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"Sono un truzzo
e me ne vanto
te lo suono e te lo canto
Sono un truzzo
e me ne vanto
Son nemico del tamarro
Passo tutto il giorno al barrouh
Dopo ciulo un motorino
me ne vado per Torino…"

Cantavano cosi', a Torino, i Truzzi Broders (è proprio scritto così...-ndr special thanks Renzo Rolando di Volpiano), nel lontano 1985, periodo della Pantera; concerti in piazza, manifestazioni, proteste studentesche come ultimo strascico di ideali rivoluzionari sessantottini per abbattere quegli ultimi obsoleti e dottrinal-gerarchici poteri assoluti delle "civili" istituzioni.
Più libertà, dunque, nel vestire, nell'atteggiamento, nel linguaggio. Il sublimare le turbolenze adolescenziali con un comportamento meno rispettoso, meno diplomatico, meno puritano, ma sicuramente più libero, alla ricerca di una identità non più solo individuale, ma generazionale. Ma dove e quando nasce veramente il Truzzo?
E’ il risultato perfetto delle tendenze originali di quegli anni, iniziato con giovani teppistelli di periferia, sulla strada, per poi espandersi a tutte le classi sociali, mescolandosi al tipico siero anni Ottanta: New Wave, paninari, metallari, militari, studenti, immigrati, disoccupati, operai, proletari, impiegati. L'incalzante desiderio del contropotere (Yankees go home!).
Dopo aver ereditato le turbolenze giovanili degli anni '60, i giovani italiani degli anni '80 hanno quindi continuato a masticare il linguaggio volgare da strada, questa volta influenzato dagli spicci dialetti arrivati dal Centro-Sud Italia.
Un gergo sempre più sintetizzato, simile al borgataro-coatto di Roma, a volte esaltato comicamente nelle commedie di Fabrizi, Sordi, Montesano, Verdone, Milian. Passando al Nord-Italia, tale linguaggio ha compiuto continue mutazioni, trascinandosi dietro le sue umili etimologie; è scomparso quasi del tutto il dialetto, sono rimaste costanti alcune peculiarità: immediatezza (sintesi), ironia e comicità.
In quegli anni (1970-1990), il desiderio di una comunicazione più immediata nacque, forse, dal rifiuto dell'obbligo istituzionale di abbandonare i propri dialetti; per molti, la nostra poetica lingua italiana fu considerata troppo dotta ed ampollosa per i comuni dialoghi di una vita quotidiana sempre più "di fretta". Non a caso fecero la loro incipiente comparsa anche i vocaboli anglosassoni.
Ironia e comicità invece, nacquero essenzialmente dalle liberta' conquistate; niente più imposizioni, niente piu' tediosa serietà.
Tutto ciò è valido allora come oggi. Ma il truzzo non è solo linguaggio; è uno stile.
Uno stile divenuto costantemente inadeguato, contradditorio, fuori tempo e fuori moda, come affermano ancora i nostri originali fratelli Truzzi (chi volesse conoscerli meglio, possiedono anche un sito! ).
Il truzzo non è quindi da confondere con qualsiasi altro stile generazionale contemporaneo (punk, metal, dark, ecc.). Il truzzo è stato spesso indicato in senso dispregiativo, come un qualcosa di grezzo, ignorante, materialista, sudicio, ribelle, nullafacente, truffatore, esaltato, che rasenta il teppismo, continuamente additato e messo alla gogna.
Oggi però sappiamo che lo stile truzzo coinvolge molti più strati sociali, che attingono con successo le sue parti più simpatiche, utili e moderate. Come si dice, c'è un truzzo in ognuno di noi, magari piccolo, nascosto, che vuole solo gridare e venire fuori in tutta la sua truzzaggine. Anche in te!
Il truzzo ha trovato una vera e propria identità sia di stile che di linguaggio, divenuta promotrice della moderna necessità di una comunicazione breve, concisa, veloce, incisiva, sintetica, e che, mista alla cinica svogliatezza, fa del truzzo una delle figure socialmente piu' originali ed interessanti di questi decenni.



I puntini gialli sono i Truzzi

Questa e' di Torino la mappa dove la percentuale dei truzzi è più intensa (puntini gialli).



Abbigliamento tipico del truzzo: Chiodo, Scott, giacca di jeans con o senza maniche. Talvolta basco ed occhiali a specchio-goccia o generici da sole. Pins, spille e/o toppe facoltative.
Pantaloni con banda laterale, anche in pelle, oppure gaucho neri enormi ma corti, oppure jeans di sottomarca proletaria. Fibbia e cintura giganti, modello texano e/o borchiato.
Camicietta bianca di raso lucido con ricamo in contrasto, con gilet stretto, solitamente nero, a volte frangiato, in pelle o finta pelle. Talvolta fiocchettino in raso.
Anfibi, carri armati, stivali (El Campero) o scarponi, oppure "inglesine" dette anche "iarrine". D'obbligo la punta di metallo, spesso a mezzaluna e con i revetti, oppure anche interna, o mozzata per gli stivali.
Calzettino corto bianco o calze sportive spesse ed abbassate.
Foulard, bandana, talvolta o kefiah (per la protesta).




Scala delle Unita' di Misura usata dai truzzi
(in ordine crescente)


Un cazzo
Due righe
Due dita
Una mappina
Una mattanza
Un sacco, un pacco
A palla, a manetta, a nastro
Una cifra, un panico
Un casino,un bordello,un puttanaio
Un fottìo
Un macello
Un ciulo


Questo è un tipico muro con le tipiche scritte "graffiti" del decennio 1980-1990, periodo di massimo splendore della (in)civiltà truzza, figlia della speculazione edilizia delle periferie metropolitane e della protesta proletaria.
Per esempio, prima che al Liceo Gioberti, tutt'ora esistente (Via S. Ottavio), venissero ridipinti i muri esterni (1990), la RAI fece una veloce ripresa video delle numerose scritte e degli artistici murales su di esso dipinti, da archiviare come segno di un'epoca.
L'Istituto Santorre di Santarosa (C.so Peschiera) e la zona San Paolo ne sono stati altri esempi.
Il muro espone una fotografia delle convinzioni di quegli anni, che non devono essere confuse nè col truzzo nè con qualsiasi altro stile generazionale.
La Street Art rispecchia sempre lo stile e l'opinione della persona che vive la strada, come, in questo caso, il truzzo.
Di veloce consultazione è il TRUZZIARIO, un veloce dizionario di lingua, gergo e fraseologia utilizzata dai TRUZZI.

Tipico muro degli anni '80

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