biografie
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LORENZO LOTTO  (Venezia, 1480 ca - Loreto, 1556)

La sua formazione artistica pone problemi agli studiosi: Vasari (1568) la dichiara veneziana, nella tradizione Bellini-Giorgione; Lomazzo (1590) sottolinea l'accento lombardo della sua pittura e Lanzi  (1795)  lo  ritiene  addirittura  un  allievo  di Leonardo. Longhi (1928) ha specificato che la componente lombarda si è innestata più tardi e in tale scia si sono inseriti i giudizi degli studiosi contemporanei, fra i quali Anna Maria  Brizio (1953). Certo Lotto era pittore che assimilava immediatamente gli spunti presenti nella pittura veneziana del tempo, ma  al  tempo  stesso  li  vagliava attraverso la propria sensibilità. Un dato di fatto fondamentale resta: egli sentiva il colore  in  funzione  di  un  tessuto  plastico volumetrico, imprimendogli una integrità di zone luminose come un cristallo, spiega Pallucchini. Quindi fin dall'inizio Lotto fu disponibile a ogni tipo d'incontro e di esperienze, ma non in maniera indiscriminata, bensì secondo un suo intimo senso  figurativo  che  lo porterà a non accettare Giorgione a Venezia e Michelangelo a Roma. Lorenzo Lotto, figlio di Tomaso, nel suo testamento del 25 marzo 1546 si dice «de circha anni 66» e «pitor venetiano».  Molto  probabilmente in gioventù si recò nelle Marche, comunque è certa la notizia del 1505 che un documento notarile indica come «pictor celeberrimus» a Treviso, dopo aver dipinto la tavola della Madonna col Bambino e san Pietro Martire e san Giovannino (1503), prima opera d'ispirazione  belliniana risolta in maniera originale attraverso una maggiore cura dei particolari. Le radiografie hanno rivelato sotto il san Giovannino  un prelato che sembra essere il Vescovo Bernardo De Rossi, protettore di Lotto, che egli ritrasse nel 1505, il cui «coperto», cioè la  custodia dipinta, reca un'Allegoria del bene e del male. La prima pala d'altare fu dipinta da Lotto venticinquenne: la Madonna in  trono  col Figlio e santi Pietro, Cristina, Liberale e Gerolamo (1505) si ispira alla pala di San Zaccaria di Giovanni Bellini, mentre  nel 1506  è l'altra Pala dell'Assunta; un'altra opera giovanile forse eseguita nelle Marche è il Matrimonio mistico di  santa  Caterina  (1508)  dove tutto è intrecciarsi di mani e di gesti al contrario della calma e del silenzio irreale presenti nel San Gerolamo penitente (1509) che rivela un cambiamento straordinario di moduli narrativi. Lo schema classico della pala è ripreso nel Polittico di Recanati  (1508).  Lo  scomparto centrale in cui è evidente una struttura spaziale di tipo bramantesco accoglie la Madonna col Bambino e san Domenico nell'atto  di  ricevere lo scapolare, i santi Gregorio e Urbano, un angelo e putti musicanti. I due scomparti laterali accolgono uno i santi Tommaso d'Aquino e Flaviano, l'altro san  Pietro  martire  e  Vito;  santa  Lucia  e  san Vincenzo Ferreri, santa Caterina da Siena e san Sigismondo; nella cimasa la Pietà. In questo polittico sembrano  ritrovare  un'unità  le varie esperienze giovanili in una visione coerente. Anna Maria Brizio annota che la costruzione della pala e lo stile sono ancora  veneziani ma vi è una naturalezza più sciolta nelle espressioni e nei colori, quasi un intenerimento  rispetto  all'incantata  purezza  delle  opere precedenti. Lotto giunse a Roma forse su segnalazione dei Domenicani sul finire del 1508, poiché riceve il primo pagamento il 7 marzo  1509 «per il lavoro di dipingere nelle camere superiori, presso la libreria superiore» dove dipingeva anche Raffaello con il quale senz'altro ebbe ampi rapporti. Scomparsi i possibili affreschi di Lotto nelle stanze, anche se potrebbe valere l'ipotesi di una collaborazione fra il pittore veneziano e l'urbinate, rimangono il Ritratto di gioielliere e il San Gerolamo penitente (1509),  che  riprende  un  tema  caro  al  pittore risolto con equilibrio classico, riferibile alla cultura romana. Tra il 1510 e  il  1512  Lotto  ritornò  nelle  Marche  e  la  Pala  della Trasfigurazione (1511), vista e descritta da Vasari, mostra un'evoluzione nella sua pittura, antigraziosa e volutamente arcaica. La Deposizione  (1512)  è  opera  capitale  per  i  richiami  evidenti all'opera omonima di Raffaello. Agli inizi del 1513 Lotto lasciò le Marche per la città di Bergamo. Da Alessandro Martinengo,  nipote  del capitano Bartolomeo Colleoni, era stato proclamato un bando per l'esecuzione di una pala che egli avrebbe voluto  donare  alla  chiesa dei santi Stefano e Domenico. Come Lotto avesse appreso questa notizia, non ci è dato di sapere. Si può solo ipotizzare la stessa via per la quale egli giunse a Roma. Comunque  egli  fu  prescelto  e  per contratto del 15 maggio 1513 eseguì la pala con la Madonna col Bambino, angeli e santi che dopo varie peripezie  fu  collocata  nella chiesa di san Bartolomeo, dove tuttora si trova. La sua permanenza a Bergamo fu lunga e incisiva tanto da far nascere la  fama,  rafforzata anche dall'affermazione di Vasari, che fosse bergamasco. In questo mondo appartato, lontano dalle sollecitazioni culturali  delle  grandi città, maturano e si semplificano i vari messaggi. Ne è esempio il Commiato di Cristo dalla madre (1521), in cui la scena è ambientata in un ampio edificio rinascimentale  che  si  apre  sul  fondo  verso  un giardino; in quest'opera è evidente l'amore dell'artista per i più minuti particolari: i fiori, le piante, gli animali, i conigli.  È  un piccolo quadro naturale che si aprirà fino a diventare un ampio paesaggio pieno di luce nelle due pale di San Bernardino  e  di  Santo Spirito, entrambe datate 1521. Le precedenti sacre conversazioni erano accolte in absidi di chiesa che richiamavano un gusto bramantesco, ora solo un  drappo  gradua  la luce e permette un dialogo umano fra la Madonna e i santi. Eseguì anche numerosi ritratti della nobiltà provinciale:  quello  di  Lucina Brembate, oltre a essere un personaggio sicuro e invadente nel suo sorriso ambiguo, offre anche emblemi allusivi: infatti, nella luna che appare sullo sfondo, ci sono due lettere  (C,  I),  che  inserite  nel sostantivo luna danno il nome della gentildonna. Lo Sposalizio mistico di santa Caterina (1523) è un omaggio a Niccolò Bonghi, padrone di casa di Lotto, che vi compare accanto alla Madonna, in  una  soluzione tutta lottesca che elimina il divario fra divinità e umanità. Gli ultimi anni del soggiorno bergamasco furono fecondi  anche  nel  campo dell'affresco: la cappella Suardi di Trescore (1524), con il ciclo delle Storie di santa Barbara e di santa Brigida, comunemente  confusa con santa Chiara, costituì uno dei maggiori impegni dell'artista. La narrazione a episodi riprende una simbologia paleocristiana in un'interpretazione nuova, realistica e popolaresca. Infatti al centro della parete si eleva la figura di Cristo, dalle cui mani si allungano i tralci di una vite che vanno a formare dei tondi con una serie di santi e di martiri: è l'antica  allegoria  evangelica dell'«io sono la vite e voi i tralci»; mentre all'estremità della parete gruppi di eretici precipitano dopo aver tentato di  recidere  i tralci. Alla fine del 1525, dopo aver terminato anche gli affreschi di san Giorgio a Credaro e di san Michele al Pozzo Bianco, Lotto partì per Venezia, dove realizzò opere lontane dall'enfasi allora predominante di Tiziano, mentre continuava a preparare i disegni delle tarsie di Santa Maria Maggiore di Bergamo che spediva perché fossero realizzate dall'intagliatore Gianfrancesco Capoferri. Il  periodo  che va dal 1526 al 1532 è documentato dalle lettere, che precisano anche le sue idee in fatto di religione, negli anni della Riforma protestante, che rendeva sospetta qualsiasi interpretazione della Bibbia diversa dai soliti schemi. Inoltre offrono notizie sui rapporti dell'artista con le Marche: l' Annunciazione, molto probabilmente,  fu eseguita a Recanati negli anni tra il 1526 e il 1528. Nella stanza descritta nei minuti particolari irrompe l'Angelo,  che  sorprende  la Madonna in atto di chiedere quasi comprensione a chi guarda e fa fuggire a balzi il gatto, forse rappresentazione del male. L'interpretazione è tutta nuova,  segno  di  tempi  dalla  religiosità inquieta e della personalità anticonformista di Lotto. Ma Venezia non poteva soddisfare l'artista, che in una lettera del 21  novembre  1528 scrive di avere in animo addirittura di andarsene dall'Italia. Si recò allora nuovamente nelle Marche e nel 1532 consegnò a Jesi la pala di Santa Lucia, commissionatagli nel 1523. Il Libro di spese (1538-56) rende possibile la ricostruzione delle sue vicende e permette di stabilire che dal 1532 al  1540  egli  fu  nelle Marche e quindi di nuovo a Venezia, dove fu definitivamente emarginato; dopo due anni di convivenza con il nipote Mario d'Armano e la sua famiglia, si trasferì a Treviso, escludendo i parenti dall'eredità. Nella casa di Giovanni dal Saon, Lotto continuò a dipingere ritratti  e  pale  d'altare  fino  a  quando  la  gente  che mormorava che «stava alla pagnotta da pedante, a l'ombra d'altri mangiar col capo in sacco», non contribuì a deteriorare una  vita  che poteva essere vissuta tranquillamente nell'ambito familiare. Il 25 marzo 1546, a Venezia, scrisse il suo testamento, che è anche un resoconto degli ultimi avvenimenti: ormai vecchio, ammalato, in ristrettezze economiche, «solo, senza fidel governo, et molto inquieto della mente» si trasferì nelle Marche, dove a Loreto  si  fece  oblato «per non andarme più avolgendo in mia vecchiaia ho voluto quetar la mia vita in questo santo loco». È l'ultimo atto di una professione  di fede che, pure se espressa in maniera originale, non era mai venuta meno, come aveva testimoniato la pala per San Domenico di Cingoli  con la Madonna del Rosario (1539).

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