro che costruzioni linguistiche e l’essenza del linguaggio è il suo strutturarsi in metafore. Una stessa metafora può dare origine a concetti diversi, dunque il concetto è un depotenziamento del linguaggio: "quell’impulso a formare metafore, quell’impulso fondamentale dell’uomo (…),in verità non è domato ed è a stento contenuto, per il fatto che dai suoi effimeri prodotti, i concetti, viene costruito a suo favore, in funzione di roccaforte, un mondo nuovo rigidamente regolare".
Nelle costruzioni del linguaggio vi è un modo di occultare e mascherare la sorgente
caotica delle intuizioni, imprimendole un senso sistematico.
In questa seconda parte del saggio Nietzsche esprime la sua tesi attraverso la metafora del colombario dei concetti, legata al rapporto metafora/concetti: la dimensione intuitiva della metafora viene uccisa nel colombario dei concetti (al quale lavorerà la scienza dopo il linguaggio), costruito con una rigida regolarità, nella logica del rigore e della freddezza. Ma "ogni metafora intuitiva è individuale e senza eguali, e per questo sa sempre sfuggire ad ogni rubricazione".
Per questa strada Nietzsche giunge alla disintegrazione del concetto di "verità oggettiva" e ciò "comporta che (…) una siffatta verità è spiegabile solo in termini funzionali, cioè come stabilizzazione delle metafore linguistiche originarie fisiologicamente necessarie al vivente", una logica del valore falsa ma allo stesso tempo necessaria, infatti "la falsità di un giudizio non è ancora, per noi, un’obiezione contro di esso". Ma "la questione è fino a che punto questo giudizio promuova e conservi la vita (…); noi siamo fondamentalmente propensi ad affermare che i giudizi più falsi (…) sono per noi i più indispensabili e (…) che rinunciare ai giudizi falsi sarebbe un rinunciare alla vita, una negazione della vita": il centro unitario della vita è una funzione che deve essere sempre attiva, per questo deve continuamente interpretare (e quindi falsificare).
Ma oggi questa falsificazione è diventata consapevole di se stessa, consapevole che su di essa si basa la logica della "verità".
Nietzsche ha colto questa consapevolezza, ha indicato le verità come il risultato di una quantità immensa di errori, errori necessari alla vita, "quel genere di errori senza i quali sarebbe impossibile volere, divenire, vivere"; Nietzsche ha evidenziato il carattere illusorio, prospettico, della verità, una verità che è interpretazione, volontà di potenza del vivente che vuole soprattutto esercitare la sua forza.
Di fronte all’impossibilità di cogliere l’incondizionato, occorre che l’uomo superiore si renda "onesto" e giusto, riconoscendo l’innegabile evidenza del divenire, ovvero l’impossibilità di giungere a cogliere una causa dietro ogni effetto, impossibilità di giungere alla verità assoluta.
Il senso del pensiero nietzscheano però, a ben guardare, non consiste nella constatazione del nulla, della vacuità e quindi del non senso, ma è un invito a mantenersi sempre nell’ottica della possibilità, del dubbio perenne, nella consapevolezza che la verità non può essere colta in una forma stabile, ma ciò che si tiene per vero è determinato dal volere che esso ha per la vita.