INTRODUZIONE
Il rapporto tra
conoscenza e realtà è forse il punto di cui la filosofia della scienza ha
discusso di più. La realtà è riflessa nelle nostre idee o queste sono
"libere creazioni dell'“intelletto”? A mio giudizio è nella realtà della
situazione economica che l'economista trova gli stimoli per le sue riflessioni teoriche e politico-sociali. E anche gli argomenti trattati in questa
ricerca sono in qualche modo legati alla situazione attuale. Gli ultimi anni
hanno evidenziato una forte recessione a livello mondiale. Comunque vadano le
cose in futuro questa situazione deve spingere a studiare il ciclo economico in
tutti i suoi aspetti. Contemporaneamente gli ultimi anni hanno visto un forte
aumento dell'innovazione tecnologica,
anche se, ovviamente, questo processo è meno quantificabile. Come dunque, non
tornare allo studio dei "giganti" del passato che più si occuparono
di ciclo economico e di innovazione tecnologica? E il pensiero va
spontaneamente a Marx e Schumpeter. In questo lavoro intendo non tanto
discutere del ciclo economico in sé, né discutere le affascinanti tesi di
Schumpeter sul rapporto tra innovazione tecnologica e sviluppo economico, mi
interessa invece discutere proprio del rapporto che c'è tra cicli economici e
storia del pensiero economico e anche di come la storia del pensiero economico
presenti "onde lunghe" proprio come l'economia mondiale. La tesi di
fondo che intendo sostenere è che le teorie economiche riflettono, anche se non direttamente o meccanicamente, i
cicli economici e più in generale la realtà sociale. Mi piacerebbe cioè tentare
di mostrare come, anche in economia, "le idee non cadono dal cielo".
Questa tesi non è certo nuova, anzi è dagli inizi della nostra disciplina che
si studia come la realtà economica influenzi l'economia. Basti qui ricordare
gli stessi Marx e Schumpeter[1][1]. Ma allargando
l'orizzonte disciplinare non possiamo non notare che la tesi schumpeteriana dei
cicli di rivoluzioni e consolidamenti è fortemente kuhniana ante litteram. Di
più, mi piace notare come una prima teoria descrittiva nell'epistemologia, una prima rinuncia al modo di fare
filosofia della scienza normativa, tipica dei neopositivisti e dei popperiani,
sia venuta dalle scienze sociali, sempre arrancanti dietro alle cugine naturali
per quanto riguarda il metodo[2][2]. La ricerca sarà dunque
incentrata su tre parti fra loro strettamente connesse: la teoria delle onde lunghe, la tesi di cicli del pensiero economico e la teoria della struttura delle rivoluzioni scientifiche di Kuhn. Spero di
riuscire a dimostrare come sia innegabile un rapporto fra teorie economiche e processi sociali, al fine soprattutto di cercare di
capire se l'economia politica si avvia a una nuova rivoluzione scientifica o se
continuerà la babele di teorie che sembra contagiarla in questo momento[3][3].
IL DIBATTITO TEORICO SULLE ONDE LUNGHE
1. Introduzione
Ho iniziato questo
scritto citando il secolare per non dire millenario dibattito sul rapporto fra
realtà e conoscenza[4][4],e le onde lunghe sono
un classico esempio in cui gli "hard facts" non riescono non solo a
discriminare fra le teorie, ma neanche a farci decidere sull'esistenza o
meno del fenomeno. È noto infatti che molti studiosi negano perfino che le onde
lunghe siano mai esistite, Samuelson le definì addirittura "science
fiction". Riusciamo a malapena a raccapezzarci con i cicli
recessione-crescita di ogni decennio, si pensa, figurarsi se possiamo dire
qualcosa su movimenti che riguardano dei mezzi secoli. Eppure questo è un
argomento che ha attirato moltissimi economisti, fra cui alcuni dei migliori.
Inoltre negli anni '80 c'è stato un certo revival di questo argomento con un
convegno nel 1980 e una serie di lavori. Non mi dilungherò qui sulla questione
dell'esistenza dei cicli di Kondratiev. Su questo argomento c'è solo da ammettere
francamente la nostra impotenza. Lo status epistemologico delle onde lunghe è
molto precario e per giunta risulta difficile tentare di usare un qualche
indice per verificare o falsificare qualche ipotesi. Infatti indici già
problematici di per sé, perdono gran parte del proprio significato in confronti
pluridecennali. Per esempio esistono dati attendibili di variabili come
l'inflazione, gli investimenti produttivi, la base monetaria, per qualche paese
sin dal Settecento, ma può la teoria delle
onde lunghe essere corroborata o falsificata dal confronto tra tassi di
inflazione, per dire, del 1845 confrontati con quella del 1991? Un grave
problema epistemologico. Vedremo comunque che i teorici delle onde lunghe riescono a portare a loro favore una certa quantità
di dati. Ma lasciando da parte questa faccenda, il punto chiave è certamente la
spiegazione del fenomeno. Infatti sarebbe una vittoria di Pirro appurare
l'esistenza delle onde lunghe e poi non poterle spiegare. Significherebbe dare
ragione a Kalecki quando sosteneva che
"L'economia consiste di leggi teoriche che nessuno ha verificato e di leggi empiriche che nessuno può
spiegare". Ammessa la loro esistenza, si tratta dunque di darne una
spiegazione.
2. Storie
delle teorie delle onde lunghe.
a) Nascita fra le
polemiche
Sin dalla nascita del dibattito sulle onde
lunghe, che come è noto avvenne in casa marxista, la fatica di spiegarle
risultò enorme. Se i primi studiosi gli dedicarono appena qualche nota,
Kondratiev fu il primo a tentare un'analisi sistematica ma come vedremo con
scarso successo. La difficoltà maggiore di chi voglia spiegare le onde lunghe,
e questo si vedrà in tutta la storia di questa teoria, sta nel tentare di spiegare come ci possano essere forze tanto
possenti da generare cicli di una certa regolarità durante i secoli al di sopra
delle fluttuazioni di breve e medio periodo dell'economia. Infatti perché
l'esistenza delle onde lunghe significhi qualcosa, essa deve
avere la forza della periodicità e anche la regolarità nelle cause che
spiegano tale periodicità. Se ogni onda avesse sue peculiari cause non ci
sarebbe una teoria delle onde lunghe vera e propria. Ma qui salta
subito fuori un grosso problema epistemologico. Infatti se ci sono forze tali
da generare movimenti così lunghi e ineluttabili nel ciclo economico, non si
toglie ogni possibilità di incidere sull'economia? Se l'economia è a tal punto
predeterminata da avere andamenti regolari nei secoli, se un modello
deterministico quasi newtoniano può bastare a dar conto delle dinamiche
profonde della società, come tentare una qualsiasi azione di politica
economica? Insomma i teorici delle onde lunghe devono fare i conti con questo
dilemma: o accettare spiegazioni singolari per le onde lunghe, cioè rinunciare
a spiegarle, o cercare cause tanto possenti da creare un modello dinamico
d'acciaio, così forte da prevalere su tutte le grandi trasformazioni di breve e
medio periodo. Il dilemma esiste, ma indubbiamente almeno qualche scuola è
riuscito a superarlo. Fu dunque Kondratiev a dare una prima spiegazione delle
onde lunghe, ma altri prima di lui le avevano notate (Gelderen, de Wolff,
ecc.). Gli scritti di Kondratiev sulle onde lunghe scatenarono una querelle teorica molto accesa fra gli economisti e i marxisti russi a metà degli
anni Venti. Il principale oppositore di Kondratiev fu Trotskij, il grande
politico e teorico marxista, il quale vide subito nella spiegazione
di Kondratiev il pericolo di cui abbiamo parlato sopra: accettare cicli del
genere vuol dire rinunciare a lottare per cambiare la società, perché vuol dire
che in fondo il capitalismo è intrinsecamente stabile. Infatti se attraverso
cicli successivi di investimenti e quindi rialzo dei tassi di profitto, i
capitalisti possono superare la fase recessiva o depressiva, non c'è nessun
obbligo stringente di trasformare la società per evitare crisi sempre peggiori
e la miseria. Questa disputa teorica, che
poi esamineremo meglio sotto il profilo teoretico, ci permette di sottolineare un aspetto basilare della storia del
pensiero economico e non solo, connesso al concetto kuhniano di paradigma.
Questo aspetto è il seguente: come notato la disputa avvenne all'interno dello
stesso paradigma fra due scuole opposte, cioè scuole che interpretavano il
paradigma in modo contrario. Ciò significa che il paradigma in sé non era in
grado di discriminare teorie opposte fra loro. Questo è un caso, molto comune,
in cui la guerra intraparadigmatica
è più aspra di quella interparadigmatica. Come è noto per Kuhn
l'esplodere di interpretazioni diverse dello stesso paradigma è sintomo di
crisi irreversibile dello stesso, ma su ciò non sono affatto d'accordo, perché
bisogna considerare il paradigma ad ogni livello della comunità scientifica.
Bisogna specificare quali assunti dividono le grandi scuole e quali altri
assunti invece dividono le sottoscuole. Bisogna insomma stratificare il
concetto di paradigma, cosa che "tenteremo" a tempo debito. Comunque
ritornando alla querelle vera e propria, chi conosce la storia del marxismo
riconosce facilmente nel dibattito Kondratiev-Trotskij la continuazione, con
qualche variazione, del dibattito sorto a cavallo dei due secoli fino alla
prima guerra mondiale fra i teorici
"economicisti", ricardiani alla Tugan-Baranovskij e i teorici del sottoconsumismo alla Luxemburg. Questo dibattito meriterebbe
una lunga discussione che qui posso solo richiamare per sommi capi. Come sempre
capita nei dibattiti fra marxisti la questione teorica si allaccia fortemente a quella politica, infatti i teorici neoricardiani alla Tugan-Baranovskij sostengono che gli schemi di
riproduzione del secondo libro del Capitale sono la prova che il capitalismo
non è destinato a un crollo immanente, potendo espandere a volontà la
produzione via nuovi investimenti. La Luxemburg ribatte che poiché tutti i
redditi pagati nella società vengono dal lavoro dei salariati produttivi, e
questi producono una massa via via crescente di valore a fronte di salari che
seppur rincorrono non riescono a tenere il passo della produttività, la crisi
da sottoconsumo è sempre in agguato, potendo solo venir rinviata
"esportando" i problemi (e i capitali) nei paesi coloniali. Non posso
dilungarmi su questo dibattito così ricco di implicazioni politiche e teoriche, ho giusto lo spazio di ricordare che nel dibattito si aggiunse una
"terza voce" rispetto ai sottoconsumisti e agli economicisti. Questa
voce era quella di Lenin che riprendendo l'essenza della posizione marxiana
vedeva la possibilità astratta di un equilibrio fra i due settori del processo
produttivo capitalistico, e insieme la sua concreta improbabilità nel ciclo
economico effettivo. Insomma si dà l'equilibrio ma come caso fortuito nella
dinamica del sistema. E il capitalismo va avanti fra crisi e crescita
espandendo le proprie leggi a sempre più paesi[5][5]. La dimostrazione di
questo filo rosso nella polemica è il fatto che Kondratiev era stato allievo di
Tugan-Baranovskij, mentre dall'altra parte abbiamo la direzione del partito
bolscevico: Lenin e Trotskij. La nascita delle teorie delle onde lunghe è così subito materia di scontro fra teorie diverse.
b) Il passaggio al
campo borghese
Come visto alle onde
lunghe hanno iniziato a interessarsi i teorici marxisti a cominciare da A. Helphand (Parvus), ex compagno di lotte
di Trotskij, a Kautsky, da Tugan-Baranovskij al suo allievo Kondratiev, dallo
stesso Trotskij a tutta l'economia matematica russa degli anni Venti e altri
ancora. Cosa curiosa però, dopo la grande tradizione russa il marxismo ha
tralasciato quasi completamente questo argomento che è invece diventato un
ingranaggio del modello schumpeteriano del ciclo economico[6][6]. Per ironia del destino
mentre Schumpeter componeva la sua opera su questo argomento, i due contendenti
di un tempo subivano la stessa sorte. Infatti alla fine degli anni Venti sia
Trotskij che Kondratiev vengono prima esiliati e poi espulsi dal partito e
dall'Urss. Infine tra la fine degli anni Trenta e il 1940 Stalin fa eliminare
entrambi. Intanto a rinfocolare la discussione su questi argomenti viene la più
grande depressione della storia del capitalismo. Gli anni Trenta sono un
decennio nerissimo per l'economia mondiale e questo si riflette nella
marginalizzazione delle teorie dell'equilibrio, dell'armonia e dell'ottimismo
sfrenato. È il decennio di Keynes, di Kalecki, della teoria delle forme di mercato. Nasce l'interpretazione schumpeteriana del
ciclo economico. Dopo la guerra tuttavia, assistiamo alla gigantesca espansione
degli anni Cinquanta e Sessanta. L'espansione è tanto forte da eliminare i
dibattiti sulla crisi del capitalismo. La teoria di Keynes è resa sterile, si ritorna alle teorie armoniciste. Le onde lunghe diventano archeologia per non dire
paleontologia. Ma con gli anni Settanta il capitalismo torna ai cicli brevi di
recessione e crescita e con l'esplosione sociale europea e mondiale torna il
dibattito sulle onde lunghe. Ritornano le teorie della crisi del capitalismo di stampo trotskista, a cui si
aggiungono le teorie neoschumpeteriane e le teorie dell'egemonia militare. Infine arriviamo ai nostri giorni. Cosa sarà
il prossimo ventennio? La fine dell'onda ascendente postbellica o una nuova
onda ascendente? Qui finisce la storia e iniziano le prospettive. È dunque ora
di passare dalla storia all'analisi.
3. Le varie scuole
di teorie sulle onde lunghe.
a) Introduzione: i
problemi di una teoria delle onde lunghe.
Prima di descrivere
le varie scuole teoriche sul ciclo economico vorrei accennare ai
problemi generali che qualsiasi teoria delle
onde lunghe deve affrontare. Alcuni li abbiamo già visti. Esporrò la lunga
serie di problemi attraverso delle domande alle quali gli autori che vedremo
poi dovranno, idealmente e brevemente, rispondere. Essenzialmente sono
incentrati sulla indecidibilità dei dati. Ci sono onde lunghe solo nella
produzione o anche nei prezzi, nei tassi d'interesse e di profitto, e in altri
variabili? E che rapporto c'è tra queste variabili tramite il ciclo? Che
correlazione c'è fra onde lunghe e lotta di classe? E se c'è, è rispetto alla
fase upswing (come in Mandel e Screpanti) o in quella downswing (Gordon)? La
periodicità deve essere perfetta o ci possiamo accontentare di approssimazioni?
E se i cicli durano periodi tanto diversi, che stringenza ha la teoria? Le onde lunghe sono mondiali? O sono sfasate nei vari paesi? Si
riflettono nei movimenti dei salari? E attraverso quale meccanismo (esercito
industriale di riserva, mercati razionati, ecc.)? In tutti i settori produttivi
si riflettono allo stesso modo? A questa serie di domande nelle varie
spiegazioni alternative, delle quali nessuna è paradigma dominante (e anche
nell'ambito dello stesso paradigma c'è confusione), ognuno risponde portando a
sostegno della propria tesi dati anche molto diversi perché ricavati con metodi
diversi[7][7]. Quello su cui tutti
concorderebbero, rispondendo alle domande, è che l'unità di misura da prendere
studiando le onde lunghe è l'economia mondiale. Riguardo quali variabili sono
incorporate nella spiegazione delle onde lunghe non c'è accordo anche se
tirando le some tutte le variabili fondamentali rientrano in qualche processo
spiegato dalla teoria.
Le spiegazioni delle
onde lunghe possono essere divise abbastanza nettamente in cinque filoni più
uno residuo. Incentreremo la analisi sui tre filoni principali, cioè quello
schumpeteriano, quello trotskista e quello a cui appartiene lo stesso
Kondratiev. Delle altre teorie darò ora qualche cenno[8][8].
b) Scuole
"esoteriche" e ibride.
C'è tutto un filone
che lega le onde lunghe agli avvenimenti più strani. Goldstein le chiama
"crackpot theories" per indicarne la infimità teoretica. È veramente inutile analizzarne il meccanismo teorico. È invece più rilevante vedere qualche risvolto metodologico. Il
primo è che nonostante la pochezza teorica, seguendo l'indicazione "pluralista" e anarchica di
Feyerabend, non bisogna trascurare totalmente queste tesi, potranno forse dare
qualcosa in futuro[9][9]. Il secondo è che i
fatti "stilizzati" sono tanto poco utili per discriminare fra le teorie che perfino queste teorie portano
a loro favore una discreta quantità di dati[10][10]. Come dire che i dati
possono essere letti anche da una teoria che tenti di legare ciclo economico e macchie solari o ciclo
economico e posizioni delle stelle. Ci sono poi le teorie ibride, cioè legate a più filoni. La più famosa anche se assai poco
stringente di esse è la teoria stadiale di W. Rostow[11][11]. C'è poi G. Imbert che
studia il rapporto fra guerra e innovazione e sostiene che le onde lunghe
esistono almeno dal tredicesimo secolo.
c) Scuole della
egemonia militare.
Molti studiosi delle
onde lunghe hanno notato una correlazione fra i cicli e le guerre, anche se vi
hanno dato un peso diverso. Per i teorici marxisti le guerre, soprattutto quelle mondiali, sono una
conseguenza dell'impasse del capitalismo. La crisi dei rapporti fra i vari
imperialismi porta di necessità a uno scontro per redistribuirsi i mercati e
verificare i rapporti di forza fra le potenze. Per le scuole schumpeteriane le
guerre si aggiungono al ciclo e hanno un effetto trainante sull'innovazione
grazie alla ricerca militare. Ma c'è tutto un filone di studi che ha legato
direttamente le onde lunghe alla questione dell'egemonia militare [12][12]. Per questi teorici la guerra è alla base sia
della fase ascendente che di quella discendente del ciclo. In un primo momento
stimola la crescita con gli investimenti pubblici, la spesa militare, la piena
occupazione e i bassi salari. Dopo, l'impossibilità di mantenere questo regime
si vede nell'inevitabile inflazione che la guerra porta con sé. I prezzi
riflettono la dialettica fra produzione e guerra. L'inflazione è la conseguenza
del tentativo di risolvere i problemi di bilancio pubblico, di eccessivo
indebitamento e degli enormi costi che la guerra porta con sé. Questa teoria lega, come fanno altre che poi vedremo, elementi di teoria economica con un'analisi tipicamente politica come quella della
guerra. I teorici di questa scuola hanno evidenziato come guerra e
onde lunghe si inseguano coronando a ogni nuovo inizio un nuovo "padrone
del vapore" militare ed economico. Inoltre essi spingono la loro teoria dell'egemonia militare fino al Rinascimento. Così abbiamo il ciclo
di Venezia, quello dell'Olanda spinoziana, quello della Francia del Re Sole, e
più recentemente l'Inghilterra vittoriana, la breve parentesi (e forse destinata
a ripetersi) del potere tedesco e infine nel dopoguerra la pax americana. Ogni
onda avrà le caratteristiche legate al dominio della potenza che comanda (e
questo anche nello stretto ambito dell'organizzazione del lavoro vedi fordismo[13][13]). Insomma uno stretto
legame fra politica ed economia in grado di rendere funzionali le due sfere.
Non bisogna infatti dimenticare che questi teorici credono alla stabilità intrinseca del capitalismo, seppure
attraverso le guerre. La teoria dei war cycles pone poi una serie di
interrogativi interessanti. Qual è il rapporto fra guerra e lotta di classe? È
un caso che le ondate rivoluzionarie seguano le guerre? Il paese che vince la
guerra e impone il suo pattern produttivo ha vinto grazie a questo modello o lo
impone grazie alla potenza delle armi? Nell'introduzione avevamo detto che
spiegazioni singolari delle varie onde avrebbero affossato la pretesa di dare
una teoria del ciclo economico generale. Ma questa pretesa
fisicalista cozza contro la semplice constatazione che la società e le sue
componenti, le classi e anche gli individui reagiscono alla realtà economica e
lo stesso fatto di spiegare come funzionano le onde lunghe assicura un
mutamento più o meno vario nel futuro. Le maree ci sono ogni tot ore che lo dica
o meno la televisione, la Terra ha la stessa velocità di rotazione di quando
sulla Terra c'erano solo rocce calde. E avrà quella stessa velocità quando la
specie umana sarà composta di fossili. Ma nel ciclo economico non esiste
nessuna costante universale. Spiegare in modo puramente endogeno le onde lunghe
vuol dire chiudere le porte della teoria a quanto accade concretamente nella realtà. Vuol dire illudersi che
le speculazioni teoriche siano "wertfrei" e anche inutili per
le sorti del mondo. Sembra una affermazione eccessiva ma negli ultimi decenni
si è andati più di una volta vicini a guerre che avrebbero cancellato la specie
umana dal pianeta. In quei casi credere che lo scienziato sociale dovesse
guardare l'oggetto del suo studio "libero da pregiudizi", che dovesse
ricercare "per amore della scienza" vuol dire veramente essere
irrimediabilmente persi come componenti attivi della società. Tutto questo per
dire che una spiegazione endogena nel senso di meccanico-generale delle onde
lunghe non è affatto un bene, anche se rinunciarvi può portare alla perdita di
una teoria generale. I teorici delle onde lunghe si possono dividere per il grado di esogenità che
le spiegazioni proposte hanno rispetto alla dinamica del capitalismo. A questo
proposito possiamo distinguere tre livelli. Ci sono i teorici dell'investimento di capitale che vedono le onde lunghe come
totalmente endogene. C'è un livello intermedio composto da Schumpeter e teorici dell'innovazione in genere. E infine c'è un terzo livello di teorici per i quali le cause singolari sono importanti tanto quelle
permanenti. Fra questi vanno annoverati i marxisti e i teorici dell'egemonia militare. Le due scuole, come è facile prevedere,
hanno però tesi molto diverse riguardo al ruolo del soggetto nella teoria. Alcuni esponenti della teoria dei war cycles, Silberling per esempio, hanno accusato il marxismo
di determinismo per la spiegazione delle onde lunghe. Ma in realtà si
riferivano a Kondratiev. Inoltre questi teorici sottolineano il ruolo dell'individuo nel plasmare anche i cicli,
mentre per i marxisti il fattore soggettivo è il partito rivoluzionario e la
classe operaia in generale. E in realtà questa tesi dei teorici dell'egemonia non funziona. Non riuscendo a capire come e perché
una certa parte di individui farà una certa cosa, ipostatizza il libero
arbitrio e lo fa diventare anarchia esplicativa. Meglio allora la famosa
affermazione engelsiana "la libertà è una necessità di cui siamo
coscienti", che rende l'idea sia delle prospettive del fattore soggettivo
sia però del rapporto fra questo e le condizioni oggettive. Tirando le somme i teorici dell'egemonia militare legano onde lunghe e guerre. Il capitalismo
si stabilizza attraverso giganteschi rimescolamenti di carte (anche molto
cruenti), tutto il resto (accumulazione di capitale, innovazione tecnologica)
segue quel rapporto.
d) Teoria della crisi capitalista.
È Trotskij a
elaborare questa teoria nel corso della sua vita di teorico e di rivoluzionario. Altri marxisti contribuiscono poi ad
arricchirla o a mescolarla con diversi filoni. Trotskij parte dalla teoria del ciclo economico elaborata da Marx. È tanto nota questa teoria che mi sembra superfluo approfondirne il meccanismo. Trotskij, da
dirigente rivoluzionario, cerca nella teoria del ciclo di Marx una chiave per comprendere il rapporto fra le onde
di ascesa delle lotte di classe e le fasi del ciclo economico. Può essere
stabilita una correlazione fra ciclo economico e lotte di classe? E se sì sulla
base di quale fattore? L'esito di questo cammino, con l'esperienza dell'ondata
rivoluzionaria degli anni Venti e le sconfitte degli anni Trenta, porterà
Trotskij a dimostrare che non esiste affatto una tale correlazione meccanica.
Se è vero che in linea di massima la recessione, mettendo a nudo la crisi del
capitalismo, spinge alla lotta, è però vero che rende più insicuri i lavoratori
e può anche frenarne le rivendicazioni mentre in fase di boom la piena
occupazione può permettere lotte più sul sicuro[14][14]. Nonostante Trotskij
fosse arrivato a questa conclusione, uno dei discepoli più famosi, Mandel, ha
mostrato, dati alla mano, che un certo collegamento lo si può trovare[15][15]. Lo stesso Mandel,
riprendendo la teoria di Trotskij tenta di darne una spiegazione in
chiave più economica. La teoria dunque funziona così: le onde lunghe sono
essenzialmente onde del tasso di profitto. È questo indicatore l'abc della
decisione di spesa del capitalista.
Arriva un momento in cui si avvertono i segnali di crisi del ciclo,
dovuti all'insopprimibile problema della sovrapproduzione. I capitalisti
tentano di spezzare la resistenza operaia per far passare i cambiamenti
tecnologici e organizzativi funzionali a un nuovo ciclo di accumulazione. Le
lotte operaie, sia come conseguenza che come spinta, a loro volta stimolano le
rivoluzioni tecnologiche e le tecniche labour saving[16][16]. A questo punto
l'esito della lotta di classe decide la lunghezza e l'ampiezza dell'onda lunga.
Dunque la spiegazione dell'onda lunga non può essere materia puramente
economica, i fattori sociali e politici sono altrettanto importanti per
comprendere i cicli lunghi. Inoltre ci sono una serie di circostanze uniche che
condizionano la dinamica economica. Per esempio le rivoluzioni come quella
russa, le sconfitte del movimento operaio come in Italia nel 1920 o in Germania
nel 1933, ma anche eventi come la scoperta delle miniere in California nel
1848. Insomma la storia è unica e ogni onda lunga ha solo un meccanismo in
comune con le altre, l'accumulazione del capitale, mentre tutte le altre
circostanze mutano. In una il ruolo del credito può crescere enormemente, in
un'altra la spesa pubblica come leva della domanda può aiutare e così via.
Invece il meccanismo che rimane è la molla di tutto il funzionamento del
sistema capitalistico e cioè la massimizzazione del profitto tramite
l'accumulazione del capitale. Questa accumulazione si riflette nella crescente
composizione organica del capitale. Mandel sostiene anche, abbastanza
onestamente, che giustificazioni empiriche alle onde lunghe non ci possono
essere, né si devono cercare fattori eterni, piuttosto ci sono spiegazioni
ambientali nel contesto della crisi ciclica del capitalismo. I teorici della crisi del capitalismo ci tengono anche a sottolineare il
rapporto tra movimenti dell'economia e storia del pensiero economico. Ecco come
si spiega alla fine dell'Ottocento la rivoluzione marginalista conseguenza del
terrore suscitato negli intellettuali borghesi dalla Comune e da quella che
erroneamente si riteneva la teoria alle sue
spalle, il marxismo. Ecco Il ruolo di Keynes nella depressione, ecco il perché
della controrivoluzione monetarista e del tentativo degli aspettativisti
nell'ultimo decennio di espungere qualsiasi riferimento alla realtà economica
nella nostra scienza. Sono tutte espressioni ideologiche delle varie fasi
dell'onda lunga. Il caso più eclatante di questo è ovviamente il fascismo,
sorto come reazione capitalista alla rivoluzione in tutta Europa. Gli
intellettuali borghesi si rifugiano nel misticismo e nell'irrazionalismo[17][17]. Invece negli anni Ottanta
si è passati all'iperrazionalismo, ma in fondo sono due facce del tentativo
comune di dimenticare la realtà. Gli uni parlando di razza ariana, gli altri di
mercati perfettamente concorrenziali e giochi a razionalità limitata. Torniamo
alla teoria vera e propria. Il nucleo della teoria, il "core" è la creazione di plusvalore tramite la
produzione di merci. La produzione deve indicarci in che fase dell'onda lunga
siamo, non variabili monetarie. Il movimento essenziale nel sistema
capitalistico è la fluttuazione del saggio medio dell'accumulazione del
capitale produttivo. Questo deve spiegare i punti di svolta nel ciclo. Certo,
come rilevato, non c'è nessun meccanismo "bronzeo" in tutto questo,
in ultima analisi la storia dell'onda lunga sarà la storia della lotta di
classe durante quell'onda. Le onde lunghe comunque sono essenzialmente
fluttuazioni del saggio medio del profitto, sono onde lunghe di questo saggio.
Esso indica come stanno andando le cose ai capitalisti, se la produzione rende
e quindi se il motore del capitalismo gira a pieno regime. Che rapporto ci sarà
allora fra le onde lunghe e i classici cicli decennali del ciclo marxiano?
Durante la fase ascendente dell'onda le recessioni tendono a essere passeggere
e i boom forti e lunghi; invece durante la fase discendente i boom saranno
asfittici e le recessioni devastanti. Nel periodo di ascesa dell'onda i fattori
che fermano la discesa del saggio di profitto, fattori già esaminati da Marx e
poi arricchiti dalla pratica della politica economica, agiscono tutte insieme
in modo combinato. Il saggio di profitto non è schiacciato dal rialzo dei
salari che vengono tenuti bassi grazie all'esercito industriale di riserva
ingrossato dall'innovazione tecnologica. nella fase discendente accade il
contrario, il saggio di profitto è tagliato da tutte le cause agenti insieme.
Non c'è bisogno di dire che dal saggio di profitto viene praticamente tutto il
resto in un'economia capitalistica, dagli investimenti al saggio di interesse,
dall'innovazione tecnologica alla disoccupazione. Per i teorici della crisi dunque non c'è nessun ruolo romantico,
"taumaturgico" dell'innovatore capitalista. Durante la fase
ascendente il sistema tenderà a creare le condizioni per funzionare. Così ogni
onda lunga si crea il suo paradigma non solo tecnologico, ma anche scientifico,
organizzativo e anche nel rapporto mondiale fra i paesi. Infatti lo sviluppo
della tecnologia deve per forza avere alle spalle un certo sviluppo della
scienza, questa è la base per le innovazioni. E questo può fornire preziose
informazioni sulla struttura delle rivoluzioni scientifiche, per indagare le
quali dovremo quindi studiare anche la struttura delle rivoluzioni
tecnologiche, cioè la scienza applicata. Questo è un contributo molto
importante che la teoria delle crisi può dare alla concezione delle
rivoluzioni scientifiche di Kuhn[18][18]. Per i marxisti la
scienza applicata, cioè la tecnica, la tecnologia è il collegamento tra il
mondo della produzione materiale e quello della produzione teorica, una sorta di "mondo tre" popperiano ma basato sulla
realtà della produzione e non nel mondo delle idee degli studiosi. Anche il
rapporto fra i paesi principali dello sviluppo capitalistico fornisce una certa
analogia col modello kuhniano di paradigma. Infatti ogni onda lunga è associata
a un certo modo di essere del modo di produzione capitalistico. Il paese più
potente in quell'epoca è quello che impone con le buone o con le cattive,
questa specifica "versione" del capitalismo. A ogni onda il suo
padrone: l'Inghilterra nell'Ottocento, gli Usa nel dopoguerra. Subito verrebbe
in mente di cercare di capire chi sarà il padrone della prossima onda, ma
questa è già cronaca[19][19]. Il paradigma
dominante dell'onda non sarà solo una serie di modifiche del processo
produttivo. Sarà anche un nuovo modo di fare scienza via innovazione
tecnologica e quindi sarà anche una nuova organizzazione del lavoro, un nuovo
tipo di divisione del lavoro, nuovo attori economici con le proprie strategie,
nuove forme di mercato e infine anche un nuovo modo di fissare il valore
sociale delle merci e quindi in definitiva una nuova teoria del valore. Quando tutto ciò non riesce più a permettere
l'accumulazione del capitale, si apre la fase discendente del ciclo. Abbiamo
così visto che questa è una teoria che come
è costume del paradigma marxista non prende in considerazione solo aspetti
puramente economici, ma integra tutte le espressioni dei rapporti tra le
classi. Dal lavoro in fabbrica alle riflessioni teoriche degli intellettuali, dal ruolo della tecnologia ai rischi di
bonapartismo. L'onda lunga è plasmata dalla lotta di classe.
Possiamo qui parlare del lavoro di altri teorici marxisti che si sono occupati di onde lunghe. Gordon sviluppa una teoria endogena dei cicli lunghi tramite il concetto di struttura
sociale di accumulazione che sarebbe
il modello complessivo di funzionamento del capitalismo in quel ciclo[20][20]. Altri teorici hanno tentato di creare modelli che incorporassero le onde lunghe
pur non volendo accettare le teorie
"ottimiste" di Kondratiev. Wallerstein cerca di unire la teoria marxista con il filone dei war cycles attraverso la sua teoria dell'economia mondo. Resta da citare il lavoro di alcuni economisti
che, seguendo i suggerimenti dell'ultimo Mandel hanno evidenziato il rapporto fra
lotte di classe e onde lunghe[21][21]. Fra questi Cronin e
Screpanti che legano il ciclo degli investimenti alla lotta di classe
attraverso la disoccupazione tecnologica e poi viceversa l'aumento delle lotte
operaie abbassa la fiducia dei capitalisti e quindi gli investimenti.
e) Il ciclo
"monofase" di Schumpeter e i teorici neoschumpeteriani.
Il destino di
Schumpeter è curioso. Il suo costante sforzo lungo tutta la sua vita è stato
quello di creare una teoria abbastanza resistente da controbattere alle tesi
di Marx sul capitalismo. Per questo ha studiato così tanto Marx e così tante
volte ne ha tratto suggerimenti teorici. Ma
questo sforzo, e qui sta l'ironia, doveva essere totalmente vano in campo
ortodosso mentre ricco di suggerimenti per il
campo nemico. La teoria di Schumpeter,
partendo le mosse dalla bellezza statica dell'equilibrio walrasiano,
tendeva alle tesi eretiche di Marx, ed è
stata del tutto marginale nello sviluppo del mainstream degli ultimi quaranta
anni. Questo dipende, secondo me, dal semplice fatto che in un certo senso
Schumpeter ha sbagliato strategia per combattere Marx, tentando di calarsi
anche lui nella realtà economica, dando un ruolo ai concreti attori sociali,
tentando di capire i perché di quello che effettivamente succede nel processo
produttivo. La strategia che invece ha vinto da Walras in poi, con poche
eccezioni, è stata quella di rifondare l'economia in modo tale che potesse
risultare il meno pericolosa socialmente. Per far ciò la via più breve è stato
espungere il più possibile la realtà dalla teoria. Ecco dunque le eleganti ma totalmente astratte evoluzioni della teoria neoclassica. Così attenta a non dare mai giudizi di valore eppure
così nettamente schierata. Schumpeter ha voluto combattere Marx sul suo campo,
ma pochi altri si sentivano così San Giorgio da andare a cercare il drago
marxista nella sua tana. Meglio le astrattezze dell'equilibrio economico
generale. Tornando alla teoria di Schumpeter, anche questa è veramente troppo
nota perché serva raccontarla di nuovo in queste poche pagine. Anche qui
tenterò invece di trarre dalla teoria degli
spunti per riflessioni di carattere epistemologico. Per inciso c'è da
aggiungere che in realtà i modelli del ciclo in Schumpeter sono due e si
differenziano per l'incorporazione della attività tecnologica nel meccanismo di
spiegazione (ma c'è chi li vede come complementari anziché come mutuamente
escludentesi[22][22]). Anche sul problema
delle onde lunghe l'economista austriaco tenta di dare una risposta alternativa
ai teorici marxisti. I cicli lunghi per Schumpeter si
compongono di quattro fasi: prosperità/ sviluppo/ recessione/ depressione e
quindi nuova ripresa. Il ciclo è innescato dal ruolo dell'imprenditore
innovatore il quale rompe la routine e getta nella produzione nuovi metodi e
nuovi prodotti per fare profitti. Il ciclo è trainato dalle invenzioni
fondamentali che attraverso un meccanismo di trasmissione, che Schumpeter
chiama bandwagon, si propaga a livello orizzontale e verticale, toccando
i settori più diversi. Vi è il processo di distruzione creatrice attraverso il
quale si selezionano i progetti di investimento e i modi produttivi che
permettono un incremento dei profitti e quindi un nuovo ciclo. Tutto il modello
di Schumpeter si basa sul fatto che le innovazioni non si distribuiscono nel
tempo in modo casuale ma piuttosto hanno dei periodi in cui vengono fuori tutte
insieme in cluster e poi periodi
di calma. Questi sciami permettono un'innovazione su tutta la linea e la
propagazione è velocissima. Schumpeter la sintetizza attraverso il processo di
crescita logistico: rapidissima crescita e poi maturazione e declino del
mercato. La teoria di Schumpeter ha incontrato tutta una serie di
problemi. Infatti a parte il processo logistico che sembra adattarsi abbastanza
bene al propagarsi di molte invenzioni e prodotti, tutto il resto rimane un po'
sospeso per aria. Non si capisce perché le innovazioni debbano venire a
grappoli, non si capisce perché la crescita a un cero punto si blocchi[23][23]. Inoltre è lo stesso Schumpeter
a fornire un motivo di crisi per il suo
modello con l'analisi delle corporation multinazionali che distruggono la
creatività innovatrice dell'imprenditore singolo[24][24]. Dopo vedremo come il
modello di Schumpeter è interessante per
il filosofo della scienza oltre che per l'economista, qui rimane da analizzare
il filone cosiddetto neoschumpeteriano, che ha tentato di verificare e
aggiornare le tesi dell'economista austriaco. Questo filone è a sua volta molto
variegato, tratterò dei suoi esponenti più famosi. Partiamo da Mensch.
Anch'esso come il "maestro" evidenzia la discontinuità nella nascita
delle innovazioni, il fatto che esse sono "clustered". Il ciclo viene
avviato dal fatto che la depressione abbassa i tassi d'interesse abbattendo con
ciò gli ostacoli all'innovazione che diventa rapidissima. Mensch, come in parte
Schumpeter, distingue tra basic innovationen cioè le innovazioni che
fanno epoca, e le altre. Il problema è che però non è facile trovare criteri
oggettivi per definire fondamentale una innovazione. Ancora più difficile è poi
decidere la datazione. Infatti un'innovazione non entra nel processo produttivo
bell'e pronta, ma piuttosto vi entra per modifiche successive. Ci sono casi in
cui l'invenzione scientifico-tecnologica da cui poi parte l'innovazione
concreta è avvenuta anche mezzo secolo prima della commercializzazione. Nel suo
libro fondamentale Mensch propone un elenco di 41 basic innovationen[25][25]. Questo elenco
dimostrerebbe in qualche modo la tesi dell'affollarsi delle innovazioni durante
la fine della fase depressiva. Altri neoschumpeteriani hanno però dimostrato
che l'elenco di Mensch è a dir poco addomesticato. Freeman per esempio mostra
come l'elenco di Mensch non solo tiene fuori innovazioni sicuramente basic come
l'aeroplano e l'elicottero, ma data molte innovazioni al fine di dimostrate la
propria tesi. Partendo da questo Freeman attacca la tesi del ciclo così
deterministico e al più ammette l'esistenza di picchi ma per nulla legati alle
onde lunghe. E, sia detto per inciso, anche Schumpeter credeva alle peculiarità
di ogni ciclo. Per Freeman e questa scuola neoschumpeteriana in genere, non c'è
un nesso causale rigido fra innovazioni e cicli, sono invece più importanti le
cause concrete di ogni periodo come guerre, carestie, ecc. Indubbiamente qui
non si può dare ragione con le statistiche a una tesi piuttosto che all'altra.
Le statistiche R&D sono recenti e parecchio inaffidabili. Si è tentati di
usare il dato dei brevetti. Questo indicatore mostra effettivamente una certa
fluttuazione prociclica ma questo è la conseguenza della depressione piuttosto
che la causa. Inoltre questo indice non può segnalare quali brevetti permettono
il rilancio di un intera branca produttiva e quali sono mera scienza normale
tecnologica. Ritornando a Freeman notiamo che tutta la sua teoria sia orientata a integrare le parti centrali della teoria schumpeteriana con un'analisi sociale complessiva. Ecco perché,
sebbene accetti il legame ciclo-innovazioni, evita un legame meccanicistico.
Fra l'altro, contro l'ortodossia dogmatica di Mensch, Freeman sostiene che
cercare di confermare la tesi schumpeteriana studiando la data dell'innovazione
è inutile perché quello che conta è quando essa ha iniziato a esplicare i suoi
effetti sul processo produttivo, quando cioè è iniziato il bandwagon, e quindi
il diffondersi logistico delle innovazioni. Freeman così apre il filone
neoschumpeteriano che intende legare l'effetto delle innovazioni a tutto il
complesso della trasformazione produttiva. Egli infatti parla di new
technological system i ntendendo la complessiva rete tecnologico-produttiva
che permette lo sviluppo di nuove industrie e quindi la nuova onda tramite una
innovazione chiave (tessile, ferrovia-carbone, chimica-auto, ecc.). La molla
del profitto permesso dall'innovazione assicura la velocità e la continuità
delle innovazioni. In Freeman tutto il discorso delle onde lunghe è legato al
problema della disoccupazione tecnologica che però tralascio perché esula dagli
argomenti qui affrontati[26][26]. Perez è l'ultimo teorico neoschumpeteriano che affrontiamo. La Perez è quella che ha più
indirizzato il discorso schumpeteriano verso questioni sociali complessive. La
sua tesi è che le onde lunghe sono inserite in un ciclo complessivo di sviluppo
sociale. Perciò parla di nuovo stile tecnologico termine che è affine a quello visto prima di
Freeman. L'onda lunga nasce proprio dalla armonizzazione del sistema sociale
globale al modo di produrre in quell'epoca. Lo stile tecnologico è come il
paradigma dominante di Kuhn, è il binario su cui scorre il treno della
innovazione tecnologica. Trainato dai settori emergenti l'onda arriva a un
picco in cui si ha una frenesia economica. Il bandwagon giunge al suo massimo e
si esaurisce. Tutte le condizioni istituzionali, sociali e tecnologiche che
avevano permesso il successo non servono più. Si cercano i requisiti per un
nuovo ciclo di crescita. Intanto la depressione ha eliminato ostacoli al nuovo
sistema sociale e si ricomincia ad armonizzare il processo produttivo al suo ambiente.
Riparte l'onda ascendente. Come visto i successori di Schumpeter hanno
insistito sull'aspetto sociale concreto del modello originario per tentare di
dar conto delle inevitabili differenze fra i vari cicli che hanno ognuno la sua
storia. Anche qui possiamo ricavare preziosi legami fra le teorie delle onde lunghe e la metodologia. Infatti come non vedere che il
modello schumpeteriano e ancor più quello dei successori è una trasposizione
quasi perfetta della concezione kuhniana di crescita della conoscenza nel ciclo
economico? I cicli di innovazione-rivoluzione seguiti dal bandwagon-scienza
normale. La crisi per anomalie nella scienza come nell'economia, il formarsi di
nuovo equilibri. Il ruolo dello scienziato-imprenditore innovatore. Lo sviluppo
esponenziale dei filoni di ricerca come la distribuzione logistica dei nuovi
prodotti. E così via. Per ora basti notare questa analogia così forte, ci
torneremo dopo. Concludendo possiamo affermare che i pur avvincenti modelli
schumpeteriani non sono in grado di spiegare tutte le fasi del ciclo né il loro
alternarsi, il perché si blocchi la crescita e l'affollarsi delle innovazioni.
Ma hanno il grande merito di aver posto l'attenzione sul ruolo delle
innovazioni tecnologiche, sulla figura sociale dell'imprenditore e sul legame
ciclo-tecnologia. Come curiosità si può notare come le scuole schumpeteriane,
che negli ultimi decenni, e non a caso, hanno incentrato la propria attività
sul problema della persistente disoccupazione anche nei paesi avanzati, siano
più "a sinistra" del maestro. Merito della teoria di Schumpeter che poteva essere letta "da sinistra"?
Spinta delle condizioni oggettive? Un altro quesito di storia del rapporto fra teoria e realtà economica.
f) Teoria del ciclo
degli investimenti.
Come ricordato questa
scuola si può far risalire ai lavori del teorico ricardiano-marxista Tugan-Baranovskij e in genere al dibattito
sulla possibilità o meno per il capitalismo di trovare con gli investimenti una
via di uscita alla sovrapproduzione. Kondratiev, allievo di Tugan, e
politicamente un riformista vicino al centrismo kautskiano (anche se si
definiva un neonarodniki cioè populista)
è forse il teorico delle onde lunghe più interessato ai dati
concreti con i quali corroborare la propria tesi rispetto alla teoria in sé. Infatti è il primo a proporre una teoria delle onde lunghe proprio dall'osservazione dei movimenti secolari
della produzione e dei prezzi. Questo interesse era dovuto anche al ruolo che
Kondratiev ricopriva nell'istituto a lui affidato dopo la rivoluzione
bolscevica. Il suo era dunque un interesse empirico più che teorico. Tuttavia elaborò anche una teoria. Questa teoria è incentrata sugli investimenti di capitale
dovuti alla sostituzione dei mezzi di produzione. La necessità di ristrutturare
i macchinari fa sorgere una forte domanda di capitale che ne alza il prezzo.
Questo rialzo soffoca gli ulteriori investimenti e innesca la parte discendente
del ciclo. Così la domanda del ciclo si placa, il prezzo del capitale si
abbassa e diviene di nuovo conveniente fare investimenti rilanciando il nuovo
ciclo. Anche in questa teoria si può leggere molto ottimismo nella sorte del
capitalismo. Infatti Kondratiev venne duramente attaccato dai bolscevichi
quando pubblicò agli inizi degli anni Venti questa teoria (e rispose nel 1928). Anche da questa storia possiamo trarre una
preziosa lezione di metodo. Kondratiev fu attaccato da scienziati che in linea
di massima ne condividevano lo stesso paradigma (la teoria economica marxista), ma non l'interpretazione a livello di scuola
(il marxismo "ricardiano" ed economicista russo), come dire lotte
fratricide. La scuola ha avuto anche una rinascita successiva a opera di russi
ma non solo. La rinascita è avvenuta però fuori dall'ambito marxista e anzi ben
lontano da esso. Inoltre ha avuto poco dibattito al suo interno rispetto alle
diatribe in casa marxista o schumpeteriana. J. Forrester ricacciò fuori la teoria nel 1970 (con il national Model Project quando lavorava al Mit) attraverso un modello
matematico sempre legato agli investimenti. La tesi di Forrester è
funzionalista fino all'ottimismo conservatore. Per lui si tratta, durante le
recessioni, di aspettare che il basso costo del capitale rilanci la
ristrutturazione, i cluster di innovazioni (che dunque per lui sono effetto e
non causa dell'ascesa) e la nuova crescita. Leontiev, il famoso economista
matematico russo ha criticato giusto un decennio fa questa teoria perché volendo essere del tutto endogena non tiene contro del fatto
che durante i cicli cambia tutto l'assetto sociale, non solo la quantità di
capitale investito. Gli eretici di questa scuola (cioè gli antiForrester) non
sono mancati. A. Zwan, con la sua teoria dell'industria leader tecnologico e la scuola tedesca di Glismann,
Rodemer e Wolter con il ruolo delle istituzioni, del costo del lavoro e altre
condizioni sociali, hanno tentato di elaborare una teoria sempre endogena ma che, grazie anche all'apertura verso Schumpeter,
non fosse così vanamente ottimista come quella di Forrester. Non bisogna
comunque esagerare la portata della sterzata verso Schumpeter. Per tutti questi
teorici gli investimenti sono l'explanans e le
innovazioni l'explanandum, non a torto dunque compaiono in questa sezione.
4. Conclusione:
una sintesi.
Che conclusioni
possiamo trarre dalle teorie fin qui discusse? Certamente che non esiste un
paradigma dominante nella teoria delle onde lunghe. Ma anche che la pura
endogenità esplicativa va di pari passo all'insterilimento della teoria. Dalla storia delle teorie delle
onde lunghe mi sento di concludere che è molto meglio per uno scienziato
aprirsi al suo tempo piuttosto che fissarsi nel suo orgoglio (neoclassico o
schumpeteriano o marxista). Perché le teorie sono sempre semplificazioni brutali della realtà. Questo è il loro
ruolo ma anche il loro dramma. La realtà è in mutamento continuo e le
semplificazioni ammissibili di ieri possono diventare domani imperdonabili
ritardi e incapacità euristiche. Per questo se vogliamo spiegare i movimenti
decennali e secolari del ciclo economico dobbiamo studiare la situazione
concreta in cui i cicli avvenivano piuttosto che ricorrenze nel livello di
qualche variabile. È meglio rinunciare a una teoria onnipotente piuttosto che rinunciare a capire la realtà. Il legame
del ciclo economico con tutti i movimenti sociali è tanto stretto che una teoria delle onde lunghe deve necessariamente essere anche una teoria del funzionamento complessivo del capitalismo. Indubbiamente è
l'evoluzione nel processo produttivo il motore del ciclo. Ma il motore non è
tutto in un'auto. Ci vogliono anche meccanismi che trasmettano i movimenti del
motore altrove. Da tutto questo deve partire una sintesi teorica dei cicli lunghi. Tutte e tre le scuole principali forniscono
suggerimenti importanti ma per non fare patchwork teorici senza sostanza bisogna decidere quale paradigma utilizzare, pur
accettando tutte le integrazioni del caso. La teoria che mi sembra in grado di rendere nel modo più dinamico il movimento
concreto del ciclo economico è la teoria della crisi, arricchita con il ruolo schumpeteriano delle
innovazioni e con il ruolo degli investimenti di capitale. Quello che però non
accolgo di queste due scuole è l'idea di un sistema intrinsecamente stabile che
attraverso processi anche distruttivi (la distruzione creatrice), tenda
all’equilibrio. La crisi e l'equilibrio sono entrambi parti integranti del
capitalismo. È impossibile analizzare uno senza l'altro. Inoltre con questa teoria mi sembra che si posano collegare in modo interessante i tre
"mondi" che l'economista studia: la storia economica, la storia della
propria materia e la storia di come condizioni oggettive e riflessioni su
queste condizioni hanno influenzato le classi nei loro rapporti sociali. Anche
in questo caso mi sembra che l'interpretazione teorica delle onde lunghe per essere efficace debba offrire una spiegazione
a tre processi sociali insieme: storia, pensiero e movimenti sociali. Il loro
continuo interagire l'uno sull'altro crea il mondo in cui viviamo.
KUHN E LA STORIA
DEL PENSIERO ECONOMICO
1. Introduzione
Non esporrò il
modello di crescita della conoscenza proposto da Kuhn perché è molto noto.
Vorrei invece, prima di parlare del rapporto tra la struttura delle rivoluzioni
scientifiche e la storia dell'analisi economica, incentrarmi su quelli che sono
i punti più deboli dell'analisi kuhniana.
2. Il concetto di
paradigma: una ridefinizione.
Kuhn è stato attaccato sin dalla pubblicazione
del suo libro nel 1962 per via della
vaghezza del concetto di paradigma. C'è addirittura chi si è divertito a
contare 23 modi diversi di usare questo concetto[27][27], e lo stesso Kuhn ha
ammesso tale vaghezza. Tuttavia la correzione da lui tentata non è servita.
Infatti la "matrice disciplinare" al posto del paradigma non cambia
granché, anche se orienta maggiormente la teoria verso un'analisi sociale della scienza. A mio avviso questo problema
si risolve partendo dal fatto che il concetto di paradigma può essere reso
stringente se applicato alle stesse "grandezze" epistemologiche.
Intendo dire che l'errore di Kuhn è quello di usare il paradigma per spiegare
sia tradizioni lunghe e poderose fatte di decine di teorie, migliaia di scienziati, biblioteche di scienza normale e così via
(pensiamo al paradigma neoclassico o al paradigma newtoniano), sia piccole
scuole inserite a loro volta in tradizioni più ampie e infine nel paradigma
"astronave madre" come in una matrioska. Poiché non distingue tra
scienza (sia normale che rivoluzionaria) che incide su tutto il paradigma
complessivo e quella che tocca solo la ridotta cerchia della scuola alla base
del paradigma, Kuhn è costretto a mettere sullo stesso piano una rivoluzione
scientifica epocale, fondamentale come la nascita della fisica quantistica, o
la teoria di Darwin, e rivoluzioni rilevanti solo
nell'ambito di una branca secondaria di una sottoscuola del paradigma[28][28]. Insomma il concetto
di paradigma per mantenere l'enorme potere esplicativo che, a mio giudizio,
potrebbe avere, deve essere "stratificato" cioè applicato a livelli
diversi della tradizione scientifica. Esisterà perciò il paradigma come scuola
generale (il marxismo, la teoria neoclassica, la meccanica newtoniana, la chimica
del flogisto, ecc.) e poi avremo un "cono" fatto di livelli sempre
più stringenti come dei gironi danteschi, nei quali sempre meno scienziati
vanno elaborando una propria visione del paradigma all'interno prima di poche
grandi scuole e poi di piccoli gruppi che vanno espandendo il paradigma come il
delta di un fiume. Ne risulterà una stratificazione paradigmatica che ci
permetterà di capire come possano esistere rivoluzioni scientifiche che
riguardano solo una parte del paradigma complessivo. E potrà anche spiegare
come sia possibile all'interno dello stesso paradigma una guerra
"fratricida" tra scuole rivali. Abbiamo infatti visto analizzando le teorie delle onde lunghe, che i dibattiti più aspri si sono avuti proprio
all'interno dello stesso paradigma. Forse perché le teorie dello stesso paradigma sono più commensurabili fra loro, forse
perché hanno fini convergenti. È un fatto che la lotta intraparadigmatica è
stata spesso più feroce che quella contro i paradigmi rivali. La
stratificazione paradigmatica ci aiuta a capire perché, trasformando il
concetto di paradigma in una serie di assunti a livelli sempre più di base. Ma
per eliminare la vaghezza del concetto di paradigma occorre anche ancorarlo a
livello sociale concreto. Voglio dire che Kuhn non ha mai spiegato come poteva
mutare il paradigma nei vari periodi storici, anzi trae esempi scientifici
indifferentemente da tutti i periodi storici. Ma la qualità e la quantità degli
scienziati varia nel tempo. Il mio concetto di paradigma come scala di
stratificazioni successive nasce proprio per tentare di plasmare il paradigma
nei vari periodi storici. Non è la stessa cosa se dieci persone si occupano di
una teoria o se gli studiosi sono 10mila. Non è lo stesso se
quei dieci scienziati sono semidilettanti, senza mezzi, isolati o se invece
hanno alle spalle laboratori, centri di ricerca, una lunga esperienza e così
via. Se la quantità deve a un certo punto diventare qualità il paradigma muterà
col tempo. La nostra epoca è quella con la produttività più alta della storia.
Mai una frazione relativamente così alta della popolazione ha avuto
un'istruzione superiore (nei paesi industrializzati). Mai così tanti sono stati
esentati dal lavoro manuale per potersi dedicare al lavoro intellettuale.
Nell'ultimo secolo sono vissuti la stragrande maggioranza dei pensatori che
siano mai nati[29][29]. Ecco perché i vari
paradigmi sono sempre più stratificati. Facciamo l'esempio del marxismo. Esso è
nato nella teoria e nella pratica di Marx ed Engels[30][30]. Dopo appena un
decennio dalla morte di Engels quante variazioni! I riformisti e i
rivoluzionari, gli "economicisti" e i "sottoconsumisti" e
all'interno di ogni scuola sotto divisioni ulteriori. In presenza di questa
realtà storica è ovvio che il concetto di paradigma tout court non funziona.
Perché viene applicato a livelli diversi fra loro. L'idea è che se al posto del
concetto di paradigma come tradizione scientifica indifferenziata, poniamo il
concreto operare a diversi livelli del paradigma, riusciremo a spiegare le
varie lotte fra le scuole e altre questioni che erano "anomalie"
nella teoria pura di Kuhn. L'esempio della sintesi neoclassica
può essere utile a vedere come la modifica proposta funzioni. La sintesi
neoclassica, nata utilizzando pezzi addomesticati della teoria keynesiana uniti alla teoria
neoclassica ha avuto al suo interno una serie enorme di varianti, scuole,
interpretazioni. Tutti piccoli pezzi del paradigma complessivo. Le
interpretazioni del paradigma erano diverse ma non tanto da mettere in dubbio
il nucleo fondamentale della teoria comune.
A parte questo due scuole di questo paradigma potevano avere in comune anche
molto poco. Si poteva andare da neoclassici puri che usavano il modello IS-LM
solo per ortodossia a keynesiani che mal si adattavano alla storpiatura operata
alle concezioni dell'economista inglese. Ma comunque si andava avanti nello
stesso paradigma. Poi irrompono nuove scuole. Per esempio il monetarismo fa
parte forse di un altro paradigma? In fondo se Friedman e amici hanno potuto
dibattere così tanto con i "neokeynesiani" è proprio perché
condividevano quasi tutti gli assunti base del modo di fare scienza[31][31]. I monetaristi e i
"neokeynesiani" combattevano una lotta intraparadigmatica. Negli
ultimi due decenni è venuta fuori la teoria delle aspettative razionali. Un'altra interpretazione del paradigma
"neokeynesiano"? A mio giudizio un altro paradigma. I monetaristi
così conseguenti e "duri" da portare avanti la teoria delle aspettative razionali hanno fatto una rivoluzione scientifica
creando un nuovo paradigma. Non hanno lottato più per la loro interpretazione
del paradigma, ne hanno fatto un altro. E qui sorge il problema di come
decidere che cos'è scienza rivoluzionaria. Infatti perché possiamo dire che
Lucas, Sargent e Wallace hanno fatto una rivoluzione scientifica e Friedman o
Tobin no? Restare nel paradigma dominante vuol dire per forza fare scienza
normale? Nella concezione kuhniana questo è inevitabile perché la scienza
rivoluzionaria è orientata solo alla costruzione di nuovi paradigmi. Ma se
concepiamo il paradigma come stratificazione storica e teorica di scuole che hanno anche molto poco in comune, possiamo concepire
scienza rivoluzionaria anche all'interno del paradigma iniziale. Poiché la
scuola opera a un livello più basso del "core" centrale, essa potrà
anche essere eterodossa all’interno del paradigma ortodosso. Inoltre essa potrà
lottare per "riformare" il paradigma senza uscirne, se crede che
possa offrire ancora spunti utili alla ricerca. I monetaristi hanno fatto anche
loro una rivoluzione scientifica, come gli aspettativisti, ma senza rompere con
il paradigma dominante, piuttosto lottando per sconfiggere l'interpretazione
ortodossa del paradigma. Potremo avere così situazioni in cui scienziati
ortodossi fanno scienza rivoluzionaria mentre "eretici" fanno piatta
scienza normale. Infatti i primi potrebbero essere una scuola eretica del
paradigma mainstream e i secondi potrebbero essere i dittatori del paradigma
eterodosso (esempio: i monetaristi e gli stalinisti. I primi ortodossi nel
paradigma e rivoluzionari nella scuola. I secondi eretici nel paradigma e
ortodossi fino al ridicolo come interpretazione del paradigma). Descritto
questo c'è da precisare che non tutte le rivoluzioni scientifiche vanno nella
medesima situazione. Ci sono le rivoluzioni e le controrivoluzioni (teoriche e politiche). Ma mi preme notare che anche nell'epistemologia,
come nella storia "le leggi della rivoluzione sono le stesse della
controrivoluzione" (Trotskij). Per questo quella monetarista è una
rivoluzione al pari di quella operata da Marx. Che poi fossero una rivoluzione
per conservare e l'altra per trasformare è un altro discorso. Prima ho
accennato alla "riforma" del paradigma. Intendevo dire che, se
vogliamo proprio essere precisi e delineare la rivoluzione scientifica in senso
tradizionale, dobbiamo ammettere che la lotta per trasformare il proprio
paradigma è una riforma non una rivoluzione. La rivoluzione avviene proprio
quando lo scienziato non ha più fiducia nel vecchio paradigma, quando questo ha
esaurito tutte le sue risorse[32][32]. Tuttavia ho preferito
chiamarle rivoluzioni entrambe perché se è già difficile tracciare una demarcazione
fra rivoluzioni scientifiche e scienza normale alla luce della stratificazione,
immettere anche la "riforma scientifica" mi sembra complicare troppo
il quadro. Comunque è un'altra analogia tra metodologia e scienza politica che
meriterebbe un'analisi seria. Penso di aver chiarito con questo paragrafo come
si può buttare l'acqua sporca (vaghezza del concetto) senza il bambino
(concetto di paradigma). Basta adattarlo alla realtà sociale che cambia. Anche
qui le intuizioni di Kuhn sono veramente feconde. Occorre solo spingere
ulteriormente sul pedale del rapporto scienza-società. Cosa che comunque Kuhn
ha già fatto molto rispetto al fisicalismo puro dei suoi predecessori.
3. Il concetto di
scienza normale.
L'altra grande critica che si fa a Kuhn è che
questi sembra giustificare e anche favorire il ruolo della scienza normale fra
gli scienziati, accentuando così la conservazione e la "pigrizia"
epistemologica. Su questo punto il più feroce avversario dello storico della
scienza americano è sicuramente Popper, che vede la scienza normale come un
crimine contro l'umanità, una sorta di inspiegabile barbarie. Popper arrivò a
dire che la scienza normale esiste ma "è una cosa di cui bisogna
vergognarsi"[33][33]. Entrare in questo
importante dibattito ci porterebbe fuori strada, quanto ci interessa è vedere
se la scienza normale è veramente così dannosa e che ruolo ha essa
nell'economia. Iniziamo proprio dalle posizioni di Kuhn. A dire il vero Kuhn
non giustifica la scienza normale nella sua opera principale. Piuttosto ne
fornisce una spiegazione. In linea con il suo indirizzo che è quello di fare
epistemologia descrittiva, egli vuole semplicemente dar conto della realtà
innegabile della scienza normale. Dire, come fece Popper, che chi la fa deve
vergognarsi è sterile perché niente viene fatto nella società che non abbia la
sua origine da qualche esigenza di qualsiasi tipo. Sarebbe come dire che chi è
razzista deve vergognarsi. Prima bisogna capire perché c'è il razzismo, a chi
fa comodo, da dove viene. Come al solito "non ridere né piangere ma
capire" (Spinoza). E in questo caso capire significa afferrare il ruolo
della scienza normale nella crescita della conoscenza. È noto che Popper,
vigoroso anticomunista, ha esaltato ironizzando nei suoi libri la parola d'ordine
trotskista della "rivoluzione permanente" che per lui è la base
dell'onestà intellettuale quando si fa scienza. Ma ha sempre dimenticato che
anche i rivoluzionari a un certo punto devono sintetizzare il lavoro svolto.
Anche nelle rivoluzioni socialiste ci sono i periodi "normali". E
questo perché, soprattutto nelle scienze sociali, la realtà cambia non
linearmente, ogni giorno dopo l'altro, ogni giorno uguale, ma piuttosto cambia
attraverso periodi caotici di repentini cambi di fronte e poi con periodi di
calma sociale. La analisi fatta delle onde lunghe aiuta un po' a mostrare
questo. La scienza nel suo progredire riflette la non linearità della storia
(non solo di quella economica). In periodi di calma sociale, quali stimoli
vengono, a livello sociale, per fare scienza rivoluzionaria? Certo gruppi
isolati possono farne (vedi Marx negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo
scorso, Sweezy durante il maccartismo, ecc.), ma a livello della massa degli
scienziati l'attenzione (e i soldi delle borse di studio) sarà orientata a
consolidare la teoria che si ha. Fare scienza normale è solo
marginalmente una necessità logico-strutturale della scienza (la necessità di
organizzare le novità, eliminare le contraddizioni, formalizzare i risultati,
ecc.). È piuttosto una caratteristica storica, sociale e quindi varia con i
periodi e con la società. E varia anche da scienza a scienza in dipendenza del
rapporto fra scienza, società e ruolo dello scienziato. Per esempio è ovvio che
la matematica è per sua natura più "conservatrice" dell'economia o
anche della fisica. Infatti non solo è influenzata dallo sviluppo sociale solo
nel lunghissimo periodo, ma ha una struttura logica tale che non ha quasi mai bisogno di eliminare teorie e risultati, piuttosto li accumula[34][34]. Nelle scienze sociali
invece il rapporto fra realtà e lavoro dello scienziato ci permette di
stabilire un contatto fra ciclo economico, scienza rivoluzionaria e lotta di
classe. Come vedremo tra poco, questo può intendersi direttamente come un
legame empirico tra cicli lunghi e momenti rivoluzionari nella scienza
economica. Il ruolo della scienza normale è invece quello di scegliere le teorie del periodo rivoluzionario che più sono funzionali al nuovo ciclo di
sviluppo. Questo non implica che la scienza rivoluzionaria ci sia solo in
periodi di crisi. Come detto questo è vero solo a livello complessivo. Il
singolo scienziato può riflettere la realtà sociale come gli pare. C'è
sicuramente una certa autonomia della teoria e del suo creatore rispetto alla realtà. Ma di solito l'autonomia
non è mai tanto forte né tocca più di qualche individuo. Insomma il ruolo della
scienza normale in economia non deve valutarsi secondo criteri romantici come
fa Popper. Non ci rincresce se uno scienziato fa scienza normale perché non è
critico o non lotta per falsificare la sua teoria. La scienza normale riflette in ultima analisi un'epoca di pace
sociale. In base a questa affermazione mi sento di dire che nel prossimo
periodo le possibilità di fare scienza normale saranno veramente poche.
4. Kuhn e
l'economia politica.
Da quanto detto
sinora si capisce che apprezzo molto l'opera di Kuhn che per la prima volta
nella storia della filosofia della scienza ha rotto la pessima abitudine di
dare consigli e dettare ordini dall'alto dell'epistemologia dominante. Se
questo è vero per i fisici lo è mille volte di più per gli economisti la cui
materia è la società stessa. La storia della filosofia della scienza dal 1962
(anno di pubblicazione della "Struttura delle rivoluzioni scientifiche")
a oggi si è andata via via orientando verso la descrizione, lasciando le regole
epistemologiche alla supponenza degli arroganti. È in questo cambiamento che
Kuhn ha aiutato la nostra disciplina. È ovvio poi che il suo modello,
opportunamente adattato nel tempo e nella struttura, è utilissimo per aiutare a
capire la storia anche della nostra disciplina. Ma più del modello in sé conta
il nuovo metodo. Come i primi storici greci seri iniziarono a fare ricerca
storica contro la tradizione della storia mitologica espressa fino ad allora,
così Kuhn, non a caso uno storico della scienza e non un filosofo, ha fondato
lo studio storico della scienza contro i miti e le leggende scientiste e
normative precedenti[35][35]. Questo è stato il
ruolo principale di Kuhn. Il fatto poi che un famoso economista avesse
anticipato Kuhn nello spiegare le epoche di teoria economica, ma senza trovare ascolto, dimostra solo che anche le idee
più brillanti per fiorire devono trovare l'humus adatto. Altrimenti rimangono
le intuizioni delle schiere dei precursori di qualche teoria.
ONDE LUNGHE E
CICLI NELLA STORIA DEL PENSIERO ECONOMICO
1. Introduzione.
Le onde lunghe sono
la spiegazione dei cicli del pensiero economico? E se sì in base a quale
processo di trasmissione?
La tesi che esistano
dei cicli nella storia del pensiero economico è stata espressa chiaramente,
come ricordato, già da Schumpeter. Come abbiamo sostenuto la teoria del ciclo economico di Schumpeter è poco sostenibile, per questo
sarebbe probabilmente difficile utilizzare la teoria di Schumpeter per trovare un meccanismo di trasmissione ciclo
reale-ciclo teoretico. Abbiamo anche visto come si possa fare un
accostamento fra elementi della teoria di
Schumpeter e la concezione kuhniana della scienza. Rimane il fatto tuttavia,
che se non siamo in grado di abbozzare una spiegazione di questi cicli torniamo
all'aforisma iniziale di Kalecki. Quanto troviamo non lo spieghiamo quanto
spieghiamo non lo ritroviamo. Sembrerebbe naturale, data la vicinanza delle due
teorie, accostarsi alla struttura delle rivoluzioni
scientifiche di Kuhn per cercare la spiegazione. Anche qui però incorriamo nel
problema visto prima, la teoria di Kuhn è quasi esclusivamente descrittiva. Il
"relativismo assoluto" di Kuhn non gli permette di spiegare il perché
di certe rivoluzioni in certi periodi. E questo dipende anche dalla fatto che
la sua concezione è nata dallo studio delle scienze naturali, nelle quali i
conflitti sociali si riflettono molto poco. Restiamo dunque delusi nella nostra
attesa di una spiegazione soddisfacente dei cicli che pure sono innegabili
nella storia del pensiero economico. Lo studio della storia delle scienze
sociali e dell'economia in particolare suggerisce un modo per rendere più
realistico e aggiornato il modello kuhniano. Infatti nelle scienze sociali il
legame tra conflitti sociali e dinamiche teoriche è molto stretto. Questo fa sì che le anomalie puramente logiche
contino poco rispetto alle esigenze delle classi, nella lotta fra i paradigmi e
nel paradigma. L'economista, più o meno coscientemente, difende nella teoria una posizione politica e sociale. La dinamica dei paradigmi dipende
perciò dal rapporto di forza delle classi in quella data epoca. Parafrasando
Marx ed Engels potremo dire che "tutta la storia è storia di lotta di
classe e relativi paradigmi scientifici". Questo dovrebbe essere il quadro
generale all'interno del quale spiegare le onde lunghe nella teoria economica.
2. Onde lunghe
economiche e teoriche: la stessa spiegazione?
Abbiamo visto le
varie scuole di teoria delle onde lunghe, i loro difetti, incongruenze,
e anche pregi. Ho concluso che le teorie più convincenti sono quelle che danno preponderanza alle variabili
uniche, storicamente singolari, anche se inserite nel ciclo, piuttosto che a
improbabili meccanismi secolari. Può questo essere valido anche nella
spiegazione dei cicli teorici? Dobbiamo, in virtù dell'ipotesi legame realtà-teoria, cercare un'unica spiegazione ai cicli teorici e a quelli economici? Da quanto esposto finora è facile capire che
la mia opinione sia affermativa. Per quanto l'elaborazione teorica possa essere autonoma, la realtà alla fine deve riflettersi anche
nella mente del più astratto degli economisti. Per vedere se l'ipotesi può
portare a proprio favore qualche fatto occorre vedere se c'è una correlazione
fra i cicli economici e quelle teorici e poi
interpretare l'eventuale legame. Un confronto del genere è certo difficile, per
via della stessa definizione di onda lunga. Tuttavia rifacendoci alla classica
divisione delle quattro onde possiamo tentare un raffronto[36][36].
a) la prima onda
(1789-1848): la fase ascendente è quella della rivoluzione industriale che
arriva circa fino al 1815. Poi fino all'anno delle rivoluzioni c'è un declino.
Cosa succede in economia? La prima ondata di rivoluzioni scientifiche precede
l'upswing economico. Infatti si compie nel trentennio 1750-1780. Poi c'è
l'opera riordinatrice di Smith. La nuova epoca di rivoluzioni teoriche, quella di Ricardo, Malthus e gli altri, si apre proprio quando
inizia il declino dell'onda lunga: "Il trentennio 1815-45 è stato uno dei
più ricchi nella storia del pensiero economico"[37][37].
b) la seconda onda
(1848-1893): la fase ascendente è quella della concorrenza sfrenata e della
costruzione del mercato mondiale per tutta una serie di merci. Il declino
inizia nel 1873, poco dopo la Comune. La terza ondata di rivoluzioni
scientifiche si compie nel ventennio 1870-1890 con la nascita della teoria marginalista. Anche qui durante un ristagno del ciclo. Invece nel
ventennio di ascesa c'era stato il consolidamento milliano della scienza e
l'inizio del pensiero marxiano.
c) la terza onda
(1893-1940): la fase ascendente è quella delle società per azioni, della
nascita dell'imperialismo, dei mercati oligopolisti e monopolisti, della
fusione di capitale industriale e
finanziario. La fase discendente inizia con la guerra mondiale, nelle parole di
Lenin "un'epoca di guerre, rivoluzioni e controrivoluzioni". In
economia abbiamo una scienza ultranormale fino a circa gli anni Venti e poi
l'epoca dell'“alta teoria” di Keynes, Kalecki, Schumpeter e tutti gli
altri.
d) la quarta onda
(1940-1990?): disastrosa sconfitta del movimento operaio sotto il nazifascismo.
Boom del dopoguerra e inizio del declino nel 1968 interrotto nei secondi anni
'80. Anche in questo caso in economia il periodo recessivo è quello più ricco
di fermenti teorici. Siamo in un nuovo periodo di scienza
rivoluzionaria anche se ancora nessun paradigma è riuscito a spuntarla.
Dalla rapida analisi
fatta risulta che nelle quattro onde lunghe registrate dal Settecento a oggi il
periodo di scienza rivoluzionaria era quello recessivo, mentre il boom portava
con sé la pace teorica e sociale. Questa relazione non può essere
casuale, va spiegata. L'ipotesi più immediata che può sorgere è quella di un
rapporto diretto tra ciclo e teoria: la
recessione abbassando il livello di vita spinge a riflettere sulla realtà,
distrugge le certezze e così via. Si può aggiungere che più il boom è forte,
più routinaria è la scienza normale (vedi sintesi neoclassica) mentre più
devastante è la crisi più rivoluzionaria deve essere il nuovo paradigma. Questo
è certamente vero ma la mia opinione è che questo rapporto fra ciclo e teorizzazione non sia così diretto come sembra. Piuttosto è mediato da un
altro processo e cioè l'esplodere ricorrente delle lotte sociali. Occupandoci
delle teorie della crisi del capitalismo abbiamo visto la
relazione non meccanica ma plastica fra ciclo economico e lotte di classe.
Mandel ha mostrato il collegamento delle onde lunghe con le lotte dei
lavoratori[38][38]. Questo collegamento a
mio avviso fa da tramite fra i processi di cambiamento nel ciclo economico e
quelli nella teoria economica. Gli economisti non reagiscono
direttamente e solamente al ciclo in sé ma alle conseguenze che il ciclo porta
con sé rispetto alle classi sociali. Tanto più la società si mette in movimento
sotto la spinta della recessione ma non solo, tanto più gli economisti
reagiscono assecondando, tramite le nuove teorie una o l'altra parte in lotta, oppure fanno del "sincretismo
esangue" che tenta di mediare tra le due[39][39]. Sarebbe interessante
collegare questo meccanismo a tre poli con la nota teoria popperiana dei tre mondi, anche se indubbiamente Popper non l'ha
creata per dar conto delle lotte sociali (e per due volte ho citato la teoria dei tre mondi in contesti lontanissimi dalle intenzioni dell'autore,
ma ciò perché quella concezione mi sembra tanto buona come idea quanto
irrimediabilmente idealistica nel modo di intenderla di Popper[40][40]) .
Adesso occorrerebbe
tentare di giustificare la tesi qui esposta. Non basta dimostrare, come è
facile, che molti economisti hanno agito direttamente per difendere una parte o
l'altra. La pura coincidenza di recessione con scienza rivoluzionaria ha
bisogno di prove più sostanziose. La fiducia in fatti discriminanti è ormai
tramontata, fortunatamente, tuttavia ancora oggi non pochi scienziati
storcerebbero la bocca a sentire la famosa affermazione hegeliana "Tanto
peggio per i fatti”. Come funziona allora il meccanismo? Il meccanismo
l'abbiamo già illustrato nel corso della ricerca. Il motivo per cui possiamo
istituire un collegamento tra scienza e realtà via lotta di classe dipende dal
fatto che la scienza altro non é che il concentrato delle esperienze sociali.
La scienza è legata dinamicamente alla società perché ne è l'espressione
sintetica. Ogni teoria, che il suo estensore ne sia consapevole o meno,
non solo riflette la realtà rispetto a un certo punto di vista sociale. Ma
orienta il comportamento di qualche attore sociale. Quanto detto per le teorie del ciclo riguardo alla endogenità o meno delle spiegazioni vale
anche qui. Il collegamento è concretamente realizzato in condizioni molto
diverse, più o meno dirette, più o meno ideologiche. Resta il fatto che c'è. La
sua esistenza è l'unica spiegazione razionale, a parte il caso, ai movimenti
congiunti sopra menzionati.
3. Conclusione
Al termine di ogni
paragrafo ho espresso la mia opinione sui vari argomenti trattati e le lezioni
che si potevano trarre da quanto andavo esponendo. In conclusione di questa
breve ricerca intendo tentare di trarre considerazioni per la nostra epoca. Se
infatti la storia del pensiero economico, dei cicli economici e la filosofia
della scienza non servissero per il futuro non sarebbero più utili di vecchie
fotografie ingiallite, solo dei ricordi del passato. Se la teoria non è una guida per l'azione vale meno della carta su cui è scritta.
Che cosa ci permettono di prevedere le teorie del ciclo su esposte? E il rapporto fra teoria, realtà e scienza rivoluzionaria che lascia intendere per il futuro?
Penso che dobbiamo partire comunque dalla situazione dell'economia. Il cuore
del sistema capitalistico è il legame accumulazione del capitale-investimenti.
Sono gli investimenti che rilanciano l'economia, l'innovazione tecnologica,
l'occupazione, il commercio internazionale. Su questo concorderebbero tanto
Schumpeter che Kondratiev che Trotskij. I dati sugli investimenti sono proprio
quelli che ci fanno disperare[41][41]. Anche gli altri indicatori
non migliorano. Non sembra che prima della metà del decennio il mondo conoscerà
una vera ripresa degna di questo nome. Ma questa stagnazione è la fase
discendente dell'onda lunga? È una crisi durante una fase di ascesa?
Probabilmente potrebbe diventare l'uno e l'altro anche a seconda delle
politiche adottate. Ci basti ricordare questa situazione e passare agli altri
argomenti esaminati. Se almeno in prima approssimazione senza ripresa non c'è
scienza normale dobbiamo aspettarci una situazione di confusione e pluralismo
ancora per molto? Non erano riusciti i teorici delle aspettative razionali a dominare la disciplina? Non erano i
modelli di real business cycle l'ultima parola sulla dinamica del
capitalismo? Se la tesi esposta sopra è corretta quel predominio si basava
sostanzialmente sul boom degli anni Ottanta (anche se la teoria è precedente). Finito il boom finito il predominio. Possiamo perciò
azzardare la previsione anche per la scienza economica: nessuna ortodossia
canalizzerà la ricerca almeno per qualche anno ancora. Infine per il rapporto
tra scienza e convulsioni sociali possiamo concludere che quello che manca non
è certo la base oggettiva su cui innescare un ciclo di lotte. Manca piuttosto
il termine medio fra realtà e soggetti sociali collettivi, la teoria e l'organizzazione che
attraverso la teoria li guida nell'azione. Possiamo concludere perciò
che ben difficilmente nel breve periodo il capitalismo verrà messo in pericolo
almeno nei paesi industrializzati. Ricapitolando: abbiamo previsto per il
prossimo periodo, ristagno economico, confusione teorica e basso grado di lotta di classe. La storia si incaricherà di
mostrare quanto le previsioni fatte fossero errate. La causa che più gradirei
smentisse le mie previsioni è il ruolo del fattore soggettivo. nella nostra
società potrebbe prevalere l'idea che l'economia, il processo produttivo si può
comprendere e modificare, non solo subire.
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