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La
sua formazione artistica pone problemi agli studiosi: Vasari
(1568) la dichiara veneziana, nella tradizione Bellini-Giorgione;
Lomazzo (1590) sottolinea l'accento lombardo della sua pittura e Lanzi
(1795) lo
ritiene addirittura
un allievo
di Leonardo. Longhi (1928) ha specificato che la componente
lombarda si è innestata più tardi e in tale scia si sono inseriti i
giudizi degli studiosi contemporanei, fra i quali Anna Maria
Brizio (1953). Certo Lotto
era pittore che assimilava immediatamente gli spunti presenti nella
pittura veneziana del tempo, ma al
tempo stesso
li vagliava
attraverso la propria sensibilità. Un dato di fatto fondamentale resta:
egli sentiva il colore in funzione di
un tessuto
plastico volumetrico, imprimendogli una integrità di zone
luminose come un cristallo, spiega Pallucchini. Quindi fin dall'inizio
Lotto fu disponibile a ogni tipo d'incontro e di esperienze, ma non in
maniera indiscriminata, bensì secondo un suo intimo senso
figurativo che
lo porterà a non accettare Giorgione
a Venezia e Michelangelo
a Roma. Lorenzo Lotto, figlio di Tomaso, nel suo testamento del 25 marzo
1546 si dice «de circha anni 66» e «pitor venetiano». Molto probabilmente
in gioventù si recò nelle Marche, comunque è certa la notizia del
1505 che un documento notarile indica come «pictor celeberrimus» a
Treviso, dopo aver dipinto la tavola della Madonna
col Bambino e san Pietro Martire
e san Giovannino (1503), prima opera d'ispirazione
belliniana risolta in maniera originale attraverso una maggiore
cura dei particolari. Le radiografie hanno rivelato sotto il san
Giovannino un prelato che
sembra essere il Vescovo Bernardo
De Rossi, protettore di Lotto, che egli ritrasse nel 1505, il cui «coperto»,
cioè la custodia dipinta, reca un'Allegoria
del bene e del male. La prima pala d'altare fu dipinta da Lotto
venticinquenne: la Madonna in
trono col Figlio
e santi Pietro, Cristina, Liberale e Gerolamo
(1505) si ispira alla pala di San
Zaccaria di Giovanni
Bellini, mentre
nel 1506
è l'altra Pala
dell'Assunta; un'altra opera giovanile forse eseguita nelle Marche
è il Matrimonio mistico di
santa Caterina (1508) dove
tutto è intrecciarsi di mani e di gesti al contrario della calma e del
silenzio irreale presenti nel San
Gerolamo penitente (1509)
che rivela un cambiamento straordinario di moduli narrativi. Lo schema
classico della pala è ripreso nel Polittico
di Recanati (1508).
Lo scomparto
centrale in cui è evidente una struttura spaziale di tipo bramantesco
accoglie la Madonna col Bambino e san Domenico nell'atto
di ricevere lo
scapolare, i santi Gregorio e Urbano, un angelo e putti musicanti. I due
scomparti laterali accolgono uno i santi Tommaso d'Aquino e Flaviano,
l'altro san Pietro
martire e
Vito; santa
Lucia e
san Vincenzo Ferreri, santa Caterina da Siena e san Sigismondo;
nella cimasa la Pietà. In questo polittico sembrano
ritrovare un'unità
le varie esperienze giovanili in una visione coerente. Anna Maria
Brizio annota che la costruzione della pala e lo stile sono ancora
veneziani ma vi è una naturalezza più sciolta nelle espressioni
e nei colori, quasi un intenerimento
rispetto all'incantata purezza delle
opere precedenti. Lotto giunse a Roma forse su segnalazione dei
Domenicani sul finire del 1508, poiché riceve il primo pagamento il 7
marzo 1509 «per il lavoro di dipingere nelle camere superiori,
presso la libreria superiore» dove dipingeva anche Raffaello con il
quale senz'altro ebbe ampi rapporti. Scomparsi i possibili affreschi di
Lotto nelle stanze, anche se potrebbe valere l'ipotesi di una
collaborazione fra il pittore veneziano e l'urbinate, rimangono il Ritratto
di gioielliere e il San
Gerolamo penitente (1509), che
riprende un
tema caro
al pittore risolto
con equilibrio classico, riferibile alla cultura romana. Tra il 1510 e
il 1512
Lotto ritornò
nelle Marche
e la
Pala della
Trasfigurazione (1511), vista e descritta da Vasari, mostra
un'evoluzione nella sua pittura, antigraziosa e volutamente arcaica. La Deposizione
(1512) è
opera capitale
per i richiami evidenti
all'opera omonima di Raffaello.
Agli inizi del 1513 Lotto lasciò le Marche per la città di Bergamo. Da
Alessandro Martinengo, nipote
del capitano Bartolomeo Colleoni, era stato proclamato un bando
per l'esecuzione di una pala che egli avrebbe voluto
donare alla
chiesa dei santi Stefano e Domenico. Come Lotto avesse appreso
questa notizia, non ci è dato di sapere. Si può solo ipotizzare la
stessa via per la quale egli giunse a Roma. Comunque
egli fu prescelto
e per contratto del
15 maggio 1513 eseguì la pala con la Madonna
col Bambino, angeli e santi che dopo varie peripezie
fu collocata
nella chiesa di san Bartolomeo, dove tuttora si trova. La sua
permanenza a Bergamo fu lunga e incisiva tanto da far nascere la
fama, rafforzata anche dall'affermazione di Vasari, che fosse
bergamasco. In questo mondo appartato, lontano dalle sollecitazioni
culturali delle
grandi città, maturano e si semplificano i vari messaggi. Ne è
esempio il Commiato di Cristo
dalla madre (1521), in cui la scena è ambientata in un ampio
edificio rinascimentale che
si apre
sul fondo
verso un giardino;
in quest'opera è evidente l'amore dell'artista per i più minuti
particolari: i fiori, le piante, gli animali, i conigli.
È un piccolo quadro
naturale che si aprirà fino a diventare un ampio paesaggio pieno di
luce nelle due pale di San Bernardino
e di
Santo Spirito, entrambe datate 1521. Le precedenti sacre
conversazioni erano accolte in absidi di chiesa che richiamavano un
gusto bramantesco, ora solo un drappo
gradua la luce e
permette un dialogo umano fra la Madonna e i santi. Eseguì anche
numerosi ritratti della nobiltà provinciale:
quello di
Lucina Brembate, oltre a essere un personaggio sicuro e invadente
nel suo sorriso ambiguo, offre anche emblemi allusivi: infatti, nella
luna che appare sullo sfondo, ci sono due lettere
(C, I),
che inserite
nel sostantivo luna danno il nome della gentildonna. Lo Sposalizio
mistico di santa Caterina (1523) è un omaggio a Niccolò Bonghi,
padrone di casa di Lotto, che vi compare accanto alla Madonna, in
una soluzione tutta
lottesca che elimina il divario fra divinità e umanità. Gli ultimi
anni del soggiorno bergamasco furono fecondi
anche nel
campo dell'affresco: la cappella Suardi di Trescore (1524), con
il ciclo delle Storie di santa Barbara e di santa Brigida, comunemente confusa
con santa Chiara, costituì uno dei maggiori impegni dell'artista. La
narrazione a episodi riprende una simbologia paleocristiana in
un'interpretazione nuova, realistica e popolaresca. Infatti al centro
della parete si eleva la figura di Cristo, dalle cui mani si allungano i
tralci di una vite che vanno a formare dei tondi con una serie di santi
e di martiri: è l'antica allegoria
evangelica dell'«io sono la vite e voi i tralci»; mentre
all'estremità della parete gruppi di eretici precipitano dopo aver
tentato di recidere
i tralci. Alla fine del 1525, dopo aver terminato anche gli
affreschi di san Giorgio a Credaro e di san Michele al Pozzo Bianco,
Lotto partì per Venezia, dove realizzò opere lontane dall'enfasi
allora predominante di Tiziano, mentre continuava a preparare i disegni
delle tarsie di Santa Maria Maggiore di Bergamo che spediva perché
fossero realizzate dall'intagliatore Gianfrancesco Capoferri. Il
periodo che va dal
1526 al 1532 è documentato dalle lettere, che precisano anche le sue
idee in fatto di religione, negli anni della Riforma protestante, che
rendeva sospetta qualsiasi interpretazione della Bibbia diversa dai
soliti schemi. Inoltre offrono notizie sui rapporti dell'artista con le
Marche: l' Annunciazione,
molto probabilmente, fu
eseguita a Recanati negli anni tra il 1526 e il 1528. Nella stanza
descritta nei minuti particolari irrompe l'Angelo,
che sorprende
la Madonna in atto di chiedere quasi comprensione a chi guarda e
fa fuggire a balzi il gatto, forse rappresentazione del male.
L'interpretazione è tutta nuova, segno
di tempi
dalla religiosità
inquieta e della personalità anticonformista di Lotto. Ma Venezia non
poteva soddisfare l'artista, che in una lettera del 21
novembre 1528 scrive di avere in animo addirittura di andarsene
dall'Italia. Si recò allora nuovamente nelle Marche e nel 1532 consegnò
a Jesi la pala di Santa Lucia,
commissionatagli nel 1523. Il
Libro di spese (1538-56) rende
possibile la ricostruzione delle sue vicende e permette di stabilire che
dal 1532 al 1540
egli fu
nelle Marche e quindi di nuovo a Venezia, dove fu definitivamente
emarginato; dopo due anni di convivenza con il nipote Mario d'Armano e
la sua famiglia, si trasferì a Treviso, escludendo i parenti
dall'eredità. Nella casa di Giovanni dal Saon, Lotto continuò a
dipingere ritratti e
pale d'altare fino
a quando
la gente
che mormorava che «stava alla pagnotta da pedante, a l'ombra
d'altri mangiar col capo in sacco», non contribuì a deteriorare una
vita che poteva
essere vissuta tranquillamente nell'ambito familiare. Il 25 marzo 1546,
a Venezia, scrisse il suo testamento, che è anche un resoconto degli
ultimi avvenimenti: ormai vecchio, ammalato, in ristrettezze economiche,
«solo, senza fidel governo, et molto inquieto della mente» si trasferì
nelle Marche, dove a Loreto si
fece oblato «per
non andarme più avolgendo in mia vecchiaia ho voluto quetar la mia vita
in questo santo loco». È l'ultimo atto di una professione
di fede che, pure se espressa in maniera originale, non era mai
venuta meno, come aveva testimoniato la pala per San Domenico di Cingoli
con la Madonna del Rosario
(1539).
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