Matrix revolutions
Mai, nella storia del cinema, la conclusione di una trilogia ha così grossolanamente tradito le premesse, le basi psicologiche e logiche dei personaggi, la storia, del primo episodio. Tra Matrix Revolutions e Matrix vi è un abisso talmente incolmabile che sembrano scritti da artisti diversi, girati da registi diversi e recitati da altri attori. Se questo è dovuto alle pressioni ricevute dai fratelli Wachowski o se è una trovata per produrre altri episodi lo vedremo. Di certo un film come Matrix non si meritava un epilogo del genere.
Prima ancora delle conclusioni ideologiche e politiche a cui il film arriva, vale la pena osservare la debolezza filmica di Matrix Revolutions. Se in Matrix non c’è un solo dialogo di troppo, non c’è un solo fotogramma che non sia necessario e sufficiente alla storia, qui vale decisamente il contrario. Non c’è un solo dialogo degno di questo nome. La puerilità degli scambi tra i personaggi, rispetto alla complessità di Matrix Reloaded è tale che sembra girato da due analfabeti che, avendo visto Matrix e Matrix Reloaded, volevano farne una parodia con i limitati mezzi culturali a propria disposizione.
Matrix è un continuo stupire lo spettatore, in Matrix Revolutions non c’è nessuna scena che non derivi pedissequamente, trivialmente, dalla scena precedente secondo una concatenazione bambinesca. L’attacco delle macchine a Zion è qualcosa di visto mille volte, è l’ennesima ripetizione delle Termopili, di Fort Alamo e di qualunque altra battaglia in cui il manipolo di eroi si oppone a un invasore infinitamente più potente. Non c’è un solo frammento dell’attacco (dagli amici che muoiono dopo atti di eroismo ai nemici che vengono distrutti come mosche) che non si sia stato visto altre mille e mille volte. Al massimo, con quella sorta di bazooka che gli uomini usano contro le macchine, i fratelli Wachowski hanno voluto rendere omaggio ai talebani che combattevano i russi o forse agli iracheni che combattono gli americani.
Il ruolo di Neo appare confuso e incerto quanto Neo stesso. L’eletto appare vivere a cavallo del mondo degli uomini e delle macchine ma senza che ciò sia spiegato in alcun modo. La sua missione nel mondo delle macchine è risolta in modo patetico. La sorte fa morire Trinity cosicchè, a differenza di Matrix Reloaded, l’eletto non abbia dubbi sulla scelta da fare. Ma in che cosa si risolve la sua missione di liberatore? Penetra nel mondo delle macchine con facilità, trova niente meno che il dio delle macchine che gli pone delle domande come fosse Mosè salito sul monte Sinai. Ora mentre Neo conclude Matrix spiegando alle macchine che sta per mostrare agli uomini un “mondo senza di loro”, ovvero sta armando politicamente la razza umana per estirpare le macchine dalla faccia della Terra, posto di fronte alle macchine che cosa è in grado di dire? Pace e amore. Neo l’eletto si riduce a un hippie. La tigre, alla prova decisiva, si dimostra una pecora. Ovviamente a quel punto che senso ha il lungo e noioso combattimento con Smith? A quel punto del film sappiamo che Neo e Smith sono niente meno che la stessa cosa, sono come le due facce della stessa medaglia, il bene e il male, lo yin e lo yang. Smith è stato creato per equilibrare le equazioni del programma che l’eletto squilibrava. Alla fine l’eletto “libera” Smith dandogli la libertà. Qui dovrebbe esserci il senso filosofico del film: il libero arbitrio dell’uomo che sconvolge le macchine. Ma l’esito è decisamente misero. Che cos’è infatti la libertà? Morpheus in Matrix lo spiega bene a Neo: la libertà è in’illusione in un mondo di schiavitù e finché esisteranno le macchine l’uomo non sarà libero. Qui invece basta l’idea di libertà per portare Smith all’autodistruzione, salvo vedere l’agente Smith morto trasformato nell’oracolo.
Tanto basta alle macchine per decidere una tregua a tempo indeterminato con gli uomini. Le macchine, dopo aver semidistrutto Zion, si ritirano felici e contente. E Morpheus piange di gioia. Il sacrificio dell’eletto, che intanto viene condotto, deposto come il Cristo, nel cuore della città delle macchine, ha salvato la razza umana.
La scena finale a questo punto è ovvia: le due facce di Matrix, l’architetto e l’oracolo, il padre e la madre, l’equilibratore e la sparigliatrice del sistema, sono contenti che seppur a fatica l’ordine sia ristabilito e il gioco può ricominciare.
Ed alla fine ci si rende dunque conto del senso del titolo del film. Non una rivoluzione, un cambiamento radicale e definitivo del sistema, ci proponeva il film, ma le rivoluzioni, cioè un ciclo, l’eterno ritorno, la ruota del karma (che una famiglia di indiani spiega all’eletto), una giostra in cui i combattenti salgono sperando di cambiare le cose non sapendo di essere manovrati come marionette sin dall’inizio.
Il tradimento dello spirito di Matrix è completo. Ed è anche riconosciuto apertamente. Matrix ci racconta di una guerra senza quartiere. Ma qui “the war is over” annuncia il ragazzino-San Gabriele. Dunque è finita, non è vinta. Ma siccome sappiamo che l’uomo finché esisteranno le macchine non sarà libero, la guerra in realtà è persa, la schiavitù continua.
I fratelli Wachowski hanno detto che Matrix è per loro il “lavandino di cucina” nel senso che vi hanno posto tutti i riferimenti culturali possibili. Nei primi due film questo è chiaro fino all’eccesso ed alcuni dialoghi di Matrix Reloaded occorre sentirli diverse volte per sviscerarli teoreticamente. Qui siamo alla farsa. Qui del lavandino di cucina è rimasto l’avanzo della cena prima. I riferimenti si sono ridotti alla parodia dei vangeli, ad alcuni riferimenti al Signore degli anelli (l’eletto che va nella città del nemico mentre l’esercito di questo attacca la sua città) e a poco altro tra cui, nelle conclusioni, il mago di Oz. La perdita di spessore è impressionante. Questo colpisce più di tutti i personaggi più complessi. In fondo, Neo e Trinity sono personaggi abbastanza lineari, si amano, combattono. Sebbene Neo, come detto, si sia fatto da lupo agnello, in definitiva non ha mai capito che cosa stava facendo. Ma che dire di Morpheus, un uomo che ha passato la vita intera a cercare l’eletto per annientare le macchine e si ritrova a gioire della tregua da esse accordata. Un capo vigoroso e autorevole che quando Niobe conduce la nave in salvo è appena in grado di eseguire i suoi ordini. Trinity dal canto suo si è trasformata in una bisbetica, buona solo per colpire con i suoi ridicoli calcettini i cattivi e condurre l’eletto sul Golgota.
L’agente Smith non ha fatto una fine migliore. Era il capo dell’apparato ideologico-repressivo delle macchine, qui diventa un pazzo, ma anche il fratello gemello dell’eletto. Cercare una connessione tra lo Smith che diceva “male, molto male signor Anderson” e questo patetico teppista non ha senso.
Ma lo stesso Merovingio, che spiegava deliziosamente che il potere è controllo, qui si riduce a un mafioso che per giunta si fa incastrare sotto la minaccia delle armi e in casa sua.
Se Neo e Morpheus, come caratteri, sono stati totalmente traditi nell’epilogo, le illogicità si ammassano l’una sull’altra, il che stride apertamente con la coerenza cristallina di Matrix. Partiamo dalla battaglia stessa. Gli uomini sanno di essere in enorme inferiorità numerica. Affrontare la battaglia a viso aperto con nemici che non hanno alcun rimorso o scrupolo, è dunque inutile. Ma gli uomini hanno gli EMB, l’arma che devasta le macchine a costo di una ridotta perdita per gli uomini stessi. La logica vorrebbe che la difesa fosse affidata a sequenze di EBM che annientassero le ondate delle macchine. Invece si va al massacro sparando con armi da fuoco...; ma le macchine non sono da meno. Potrebbero annientare in pochi secondi tutti gli abitanti di Zion veicolando gas nervini o prodotti analoghi nelle condotte di areazione, invece svolazzano come api impazzite trafiggendo qui e là qualche malcapitato. E perché mai le macchine dovrebbero far sopravvivere Zion? Quale vantaggio gliene viene?
Ma l’incoerenza maggiore è proprio il dio delle macchine. Il senso di Matrix, profondo e potente, è che le macchine non sono “cattive”, non c’è il grande vecchio, la Spectre di Bond o Sauron del Signore degli anelli che si incarica di assorbire tutto l’odio degli spettatori. Le macchine hanno cominciato a sfruttare l’uomo per mecessità e continuano a farlo secondo un piano logico ma non teleologico, senza un centro. Matrix è un programma, un sistema, non un’entità astrattamente malvagia. Qui questa struttura è rovesciata e Neo parla con questa incarnazione malefica circondata di insetti che non fanno mai male per accrescere lo schifo, quando le idee difettano.
Come si diceva i riferimenti religiosi hanno preso il sopravvento, laddove in Matrix l’equilibrio tra funzione politica e mistica dell’eletto era del tutto azzeccato. La battaglia finisce quando i sopravvissuti si rifugiano nel tempio (un ricordo delle campagne di Israele dell’esercito romano?). Non solo, ma la fine dei due eroi è inconograficamente palese. Neo muore e siede alla destra del padre, Trinity muore trafitta come San Sebastiano.
I romani dicevano che repetita iuvat. Ma non funziona così per Matrix. I combattimenti, le sparatorie, sono nel terzo una parodia di quelli del primo Matrix. Sono risapute, semplicemente più ricercate, non aggiungono nulla se non noia. E che dire dell’oracolo, enigmatica sfinge che diviene cialtrona, attaccata da Morpheus e da Smith per ragioni opposte, che non trova di meglio che dire all’agente Smith “sei un bastardo”, forse con riferimento alla sua origine di programma sentinella?
Che i fratelli Wachowski vogliano eliminare ogni speranza nel pubblico lo si vede da una scena rivelatrice. La nave di Trinity e Neo vola sopra la coltre di nuvole per evitare le macchine che l’eletto non era riuscito a scassare. Trinity vede il Sole e commenta: è bellissimo. Potrebbe essere l’inizio di un’idea: loro due che scappano per restare nel paradiso terrestre iperuranio. Oppure anche, semplicemente, un suggerimento: le macchine non possono volare in alto. Basta porsi a poche centinaia di metri dal suolo per vivere felici. E invece la nave dopo pochi istanti piomba nella cupa e plumbea realtà, Trinity viene uccisa, Neo si avvia al suo calvario.
Un’ultima osservazione può essere fatta per la colonna sonora. Matrix conteneva brani di musica rock molto potenti e combattivi. Matrix revolutions contiene solo placidi e sonnolenti pezzi strumentali. Evidentemente chiudere con un pezzo dei Rage against the machine dopo averci ammorbato con due ore di “pace e amore” è sembrato troppo anche a loro.
Rimaniamo dunque con enormi interrogativi irrisolti. È Zion la realtà vera o solo in’illusione. La bambina indiana è il nuovo eletto, o il nuovo oracolo o tutti e due. Morpheus continuerà a cercare l’eletto o si renderà conto che è inutile e si darà all’alcol. La ribellione stessa è un trucco di Matrix o un genuino sentimento degli sfruttati riassorbito grazie ai traditori e ai doppiogiochisti. A questo punto occorre attendere il quarto episodio per avere risposte o forse il quinto. Il problema è che se questi episodi si porranno sulla scia del terzo, si tratterà di spazzatura cinematrografica.
Ma tutto sommato, emerge un dato positivo. Matrix è un film che sta in piedi da solo. A differenza della trilogia nel suo complesso, ha una sua logica ferrea e conclusioni inequivoche. Basterà considerarlo come tale, e prendere gli altri due per quello che probabilmente sono: un mezzo per allungare il brodo allo scopo di accrescere il conto in banca.
“Tutto ciò che ha un inizio ha una fine” è il refrain del film. Ma che dire di una tragedia di Euripide con le conclusioni di un cartone di Disney?