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Presentazione

Se non avessi conosciuto di persona mamma Maria Scarano, direi che queste pagine sono una storia un poco romanzata. In realtà si tratta di una storia vera e di una storia benedetta ed edificante.

Pagina dopo pagina il lettore vedrà emergere le dimensioni umane e cristiane di questa donna di Calabria che certamente rimarrà nella storia dell’emigrazione italiana in Australia come una figura tipica, ma così bella, di tante mamme, compresa la mia, che per necessità hanno dovuto lasciare la grama vita contadina del paese di montagna per emigrare in questa terra lontana dove si parla una lingua mai da loro imparata e dove il lavoro e i sacrifici sono continuati nell’intento di creare un domani migliore per la famiglia e per i figli.

Mamma Maria Scarano. La ricordo seduta per ore e ore alla macchina da cucire nella piccola veranda al pian terreno della sua casa di Glebe. E spesso mi domandavo come la vecchia “Singer” potesse resistere a tanto lavoro. Lavoro che Maria donava così spesso col suo cuore generoso ai bisognosi e alle opere missionarie.

Aveva una fede semplice ma forte come la roccia, ed era questa fede in Dio che le dava la forza di superare i momenti di scoraggiamento e di difficoltà. Era Terziaria Francescana da lungo tempo e io stesso, avendola conosciuta per molti anni posso testimoniare il suo impegno di tradurre nella vita lo spirito francescano che è quello di vivere il Vangelo nella semplicità, nel distacco dalle cose terrene e nell’amore generoso verso tutti.

Ho solo parole di ammirazione e di lode per il libro “Dai boschi ai Grattacieli” nel quale Jim Luigi Scarano racconta la storia di sua madre. Una storia che non ha niente di eroico e di straordinario, ma che ci apre ai segreti del cuore grande e generoso di una mamma che lascia ai suoi e a tutti noi un testamento di bontà, di rettitudine, di generosità e di fede cristiana.

Questa mamma è Maria Nunziata Scarano.

Padre Atanasio Gonelli – Cappuccino

Maggio 2001


 

La mamma mi porta dal maestrino

A pensarci bene, mi sembra che la mamma mi abbia trattato come qualcosa di speciale. Le mie memorie di fanciullo sono in maggior parte quelle di essere assai vergognoso, e che la mamma era sempre al mio fianco per difendermi e proteggermi. Ma allo stesso tempo, ero l’unico a dimostrare una certa inclinazione verso lo studio e verso le cose più fini.

Ricordo di aver indicato per molto tempo di essere interessato alla musica. Avrei affrontato qualunque rischio per guardare l’organista in chiesa durante la Messa e durante le feste. Normalmente non era permesso di andare lì, dove era situato l’organo, sulla galleria della chiesa.

Per fortuna, il signore che suonava l’organo fece da ‘compare’ alla mia cresima, che ebbe luogo quando avevo otto anni. Non c’è bisogno di dire, perciò, che non appena il nostro Sangiovanni  con il signor Vincenzo Imperitura fu compiuto, la mamma lo avvicinò e senza alcun timore, gli chiese che mi lasciasse salire sulla galleria per osservare meglio come suonava l’organo: “Il nostro giovane figlio Gino è un ragazzo intelligente, e non causerà nessun problema,” affermò.

Dopo di questo mi sentii un po’ più a mio agio ad intrufolarmi lassù ogni volta che il nostro compare suonava l’organo. Provocava in me un fascino straordinario guardare come usava le mani, e come le dita volavano nel tastare tutte quelle chiavi, pompare quei pedali che davano all’organo il suo vento, tutto questo mentre guardava il prete che al di sotto celebrava la Messa. Avevo deciso, lì per lì, che un giorno, in qualche modo, avrei imparato a leggere la musica e a suonare l’organo – ossia il pianoforte. Dopotutto si trattava delle stesse chiavi – e poi non si dovevano pompare i pedali per dare l’aria ad un pianoforte. A me affascinava particolarmente la tastiera.

Tutto questo avveniva un paio di anni prima della nostra partenza per l’Australia. Il mio interesse per la musica cresceva più forte ogni volta che ascoltavo la banda del paese, seguendola durante le feste – delle quali ce ne erano in abbondanza.

Il clarinetto m’affascinava più degli altri strumenti, come anche il tamburo – del quale io ormai conoscevo qualche cosa, dato che suonavo spesso il nostro tum-tam a Petrorìo.

Mi pare di avere detto parecchie volte alla mamma che desideravo imparare il clarinetto, e allora dopo frequenti richieste, un giorno mi prese per mano e andammo a parlare con il ‘maestro’ della banda locale. Lui era responsabile dell’insegnamento di tutti i giovani musicisti che facevano parte della banda del paese. La mamma, come di solito, andò direttamente al sodo: “Mio figlio vuole imparare il clarinetto. Quando glielo può insegnare? Fra un anno andremo in Australia, ma vuole impararlo adesso!”

Ricordo questo umile e gentile signore scrollare le spalle, e, dopo una lunga pausa, durante la quale sembrava guardare nel futuro, riabbassò lo sguardo a terra, e si rivolse alla mamma dicendo: “Come faccio a dedicare quasi un anno intero di insegnamento al vostro giovanotto, se poi ve ne andate in Australia, e io non lo vedrò più?!”

E così passò un’altro anno. Se volevo imparare la musica, questo sarebbe dovuto accadere in Australia. Nel frattempo mi consolavo a suonare sul mio fischietto, un certo strumento che si suonava come un flauto dolce, e che nostro cugino Giovanni mi aveva aiutato a fabbricare.

La fabbricazione a mano di questi fischietti era veramente un’arte da queste parti. Ci si procurava un pezzo di bambù e si facevano, nei punti giusti, dei fori lungo la canna. Poi ci si procurava un pezzo di legno di pioppo, per la sua morbidezza, e perché si lavorava facilmente con un coltello tascabile. Si modellava nella forma di un bocchino, come quello di un clarinetto, si inseriva nella bocca della canna di bambù ed ecco uno strumento fatto a mano su cui si suonava effettivamente la scala e canzoni a piacere. Non si doveva conoscere affatto la musica. Si suonava ad orecchio. A me piaceva suonare questo strumento mentre pascolavo la capra sui pendii delle nostre colline oppure lungo le sponde della nostra fiumara, perché lì si poteva sentire l’eco ritornare dall’altro lato.

 


Racconti di favole sotto i lampioni della strada

Durante le serate d’estate gli anziani, come altrettanto i giovani e noi ragazzi, ci sedevamo accostati alle soglie di casa sotto la pallida luce del lampione di strada per sentire racconti e favole. Più che di “strada,” si trattava piuttosto di un labirinto di piccoli vicoli, la cui forma e larghezza si attorcigliava e si girava, cambiando completamente ed improvvisamente direzione a causa delle dimore irregolari ed il terreno collinoso. I lampioni stradali dovettero essere stati introdotti mentre ero ragazzo, perché era ancora una “novità” sederci sotto la loro luce per trascorrere lunghe ore in quelle serate d’estate, raccontando storie, o ascoltando i pettegolezzi del vicinato.

La mamma raramente partecipava a queste attività. Stava piuttosto in casa a fare un’infornata di pane oppure a rammendare i nostri vestiti. A me, invece, mi lasciava stare fuori con gli altri ragazzi ad ascoltare quelle favole lunghe e drammatiche. Quelle donne anziane senza dubbio erano tutte analfabete. Come facevano a sapere tante storie e favole era un mistero che tuttora non riesco a capire. Certamente noi pensavamo che le storie fossero trasmesse da una generazione all’altra, tramite i loro racconti.

Ascoltare queste storie non era l’unico passatempo. Noialtri bambini spesso giocavamo a nascondino, correndo qua e là attraverso quei passaggi estremamente stretti – che penso non si potrebbero nemmeno chiamare “vicoli.” In alcuni di loro, ricordo, soltanto una persona alla volta poteva passare. In maggioranza le case erano unite l’una all’altra e molte di loro erano una accanto all’altra per guadagnare spazio.

Dunque noi bambini usavamo queste strettissime grotticelle come nascondiglio e per trastullarci. La mamma ci chiamava dalla finestra aperta quando la cena era pronta o quando era abbastanza tardi da andare a letto.

Ogni volta che ci facevamo male, come per esempio sbattendo le dita dei piedi (ricordiamoci che si correva scalzi) essa si occupava delle nostre ferite usando alcol denaturato ed una fasciatura che aveva recuperato da qualche vestito scartato. Faceva tutto questo senza mai lamentarsi oppure interrogarci su come e dove l’incidente era successo.

 


Raccogliere la navetta

Il ricordo che ho del telaio della mamma è che era enorme. Sebbene questa impressione dipenderà dal fatto che io ero molto piccolo, penso, tuttavia, che quel telaio doveva essere abbastanza grande. Come faceva, altrimenti, quelle pezzare , quelle lenzuola, quelle coperte, quelle tovaglie? Per fare quelle coperte di letto di quella misura così grande, poi i sostegni dai due lati, la larghezza totale doveva essere stata almeno 2-3 metri. Quanto all’altezza, penso che debba essere stata più alta di una persona adulta, perché oltre l’altezza dove la mamma gettava la spola, guidava i fili e operava il pettine, c’era tutto quello che teneva l’apparecchiatura, cioè i rotoli di cotone e gli altri meccanismi che sfidavano la logica e la comprensione di un bambino d’otto anni.

Aiutavo spesso la mamma, come ricordo. Qualche volta riempivo le bobine usando quest’altro aggeggio[1] che si apriva e si chiudeva come un ombrello. La differenza era che, mentre un ombrello s’appunta sulla parte superiore, quest’aggeggio invece era costruito come se fossero due ombrelli che si sostenevano l’uno con l’altro tramite il dorso. Al centro di questo si sosteneva la matassa di cotone, la quale si doveva trasferire sulle bobine.

Il dispositivo era composto di una serie di listerelle di legno, sottili, incrociate, predisposte al sostegno della matassa – un rollo di cotone o di lana. La struttura intera era sostenuta nel mezzo da un fuso centrale che si doveva inserire in un gran pezzo cilindrico di cemento preparato apposta (u pedaninu ), oppure in un pezzo di legno pesante con un foro nel centro. Si collocava l’asse di legno dell’arcolaio (d’u nimulu ) in questo foro, che poi si doveva rendere stabile. La parte di sopra, compresa di pezzetti incrociati, poteva allora girare attorno a questo asse.

Si collocava poi la matassa sulla parte girante; si prendeva il bandolo (il capo del filo) e si faceva aderire manualmente sulla bobina, che era già inserita sopra quest’altro aggeggio (u fusuferru ) fatto di un’asse d’acciaio, circa 7mm di diametro con una testa rotonda sulla cima. Questa testa dava una specie di contrappeso. L’altra estremità del fuso si metteva in un oggetto (u potiri ) a forma di una tazza che si doveva tenere stretto stretto tra le ginocchia mentre si era seduti su una sedia o sullo sgabello.

Il fondo di questo “potiri ” aveva quasi la forma di un mezzo cono. Si collocava l’estremità del fusuferru  nel “potiri” e si girava intorno con la mano destra, guidando intanto, con la sinistra, il filo, sulla prima bobina.

La bobina doveva essere di una misura che aderiva sopra il fuso, così girando il fuso, girava anche la bobina. Se si usava un po’ d’intelligenza, si potevano mettere parecchie bobine sopra il fuso, l’una dopo l’altra in modo di poter andare dalla prima alla seconda e così via, una volta che la bobina precedente veniva riempita. Così le bobine si riempivano l’una dopo l’altra senza fermare il ritmo.

Quando tutte le bobine erano pronte, caricavo la prima nella navetta e passavo questa alla mamma. Lei mi dava la navetta vuota per caricarla, e così via. In questo modo la mamma poteva continuare il suo lavoro senza interruzione. A volte, la navetta scivolava cadendo al suolo. Allora io fermavo il mio lavoro e andavo a raccoglierla, così la mamma non si doveva alzare e perdere forse il controllo del disegno oppure dei pedali. Mi diceva sempre “bravo” – la nostra maniera di dire “grazie.”

Da sotto del telaio si vedeva ancora più facilmente il funzionamento di questo enorme attrezzo. I pedali controllavano il disegno che veniva a formarsi sulla coperta. C’erano almeno quattro e qualche volta sei pedali. Quando la mamma premeva un pedale questo causava l’abbassamento di una porzione dei fili dell’ordito. Così premendo due o più pedali alla volta creava il disegno sul lavoro che faceva.

La navetta passava tra i fili che erano abbassati e quelli che rimanevano elevati. Dopo aver lanciato la navetta tra le due serie di fili, lei premeva alternativamente la coppia di pedali e con il pettine faceva un regolare tumptitam-tum-ta due o tre volte per stabilizzare il filo di croce – la trama – che era lasciato dalla navetta. Questo ciclo si ripeteva.

La sequenza era monotonamente regolare. C’era il tump-tump del pettine. Poi il clac-clic del cambiamento veloce dei pedali. La navetta poi si lanciava nella direzione opposta a quella di prima. Il tump-tamp del pettine, e così via con una ripetizione regolare e ritmica.

Quando lo spazio davanti al pettine si riempiva, la mamma faceva una pausa per arrotolare il lavoro completato sopra il rullo situato davanti e al di sotto dello spazio in cui lavorava. Spesso mi chiedeva un caraffa d’acqua durante questa pausa e poi chiedeva aiuto per arrotolare il lavoro appena completato.

Si doveva togliere la caviglia da entrambi i lati del rullo in modo di poterlo arrotolare per raccogliere il lavoro appena completato. Le caviglie sostituite, ed il sorso dell’acqua rinfrescante consumato con gratitudine, le dava modo di riprendere il suo lavoro con rinnovato vigore e velocità.

Dal di dietro e al di sopra dell’area principale dove si compiva il lavoro, vi era una moltitudine di rotoli giganteschi di cotone che fornivano i fili che formavano poi la coperta. Ci sarebbero stati facilmente 20-40 rotoli situati su fusi verticali, i quali permettevano ai rotoli di fornire il loro filo ogni volta che il lavoro completato era arrotolato. Si creava sempre un gran disordine se uno di questi fili si rompeva. Dato che si doveva poi delicatissimamente ed attentamente riunire all’altro capo prima che il lavoro potesse continuare.

La mamma ha passato una gran quantità di tempo al telaio ed io ho riempito e caricato una gran quantità di bobine, fino a quando non sono andato a scuola.

Ha tessuto moltissime pezzare  per noi. Era la maniera più economica e più veloce per confezionare una coperta. Essa talvolta tagliava degli stracci (puliti) facendoli a strisce, e li inseriva nella navetta. E poi, usando quei rotoli di cotone forte, ne faceva le “pezzare” che veramente erano una meraviglia da guardare; sembravano disegnati apposta con diversi colori e vari disegni. Eppure ci tenevano caldi. Provocavano però un po’ di pizzicore, perchè le strisce di stracci che la mamma tagliava erano un po’ rigidi, dentellati e sfilacciati.

Così ho passato molte ore ascoltando il tumptitum-tam-tu del pettine e il clic-clac-svit dei pedali e la navetta, mentre ciascuno di loro contribuiva nell’operazione complicata del telaio. Su questo mostro meccanico di legno, la mamma ha prodotto moltissimi lenzuoli di cotone per noi e molte pezzare  che ci hanno tenuti caldi nell’inverno.

Penso che la mamma facesse dei tessuti anche per altre persone. Possedere e sapere adoperare un telaio era molto raro, forse c’erano solo altre due o tre esperti nel paese.

In questo modo venivo a “conoscere” la mamma e ad apprezzare le sue abilità, la pazienza, e la saggezza come genitore e come insegnante e protettrice. Forse sarà per tutte queste ragioni che, dopo che siamo venuti in Australia, non ho mai avuto difficoltà nel seguire i suoi consigli ed ascoltare le sue parole piene di saggezza durante tutti questi anni in cui lei ci ha guidati lungo i sentieri dell’ordito e della trama della vita.



[1]    U nimulu, una specie di filatoio.


U' pignatu e i ceci cotti nella sabbia

A pensarci, mi pare che le risorse della mamma fossero veramente inesauribili. Può darsi che si trattasse semplicemente di una tradizione assai antica ereditata dalle generazioni successive. In ogni modo quello che mi viene in mente è come la mamma faceva la caglia, cioè i ceci cotti alla sabbia. Vero che i ceci si cucinavano generalmente nella pignatta, un tegame di creta. Questi venivano bolliti per ore ed ore. Si metteva un sacchetto di cenere nella pignatta per farli cuocere un po’ più presto e per renderli un po’ più teneri, ma si trattava sempre di una mezza giornata di cottura, e molti aggiungenti di acqua bollente, prima che i ceci fossero cotti.

In questo modo si cucinavano anche i fagioli secchi. Spesso, se il tempo era gradevole, cioè chiaro e senza timore di pioggia, si faceva un fuoco lento sul marciapiede, in un angolo, fuori della casa. Si faceva così in modo che, se la mamma doveva andare in campagna, una delle vicine potesse assistere alla cottura nella sua assenza. Si mettevano a cuocere i fagioli, e si manteneva un fuoco lento tutta la giornata. Ogni tanto si doveva aggiungere dell’acqua bollente (questo perché la temperatura non si abbassasse considerevolmente). Verso sera, quando i fagioli erano cotti, si spegneva il fuoco, e si ‘colavano’ i fagioli.

Ricordo che una volta, mentre si cucinavano i fagioli in questo modo, la mamma si recò in campagna lasciandomi a cura delle vicine. Io stavo a casa, e ogni tanto uscivo per vedere se il pignato aveva bisogno di attenzione. Faceva un po’ caldo, mi pare, e mi addormentai per parecchie ore. Quando la mamma tornò, mi svegliai e non ricordavo se era lo stesso giorno oppure il giorno seguente. La mamma mi fece guardare il pignato che si trovava ancora al medesimo posto, ma col fuoco quasi spento, e mi fece capire che era tornata dalla campagna ed io mi ero addormentato per parecchie ore, giacché i fagioli erano quasi cotti. Io girai subito lo sguardo verso il pignato e mi resi conto che la mamma aveva ragione. Era lo stesso pignato del quale essa mi aveva lasciato a carico! La mamma portava erbaggi, ossia verdure dai campi, e poi, con quei fagioli, si sarebbe fatto un bel minestrone, aggiungendo, come capitava, anche delle patate bollite. Era una fonte di proteine molto pratica, e ci sosteneva abbastanza bene!

Quanto ai ceci, si potevano fare anche rogagghia, che in dialetto vuol dire bolliti in acqua finché semi-cotti, per essere consumati come uno spuntino, a manciate. Sia se si cucinavano nel tegame, sia se si bollivano nella scodella, questi ceci si dovevano prima mettere a mollo per almeno cinque o sei ore. Si immergevano i ceci in un contenitore qualsiasi con tre o quattro parti di acqua per volume e in questo modo i ceci si inzuppavano, assorbendo l’acqua e facendosi già grossi grossi.

A parte tutto questo, la mamma ci faceva anche i ceci cotti nella sabbia. Questo prodotto, una volta cotto, si chiamava caglia, e si consumava anche come uno spuntino. Durante la festa di S. Giorgio, di solito c’era molta caglia in vendita che veniva fatta da quelli che erano esperti.

Questa ricetta esigeva una padella, della sabbia, e, ovviamente, dei ceci secchi. In questo caso, però, non si dovevano mettere a mollo. Per procurare della sabbia, la mamma mi mandava in un certo posto, vicino al cimitero, che si trovava al confine del comune andando a sud, cioè al di là della strada principale che si chiamava Lupina. Qui c’era una scogliera che con l’andare del tempo si sgranava naturalmente in un’abbondante fornitura di sabbia di cui tutti i paesani potevano approfittare. Era una risorsa comunale, almeno così credo, perché per quel che ricordo non si doveva ottenere il permesso, né si doveva pagare niente a nessuno per fornirsi di quella sabbia.

Quindi, la mamma mi mandava lì per prendere la quantità di sabbia che potevo facilmente trasportare in un sacchetto di tela che lei stessa aveva fatto al telaio.

Il viaggio da Via Ido Croce, dove noi abitavamo, fino a questo posto dove c’era la sabbia, era una bella camminata di circa mezz’ora. Lungo la via si poteva incontrare chiunque: amici, negozianti, i nostri maestri di scuola. E poi si doveva passare davanti a certi negozi, ossia botteghe dove lavorava gente che mi conosceva. Dico tutto questo perché si sapeva che ero assai vergognoso. Non sapevo affatto come comportarmi se qualcuno mi parlava, se mi faceva delle domande. Subito mi facevo rosso rosso in faccia e tutto quello che sapevo fare era di accelerare il passo e allontanarmi da questi incontri pochissimo desiderati.

Un giorno scorsi da lontano il mio professore, il professore Calvi, che indossava il suo cappotto a due pieghe, con le mani in tasca – doveva essere inverno mi pare. E Lupina era una strada lunga e larga.

Io guardai intorno per tentare di fare una deviazione, ma fu inutile! Non c’era scampo. Dovetti venirgli incontro, e lo dovetti salutare, lui con quel cappotto grigio e pesante, il cappello e i guanti, e mi pare anche gli stivali che usavano i ricchi durante l’inverno, ed io invece come una piccola immondezza, (mundizza), a capo nudo, tenendo il mio sacchetto in una mano e l’altra in tasca…

Raccogliere la sabbia non era difficile. Si andava sotto quella scogliera di pietra sabbiosa e si riempiva il sacchetto adoperando ambedue le mani. Questa scogliera, quasi una falesia, stava là da lungo tempo e tutti approfittavano di quella sabbia. Il vento e i temporali periodicamente facevano sì che quella facciata sabbiosa sciogliesse ancora più sabbia, quindi se ne trovava sempre abbastanza. Un giorno, però, si sentì di una tragedia, quasi prevedibile, ma inaspettata. Due ragazzi, giovani, fratello e sorella mi sembra, si erano recati là come facevamo tutti, per prendere della sabbia. Per disgrazia vi era stato un temporale poco tempo prima, e la falesia si era inzuppata con l’acqua del temporale. Mentre questi due innocenti si trovavano di sotto, raccogliendo un po’ di sabbia, un pezzo massiccio di terra, sabbia e roccia si staccò dalla cima dello strapiombo, cadendogli addosso – uccidendoli sull’istante. Ricordo chiaramente il funerale che si celebrò per tutte e due le vittime di quell’incidente. La chiesa era colma. Fiori dappertutto! Non ci fu anima viva che non piangesse. I mormorii ed i sussurri continuarono in paese per molti giorni…

Ed ora io mi trovavo proprio là, sotto questa falesia di sabbia molle, che aveva ucciso due innocenti. Poteva capitare a chiunque! La mamma, come al solito, mi aveva detto: “Stai attento, non andare vicino al fianco del muro, prendi la sabbia a distanza del pericolo.”

La caglia – cosi chiamavamo i ceci quando erano abbrustoliti nella sabbia ardente – era uno spuntino quasi indispensabile. Perché aspettare che venisse la festa di S. Giorgio? Occorreva soltanto un po’ di sabbia. Si metteva la sabbia in una padella; si faceva riscaldare, si mettevano i ceci secchi e si mescolavano insieme alla sabbia. Con il calore della sabbia nella padella, i ceci si cuocevano. Poi quando erano tutti arrostiti, si scartavano dalla sabbia e si mangiavano caldi. Oppure freddi. Per mantenere la loro consistenza ‘secca’ però, si dovevano tenere in una scatola ben sigillata in modo che non entrasse alcuna umidità.

 


La lavorazione della seta

Ricordo anche come la mamma faceva la seta. Andava a piedi, nel paese vicino – forse dovrei dire la cittadella, per non offendere i nostri amici di Gioiosa Ionica (superiore). Gioiosa era più “civilizzata” del nostro Martone, il quale era popolato, in maggioranza, da contadini. A Gioiosa si trovavano i migliori negozi d’abbigliamento, vestiti moderni, e merce di tutti i tipi. Molti grandi magazzini, gioiellerie, ecc.

In ogni modo, la mamma andava a Gioiosa a piedi. Il viaggio era di circa 5km e s’impiegava una giornata intera per fare andata e ritorno. Comprava, per appena poche lire, una o due delle più piccole bustine immaginabili. In queste bustine piccole c’erano le uova di baco da seta per fare abbastanza seta da soddisfare i nostri bisogni essenziali per forse parecchi anni.

Queste uova erano così piccole da essere quasi invisibili. Un granello di sabbia sarebbe probabilmente l’unica approssimazione vicina a quella misura. Guardavamo con meraviglia e con timore infantile, come la mamma collocava queste quasi invisibili piccole uova in un luogo caldo. Gradualmente con l’andare del tempo, ci faceva osservare come da queste minutissime uova emergevano i più piccoli campioni di verme che si potessero (possibilmente) immaginare. Era come un miracolo. Queste piccole creature emergevano appena fuori da queste uova, strisciando di qua e di là intorno al loro piccolo contenitore probabilmente in cerca di cibo. Si poteva vedere, se qualcuno avesse pensato a farlo, dallo sguardo negli occhi della mamma, che essa già vedeva, probabilmente, dei rotoli di seta, filata ed elaborata, dal quale essa avrebbe fatto, eventualmente, degli scialli, dei fazzoletti, delle sciarpe…

Dal momento in cui queste piccolissime creature cominciavano a muoversi, la mamma cominciava a fornire il nutrimento, nella forma di morbide foglie verdi, raccolte da un gelso bianco. Più tardi, quando questi vermiciattoli si fossero fatti grandi come un bruco, li avrebbe nutriti con foglie di gelso nero.

Come i vermi crescevano di misura, così la mamma cambiava il contenitore in cui vivevano. I bachi da seta ovviamente preferiscono vivere nell’oscurità, perché la mamma li metteva nel nostro forno, dove si faceva, normalmente, il pane. Disponeva per loro un piccolo ramo sul quale questi bachi scalavano e strisciavano a loro volontà. Forniva loro sufficienti foglie di gelso bianco, fresche ogni giorno, finché crescevano abbastanza grandi e troppo numerosi da essere contenuti nel forno. A questo punto venivano trasportati in una grande stanza di una casa abbandonata del paese che apparteneva ad uno dei nostri compari. Loro non l’usavano più, e così permettevano che la mamma la usasse per l’allevamento dei bachi da seta.

Essa si assicurava che tutte le finestre fossero chiuse e che nessuna luce entrasse a sconvolgere i bachi da seta, che crescevano a poco a poco nella misura di un bel bruco grasso grasso. I rami che la mamma provvedeva loro si facevano più grandi finché la stanza intera somigliava ad una foresta di gelsi. Poi versava per loro dei sacchi interi di foglie da mordicchiare e trangugiare. Si avvicinava il giorno in cui quei bachi sarebbero diventati bozzoli!

Noi tutti aiutavamo la mamma durante questo procedimento. Raccogliere le foglie di gelso, trasportarle, e darle da mangiare ai bachi. Ma più di tutto ci divertivamo ad osservare queste creature misteriose, bensì magnifiche, crescere da piccolissime uova fino a giungere alla misura di un bozzolo. Erano dei vermi molto docili, carini, graziosi. Sembravano guardare noi mentre noi guardavamo loro.

Poi arrivava il momento in cui i bachi si facevano bozzoli. Per questo occorreva un bel periodo di tempo. Quando avevano finito di mangiare, rimanevano lì, apparentemente senza far nulla. Sembrava che si fossero addormentati. Quando poi i bozzoli erano completamente formati, somigliavano ad una grossa arachide (nu pinozzu ), piuttosto il doppio della misura normale di un’arachide. Perfettamente ovali; perfettamente bianchi. Si appendevano sui rami che la mamma aveva fornito loro.

Quando la mamma indicava che erano pronti, si mettevano nei sacchi e si portavano a casa per bollirli nella caldaia di famiglia. I bozzoli dovevano essere bolliti in modo che la seta si potesse estrarre. Per ogni bozzolo, la mamma tirava su un filo lungo lungo di seta che faceva rotolare in una palla per essere poi filata e lavorata.

I bozzoli dovevano bollire a lungo. La mamma usava un bastone assai robusto, di solito fatto di un pezzo di canna, per mescolare i bozzoli che pian piano spargevano gradualmente il loro filo di seta che quei vermicelli amichevoli avevano filato. Naturalmente quei poveri vermicelli morivano, cotti nel processo.

Quando tutte le palle di seta erano pronte, la mamma ci mostrava come si doveva filare e preparare le bobine per l’uso al telaio, dove, da grande esperta, avrebbe fatto tutto quel bel tessuto di seta.

 


A caccia di uccelli

Ricordo molti episodi assieme ai miei cugini a Petrorìo. C’era sempre qualcosa di nuovo per trastullarci e passare il tempo, spesso in maniera utile e produttiva come altrettanto divertente. Certo, preparare le trappole per catturare gli uccelli ed altra selvaggina piccola era ormai un affare consueto. Giocare sul tum-tam si faceva di sera quando si accendeva il falò per fare l’arrosto di quello che si era preso.

Ma i giorni d’estate erano così lunghi! Non ci bastava stare semplicemente seduti sotto il castagno per proteggere i nostri vigneti e piantagioni dagli animali – ed anche dalla gente che, passando, poteva recare qualche danno, oppure addirittura rubare dai nostri frutteti. Le nostre zie ci stavano pure, di solito, e così, noi altri ragazzi, cioè Rafeluzzo e Giovanni, ci avventuravamo per fare qualche ulteriore caccia. Rarà (così chiamavamo Rafeluzzo, l’unico figlio maschio di zio Domenico) e Gianni erano esperti alla caccia col visco .

Quello che chiamavamo il visco  era una preparazione fatta da un certo piccolissimo frutto di un albero che cresceva di rado nei nostri boschi. Questa frutta aveva appena la misura di un pisello. Verde, abbondante, e assai viscoso al tatto. Si raccoglievano migliaia di questi ‘piselli’ e poi si bollivano in una gran pentola, producendo una specie di ‘sciroppo’ che si doveva mescolare continuamente affinché non si trasformasse in una sostanza assai viscosa, appiccicaticcia, che aderiva quasi ad ogni oggetto con cui veniva in contatto. Questo sciroppo, una volta raffreddato, rimaneva viscoso e, fino ad un certo tempo, umido e molle.

Questa sostanza era utile per intrappolare gli uccelli, però si doveva conservare la sua viscosità per un certo periodo. Allora si avvolgeva in un rotolo di pelle (generalmente pelle di capra) che si era lavata e pulita e preparata a forma di un gran fazzoletto. Si metteva una bella porzione di questo visco  e si arrotolava nel ‘fazzoletto’ in modo di mantenerlo umido e molle. Poi si metteva nello zaino, assieme a dei bastoncini di legno.

Questi bastoncini, della lunghezza di circa 25cm, e dello spessore di circa 3mm, si ottenevano da qualsiasi pezzo di legno che era facile da sagomare usando soltanto il coltello di tasca. Si faceva la punta ad una delle estremità, che serviva per inserirli sui rami degli alberi, dove si faceva un piccolo taglio con il coltello.

Ci si doveva portare un mucchio di questi bastoncini, poiché molti venivano persi durante questa caccia agli uccelli volanti. Si mettevano assieme col ‘viscato’ nello zaino, si preparava un po’ di pranzo, e si era pronti per la partenza.

Appena si scorgeva un bell’albero che sembrava attrarre uccelli di una misura e di una qualità che non facesse pena vederli cotti arrosto, si iniziava la preparazione per l’attacco. Questo doveva avvenire nel massimo silenzio. S’imbrattava una porzione di quei bastoncini nel visco , e si saliva, coltello in mano, e zaino addosso, fino all’estremità dell’albero, dove si erano osservati gli uccelli.

Si faceva un piccolo taglio col coltello sul ramo e s’inserivano i bastoncini. Siccome questi bastoncini erano stati imbrattati con quella sostanza verdastra, questo gli serviva da maschera fra il fogliame dell’albero.

Si mettevano in piccoli gruppi, in modo che, quando un uccello grandicello veniva ad appoggiarsi contro quei bastoncini, ne causava la caduta, quindi si doveva raccogliere alla svelta prima che si districasse, e si liberasse, da quei viscosi bastoncini.

In questo modo si catturavano gli uccelli vivi, non che si tenevano vivi a lungo; non si prendevano mica per sport. Si prendevano per mangiarli! Allora si tirava il collo del povero uccello, si metteva nel sacco, e si aspettava il prossimo che sarebbe ben presto caduto …

Se si era scelto l’albero giusto, era quasi sicuro che, alla fine del pomeriggio, si ritornava a casa con un bel sacchetto di uccelli: dieci oppure venti non era un numero straordinario.

Il cugino Gianni aveva imparato quest’arte da suo padre, zio Vincenzo, come pure Rafeluzzo da suo padre. Da parte mia, io non ero ancora abbastanza cresciuto da salire sull’albero a fare la paratura. Ma osservavo attentamente per vedere come si faceva. Mi era permesso, però, raccogliere gli uccelli caduti, e porgerli ad uno di loro per torcergli il collo. Dovevo fare attenzione che non scappasse, dato che la povera vittima era ancora viva e lottava con tutte le sue forze per liberarsi da quei viscosi bastoncini che ancora gli aderivano addosso.

Questo metodo di dare la caccia agli uccelli era una tradizione. A volte, per risparmiare tempo prezioso quando si arrivava sul sito, s’imbrattavano i bastoncini col visco , prima di partire, e si mettevano nel rotolo di pelle, tutti pronti per essere usati. Così non si asciugavano durante il viaggio.

Il metodo era anche economico, siccome gli ingredienti si trovavano senza pagamento. Una cottura di visco  durava per molti viaggi, ma certo parecchi bastoncini si sarebbero persi oppure rotti durante la caccia, ma questo ci dava qualcosa da fare!

 


Un ramoscello si fa panno

Ricordo anche che si andava in campagna a raccogliere la ginestra. La mamma e il babbo la tagliavano, e noi bambini la raccoglievamo, legandola in piccoli fagotti che poi si portavano giù al fiume dove venivano bolliti e trattati.

Dapprima questi fagotti si collocavano sotto l’acqua nel letto del fiume, ben legati e sistemati sotto una pietra abbastanza pesante in modo che l’acqua fresca del fiume non li portasse a valle. L’acqua fresca corrente del fiume ammorbidiva gli steli della ginestra e dava loro un aumento in volume e una consistenza più trattabile.

Poi dopo otto giorni, si toglievano i fagotti dall’acqua per farli bollire nella caldaia di famiglia, la quale si portava al fiume con l’aiuto del nostro asino. Qualcuno di noi era incaricato di mantenere il fuoco sotto la caldaia in modo che l’acqua si tenesse ad una temperatura stabile, quasi bollente.

Quando i fagotti erano ulteriormente ammorbiditi nell’acqua bollente della caldaia, questi si portavano dal gruppo responsabile della pelatura. La caldaia si riempiva di nuovo con degli altri fagotti tirati dal letto del fiume.

La pelatura doveva essere effettuata mentre gli steli della ginestra erano ancora caldi. Se si lasciavano asciugare e raffreddare, sbucciarli sarebbe stato più difficile. Si indossavano normalmente dei guanti – se c’erano – ma noi usavamo generalmente le mani perché erano state rese abbastanza dure dai lavori che facevamo.

Quando gli steli erano sbucciati, si scartavano i pezzetti rigidi e si metteva da parte la scorza, la quale si era fatta, a questo punto della procedura, di un colore verde-scuro. Si collocava la scorza sbucciata in piccoli cumuli per la fase seguente del processo – la battitura.

La battitura si faceva con dei bastoni di legno. Si collocava un piccolo cumulo di corteccia di ginestra su di una pietra piatta e dura – che si trova in abbondanza sul letto del fiume – e si eliminava tutta quella melma verdastra dalla pelle, colpendo ripetutamente il cumulo col bastone.

Avendo così schiacciato la melma verde fuori della scorza, rimaneva una trama fibrosa di colore giallastro, la quale diventava, più in avanti, il filo che si usava per generare ogni specie di tessuto sul nostro telaio di famiglia.

Immergendo nell’acqua fresca e alternativamente battendo più e più volte quella corteccia spellata, quest’arbusto selvatico si trasformava in una fibra robusta e bianca che era più forte e più durevole del cotone.

I fagotti di questa fibra giallastra di ginestra si collocavano al sole per seccarsi. I nostri fiumi in quei giorni scorrevano continuamente di acqua fresca, chiara e potabile. La sabbia e la ghiaia sul letto del fiume erano pure e pulite. Si metteva anche il nostro bucato sulla ghiaia ad asciugarsi senza la minima preoccupazione che si sporcasse. Nella stessa maniera, le fibre di ginestra si asciugavano completamente al pulito, sotto il calore secco del sole, facendosi intanto sempre più bianche.

Quando queste trame si asciugavano, diventavano anche leggere. Tutta questa fibra di ginestra era poi collocata nei sacchi che avevamo portato per questo scopo, e si caricava sull’asino di famiglia per il trasporto al paese, dove la mamma la filava, trasformandola in un filo continuo per fare del panno.

Questo lavoro continuava ogni giorno per una settimana intera, o più, a seconda della quantità di ginestra che si era riusciti a raccogliere.

Quando era tempo di fare un po’ di pausa per il pranzo, non c’era bisogno di andare al negozio per acquistare nulla. Il fiume era assai distante dal paese, e in ogni caso noi non “compravamo” mai cose da mangiare. Facevamo quasi tutto noi stessi. Sul lato del fiume, per esempio, a pochi passi da dove si lavorava la ginestra, c’era il nostro appezzamento di giardino che si coltivava ogni estate. Allora la mamma andava per raccogliere abbastanza verdura da fare un’insalata sontuosa per tutti. Queste insalate erano tanto gustose quanto erano sostanziose ed uniche, in quanto erano fatte dagli ingredienti raccolti lì per lì nell’appezzamento: pomodori, cetrioli, cipolle, lattughe, basilico e origano. C’era della frutta: fichi, prugne, mele, more di gelso, fichi d’India, e altra frutta secondo la stagione. Si portava anche il nostro pane di casa. Dunque, eravamo completamente autosufficienti.

C’era di tutto. Bisognava soltanto lavorare duro e, dato che la nostra famiglia cresceva di numero con l’andare degli anni, eravamo in grado di sostenerci moderatamente. Nostro padre e madre erano gli insegnanti e le guide sul sentiero di questa vita rurale – molto austera ma naturale.

Da questa ginestra la mamma faceva le coperte, gli asciugamani, e tutti i generi di panno per molti usi. Alcuni degli asciugamani e coperte che ha fatto in quei giorni esistono tutt’ora, tale era la qualità e l’amore che essa metteva nel suo lavoro.

Niente di questo sarebbe mai stato possibile per noi da realizzare, se non fosse stato per il genio della mamma e per il suo talento e la sua abilità ad imparare velocemente e ad utilizzare qualunque cosa per un fine produttivo ed utile.