Il problema della trasformazione del valore in prezzi in Marx. Un
dibattito promosso da “Proteo”[1]
Premessa: qualche anno fa, Proteo, rivista legata alla federazione sindacale
RDB, ha promosso un meritorio dibattito sul problema della trasformazione e della
teoria del valore in Marx. Vi hanno partecipato teorici della cosiddetta interpretazione
temporale del sistema unico (TSSI) che nega l’esistenza
stessa del problema, teorici che vogliono eliminare la teoria del valore
dall’ambito del marxismo e altri. Abbiamo chiesto per iscritto alla redazione il
permesso di riportare in questo sito un’antologia degli articoli usciti sulla
rivista (con alcune correzioni stilistiche e di traduzione). Non avendo
ricevuto risposta, pubblichiamo questo scritto, pronti, se mai arriverà una
risposta negativa, a eliminarlo.
Come si evince, le
parti in causa riescono a fare entrambe una magra figura. Gli uni, riducono
cento anni e passa di dura battaglia ideologica a incomprensioni e tradimenti.
Gli altri si vantano di aver ridotto il marxismo a una sciapa etica blandamente
riformista. Viene alla mente la famosa affermazione di Trotskij: “Marx ha fatto
del socialismo una scienza. Questo non impedisce a qualcuno di fare del
marxismo un’utopia”. Inutile dire che queste posizioni teoriche hanno nefaste
conseguenze politiche: le prime, riducono i marxisti a una sterile setta ai
margini del movimento operaio; le seconde relegano la lotta di classe a una
denuncia morale delle ingiustizie sociali.
L’epoca della crisi
del capitalismo in cui abbiamo la ventura di vivere necessita ben altri teorici
e ben altre teorie. In questo senso, l’ultimo articolo che abbiamo inserito va nella
direzione che riteniamo corretta (la contraddizione come sviluppo reale del
valore nel capitalismo e dunque unica soluzione al problema della
trasformazione).
Premessa a cura della Redazione di
Proteo
In questo numero, Proteo inserisce
nella nuova rubrica "Per la critica del capitalismo" un filone di
dibattito teorico per la riaffermazione dei principi chiave dell’analisi
marxista. Questa iniziativa nasce dalla convinzione che sia necessario
sviluppare una analisi che si rifaccia alle tre colonne basilari del l’opera di
Marx, piuttosto che alla varie interpretazioni e travisamenti di molte scuole
di pensiero che di Marx hanno ritenuto validi al massimo alcuni spezzoni e
fraseologia ma non la sua coerenza interna e, quindi, la sua capacità di analisi.
Questi principi basilari sono: l’analisi dell’economia in termini di valore
come espressione socialmente determinata del lavoro umano; l’analisi della
società in termini prima di tutto (ma non solo) di classi sociali
economicamente determinate; e la dialettica come metodo di ricerca di
tali analisi.
Tuttavia non è sufficiente ritornare
a Marx. In un periodo in cui il suo pensiero sembra essere screditato dalla
caduta del cosiddetto sistema comunista è anche necessario sviluppare il suo
pensiero al fine di analizzare i mutamenti che sono avvenuti nella moderne
società capitalistiche e in seguito ai fatti del 1989. Questa opera di indagine
avviene inevitabilmente nell’ambito di continui attacchi al pensiero marxista
che secondo i critici sarebbe soggetto a contraddizioni interne insolubili.
Siamo convinti che tali contraddizioni esistano solo nel pensiero dei critici e
non nell’opera originale di Marx che, come dimostreremo in questo numero e nei
prossimi, si caratterizza anche per una ferrea coerenza logica. Ci proponiamo
di presentare ai lettori i risultati di studiosi sia italiani che stranieri che
si muovono entro tali coordinate teoriche, e non solo.
Vogliamo sottolineare che la scelta
degli articoli da pubblicare sarà fatta tenendo in mente un principio basilare:
che i testi, pur non essendo talvolta di facile lettura, siano comprensibili a
tutti coloro che desiderano impegnarsi in tale lettura anche se non dispongono
di conoscenze teoriche specifiche. Si vuole fare, in altre parole, un’opera di
divulgazione seria, al fine di dare strumenti validi e adatti ai nostri tempi a
tutti coloro che pensano che una società alterativa sia non solo necessaria ma
possibile. Questa è anche la nostra convinzione, così come siamo convinti che
tale progetto non possa che incentrarsi su una ricerca basata sulle direttive
teoriche del grande pensatore tedesco.
Iniziamo questo numero con tre
articoli di Alan Freeman (Università di Greenwich), Andrew Kliman (Pace
University, New York) e Guglielmo Carchedi (Università di Amsterdam) che
trattano del cosiddetto ‘problema’ della trasformazione dei valori in prezzi.
In sintesi si tratta della ridistribuzione del valore dovuta al funzionamento
dell’economia capitalistica. E cioè, vi sono meccanismi oggettivi per cui il
valore contenuto in una merce non è il valore che il proprietario di quella
merce riceve al momento della compravendita. La trasformazione dei valori in
prezzi è tutta qui. È da quando uscì il terzo volume del Capitale (in cui la
trasformazione viene trattata) che la analisi di Marx di tale processo ridistribuito
viene attaccata come internamente incoerente. In effetti non vi è alcun
problema. Questi articoli e i susseguenti lo dimostrano chiaramente.
Abbiamo voluto iniziare la nuova
rubrica trattando di tale ‘problema’ perché, al di là della sua rilevanza
teorica, esso è di enorme importanza politica. In breve, i critici argomentano
che Marx è logicamente incoerente attraverso l’introduzione di un metodo di
analisi che non soltanto è alieno a quello di Marx ma anche, e soprattutto, non
ha nulla a che vedere con la realtà. In tale metodo il tempo non può esistere.
Su questa base fantascientifica essi concludono che il procedimento di Marx è
sbagliato e deve quindi essere corretto. Ma tutte le cosiddette correzioni
finiscono per negare il concetto di sfruttamento.
È questa l’importanza politica e
ideologica della discussione sulla trasformazione ed è per questo che riteniamo
importante portarla alla con conoscenza dei nostri lettori. È per questo,
inoltre, che questa rubrica vuole aprirsi ai diversi contributi, di
impostazione necessariamente diversa, per riannodare le fila di un fondamentale
dibattito teorico per i percorsi di lotta del movimento dei lavoratori.
Il problema inesistente: la trasformazione dei valori in prezzi in
parole semplici, Guglielmo
Carchedi
E’ da quando uscì postumo il terzo
volume del Capitale di Carlo Marx che economisti di varie scuole hanno scoperto
e riscoperto una ‘contraddizione’ nell’economia marxista che ne invaliderebbe
le fondamenta. Si tratta del cosiddetto problema della trasformazione dei
valori in prezzi. Lo scopo di questa breve nota è duplice. Primo, fare uno
schema dell’essenza del cosiddetto problema per i ‘non-addetti ai lavori’, vale
a dire in termini comprensibili a tutti. Secondo, dimostrare che il problema,
se c’è, è solo nelle menti confuse dei critici di Marx. Premetto che quanto
segue è solo ciò che è strettamente necessario per capire il dibattito
sulla trasformazione.
Che cos’è dunque la trasformazione?
Nella teoria di Marx, il valore di una merce è dato dal valore dei mezzi di
produzione, chiamati capitale costante, dal valore della forza lavoro, chiamato
capitale variabile, e dal plusvalore creato dai lavoratori. Se V è il
valore della merce, c quello del capitale costante, v quello del
capitale variabile e s è plusvalore, il valore di una merce è V = c+v+s.
Consideriamo adesso due settori rappresentati dalle merci che essi producono, e
chiamiamoli V1 e V2. Ciascuno di essi ha bisogno del suo c e del suo v
e produce il suo s. In tal caso
V1
= c1+v1+s1
V2
= c2+v2+s2.
Diamo adesso dei valori a questa
notazione astratta. Per esempio, se i valori del capitale investito sono
espressi in percentuali (cosicché il totale del capitale costante più quello
variabile è uguale a 100)
Settore 1: V1 = 80+20+20 = 120
Settore 2: V2 = 60+40+40 = 140
In questo schema, il settore 1
impiega capitale costante per un valore di 80 e capitale variabile per un
valore di 20. Si presuppone che il plusvalore prodotto sia uguale al valore
della forza lavoro (il capitale variabile). Questo implica un tasso di
plusvalore (il rapporto tra plusvalore e capitale variabile) uguale a 20/20 =
100%. La stessa ipotesi è fatta per il plusvalore prodotto nel settore
Fino a qui abbiamo supposto che in
ciascuno dei due settori vi sia solo un produttore. Supponiamo adesso che in
ciascuno di questi settori vi siano più produttori (tutti i produttori nello
stesso settore impiegano la stessa percentuale di c e v e in
entrambi i settori il tasso di plusvalore è del 100%). Introduciamo la nozione
di tasso di profitto. Quando un’impresa vende i suoi prodotti, ricava un certo
plusvalore che, diviso per la somma del capitale investito (c+v),
dà il tasso di profitto. Supponiamo che la domanda sia distribuita in modo tale
che ciascun settore realizzi il plusvalore in esso prodotto. In tal caso il
settore
Tuttavia, una distribuzione della
domanda tale che ciascun settore realizzi esattamente il plusvalore in esso
prodotto è puramente accidentale. In realtà, la distribuzione della domanda e
quindi i prezzi dei due settori saranno diversi da quelli appena ipotizzati.
Come prima ipotesi di lavoro supponiamo che essi siano tali che i due settori
realizzano il tasso medio di profitto del 30% (conseguentemente, non vi è
movimento di capitali). In tal caso, ciascun impresa del settore 1 venderà i
suoi prodotti per 130 e lo stesso vale per le imprese del settore 2. Ossia, i
lavoratori di ciascun impresa nel settore 1 producono un plusvalore di 20 ma
quell’impresa ricava un plusvalore uguale a 30 mentre i lavoratori di
ciascun’impresa nel settore 2 producono un plusvalore di 40 ma tale impresa
ricava un plusvalore di 30. Vendendo a tali prezzi, ciascun’impresa nel settore
1 si appropria di un plusvalore aggiuntivo di 10 e ciascun’impresa del settore
2 perde un plusvalore di 10. La trasformazione dei valori in prezzi è tutta
qui: è una redistribuzione del plusvalore totale prodotto tale che i settori a
basso tasso di profitto vendono ad un prezzo che assicura il tasso medio di
profitto (30%) e i settori ad alto tasso di profitto vendono ad un prezzo che
riduce il loro tasso alla media. Si noti che la media è solo un esempio.
Ogni altro valore entro 120 e 140 andrebbe ugualmente bene. Il vantaggio di
ipotizzare la media è che ci permette di astrarre dai movimenti di capitale e
quindi di focalizzare la nostra attenzione sull’appropriazione di valore
attraverso il sistema dei prezzi. La trasformazione quindi non è nient’altro
che la teoria della formazione dei prezzi in Marx che a sua volta non è nient’altro
che la differenza tra valore prodotto e appropriato. Niente di trascendentale.
Tra parentesi, l’appropriazione di
valore dovuta ad una struttura di domanda ed offerta tale che ciascun settore
realizza o di più o di meno del plusvalore prodotto (l’ipotesi di cui sopra) è
chiamata ‘scambio diseguale’ (una nozione da non confondersi con quella di
Emmanuel). Questa nozione è importante non tanto perché spiega l’appropriazione
di valore nelle condizioni sopra ipotizzate quanto perché (1) ci permette di
focalizzare l’attenzione sull’essenza della trasformazione dei valori nei
prezzi e perché (2) tale spiegazione è il punto iniziale che ci permette di
rivelare l’appropriazione di valore in seguito alle innovazioni tecnologiche e
a prezzi costanti nei settori innovativi (la causa ultima delle crisi
economiche). Ma quest’argomento non può essere trattato qui.
Ritorniamo alla trasformazione.
Introduciamo ora la dimensione
temporale. A ciascuna produzione segue la distribuzione (vendita) e il consumo
dei beni prodotti. La economia è quindi un susseguirsi di periodi che iniziano
con l’ acquisto dei beni necessari (gli input), che prosegue con la loro
trasformazione (produzione), e che finisce con la vendita e consumo del
prodotto (output). Chiamiamo t1 il momento iniziale (acquisto degli input) del
primo periodo e t2 quello finale (vendita e consumo degli output). Al momento
t1 le imprese del settore 1 comprano mezzi di produzione per 80 e forza lavoro
per
Questo schema dell’attività
economica è estremamente semplificato ma contiene in nuce tutti gli
elementi per essere esteso a situazioni sempre più complesse. Le sue
potenzialità per capire il capitalismo dal punto di vista del proletariato sono
immense, ed è proprio per questo che è stato attaccato e continua d essere
attaccato dalla ‘scienza’ economica la cui matrice ideologica è esattamente
l’opposta di quella di Marx. Vediamo in che consiste tale critica. Consideriamo
l’esempio di cui sopra
Settore 1: valore prodotto=80+20+20=120
Valore realizzato=130
Settore 2: valore
prodotto=60+40+40=140 Valore realizzato=130
Supponiamo ora che i due settori
rappresentino l’economia di un paese (l’introduzione di più settori renderebbe
tale esempio più realistico ma due settori sono sufficienti per capire la
questione). La critica verte sui seguenti tre punti. Primo, c’è la domanda su
cui molti si sono spremuti le meningi: che cos’è il valore e come si misura?
La risposta per Marx è molto semplice. Il valore è lavoro umano eseguito entro
relazioni economiche capitalistiche, cioè eseguito da coloro che non sono i
proprietari dei mezzi di produzione per i proprietari di tali mezzi. Molto
dovrebbe essere aggiunto, ma questa è l’essenza. Quindi il valore ha sia un
aspetto naturalistico (e in questo senso il lavoro è la sostanza del valore)
sia un aspetto socialmente determinato. Bene, dicono i critici, ma per Marx il
lavoro semplice conta meno di quello complesso e il lavoro più intenso conta
più di quello meno intenso.
Questa tesi è stata criticata, come
al solito, semplicemente perché non è stata capita. Consideriamo prima il
valore prodotto dal lavoro semplice e da quello complesso. La forza lavoro del
lavoratore non-qualificato, (per esempio, lo spazzino) richiede meno tempo per
essere prodotta, per esempio un più basso livello di scolarità, di quella del
lavoratore qualificato (per esempio, l’ingegnere). Se alla società creare un
ingegnere costa un multiplo del tempo necessario per creare uno spazzino, ogni
volta che un ingegnere è creato è come se venissero creati diversi spazzini
(diversi spazzini non potrebbero fare il lavoro dell’ingegnere ma ciò è
irrilevante, dato che è l’aspetto quantitativo e non quello qualitativo che
conta in questo contesto). Quindi, ogni volta che un ingegnere lavora per
un’ora è come se lavorassero diversi spazzini per un’ora. È per questo che il
lavoro della forza lavoro qualificata (lavoro complesso) conta come un multiplo
del lavoro della forza lavoro non-qualificata (lavoro semplice). Per quanto riguarda
l’intensità del lavoro, uno spazzino (e lo stesso vale per l’ingegnere) che
lavora ad una intensità doppia di quella di un altro produce un valore uguale a
quello di due spazzini più ‘pigri’. Infatti, ci vorrebbero due di questi ultimi
per produrre quello che produce lo spazzino più alacre. Questo è la tesi di
Marx.
Pur ammettendo che tale tesi sia
giusta, dicono i critici, siccome noi non possiamo osservare tipi diversi di
lavoro, il concetto di valore non può essere empirico e diventa metafisico.
Questa è una sciocchezza bella e buona. Che i diversi tipi di lavoro non siano
osservabili è solo ed unicamente una conseguenza di un sistema di rilevazioni
statistiche che (non a caso) non si presta a tale tipo di osservazioni. Date le
risorse ad un gruppo di ricercatori e loro vi produrranno un sistema di
rilevazione del lavoro adatto a misurare il valore prodotto da ciascun
lavoratore (si veda il volume curato da A.Freeman e G.Carchedi, Marx and
Non-Equilibrium Economics, Edward Elgar, 1996, capitolo 7).
La seconda critica è chiamata
pomposamente la ‘regressione ad infinitum’, un nome tale da incutere
timore. E cioè, dicono i critici (tra cui penne illustri, come Joan Robinson),
per calcolare il valore del prodotto di un certo periodo, bisogna sapere il
valore degli input, per esempio dei suoi mezzi di produzione. Ma questi sono
stati a loro volta output del periodo precedente. Quindi per calcolare il loro
valore dobbiamo fare un ulteriore passo indietro nel tempo, e così via
presumibilmente fino alle origini della vita. Questa è una sciocchezza ancora
maggiore. Come ho argomentato più volte, questo criterio renderebbe impossibile
qualsiasi tipo di scienza e di conoscenza (compresa la storia). Ogni tipo di
scienza deve prendere un certo punto di partenza come dato. Per esempio, per
capire le origini del capitalismo devo prendere il feudalesimo come un dato
punto di partenza. Se, per capire il capitalismo, penso che sia necessario
indagare anche sulle origini del feudalesimo, allora devo prendere l’epoca precedente
come data. Ma alla fine dovrò fermarmi e prendere un certo punto come dato.
Similmente, uno psichiatra che indaghi sui problemi del suo paziente può
pensare che sia necessario esaminare la psiche dei suoi genitori. Eventualmente
potrebbe fare un passo indietro nell’albero genealogico del paziente ma alla
fine si dovrà fermare. Per tornare a noi, per calcolare il valore di un
prodotto devo prendere quello dei suoi inputs come dati. Anche se volessi fare
ulteriori passi indietro, ad un certo punto dovrò pure prendere gli inputs di
un certo periodo come dati. È incredibile ma vero: è con questo tipo di
balbettio metodologico che un gigante come Marx viene attaccato.
La terza ed ultima critica
richiede un certo impegno per essere seguita. Supponiamo che il settore 1
produca beni di investimento (macchine, ecc.) e che il settore 2 produca beni
di consumo (vestiti, cibo, ecc.). Questo è il modello più semplice di
un’economia. Consideriamo il settore 1. Esso vende i mezzi di produzione da
esso prodotti per un valore di 130, sia al suo interno che al settore 2. Ora,
dicono i critici con l’aria di chi ha avuto une grande pensata, anche un
bambino sa che lo stesso prodotto è comprato dal compratore per un certo
prezzo e venduto dal venditore allo stesso prezzo. Nell’esempio precedente, 130
è il valore a cui sono venduti i mezzi di produzione ad entrambi i settori ed
ovviamente dovrebbe essere il valore pagato dai compratori. Però i mezzi di
produzione sono comprati dai capitalisti nel settore 1 per un valore di 80 e
nel settore 2 per un valore di 60. Il totale è 140. Voilà, ecco la prova
definitiva dell’incoerenza del pensiero di Marx. I capitalisti comprano i mezzi
di produzione per 140 ma li vendono per 130. Il prezzo ricevuto dal venditore
non è lo stesso del prezzo pagato dal compratore. È questa l’essenza della
critica della circolarità, la critica maggiormente diffusa ed accettata della
teoria marxista della trasformazione dei valori in prezzi. Fu originariamente
proposta da Böhm-Bawerk, ripetuta, con una ‘soluzione’ che accettava la
validità della critica, da von Bortkiewicz, e, ahimè, accettata e diffusa nei
circoli marxisti dall’influente economista marxista Paul Sweezy nel
secondo dopoguerra. Dopo di loro, intere biblioteche sono state scritte su
questo ‘problema’ come se il problema esistesse veramente e numerose soluzioni
sono state trovate ad un problema che non esiste. Ma le cose stanno diversamente
e per ben due motivi.
Primo, la discrepanza (tra 130 e
140) è dovuta al fatto che negli esempi di cui sopra (e per estensione in tutte
le discussioni sulla trasformazione) il capitale costante e quello variabile
sono espressi in percentuali piuttosto che nei loro valori assoluti (vedi
sopra). Questi valori percentuali sono stati implicitamente considerati dai
critici come valori assoluti e quindi sono stati fatti contare come una
unità di capitale investito per settore. Ma se si ipotizzano diverse unità di
capitale investito nei vari settori, il problema sparisce. Vediamo perché.
Consideriamo il periodo t1-t2. Se
entrambi i settori hanno comprato mezzi di produzione a t1 per 60+80=140 è
ovviamente perché tali mezzi di produzione erano allora disponibili a quei
prezzi (indagare sulla formazione di questi prezzi significherebbe accettare la
validità della regressione ad infinitum). Se, durante il periodo t1-t2, il
settore 1 produce mezzi di produzione che vende a t2 solo per 130 vuol dire (1)
o che la produzione è calata (e con essa è anche calato il potere d’acquisto,
la domanda, per tale offerta) cosicché a t2 (come inizio del periodo t2-t3) i
mezzi di produzione che possono essere comprati avranno un prezzo di 130 (2) o
che nel settore 1 operavano più di una unità di capitale e quindi la quantità
di capitale investito e i mezzi di produzione prodotti sono tali per cui il
prezzo totale dei mezzi di produzione è 140. Ciò non può essere visto perché
l’esempio considera implicitamente solo una unità di capitale investito
invece di mostrare il capitale effettivamente investito, cioe l’esempio mostra
le percentuali invece dei valori assoluti. La critica non comprende l’ipotesi
su cui si basa la teoria marxista della trasformazione.
Per di più, anche se si considerano
valori percentuali, cioè solo una unità di valore investito per settore, per
ciascun esempio in cui c’è una ‘discrepanza’ come sopra, un altro esempio può
essere fatto in cui tale ‘discrepanza’ non esiste. Nell’esempio di cui sopra
basta ipotizzare che il settore 1 investe 73.3c e 26.7v per ottenere i seguenti
risultati
|
Settore 1 |
|
Settore 2 |
|
73.3c+26.7v+26.7s |
|
60.0c+40.0v+40.0s |
|
|
|
133.3c+66.7v+66.7s |
|
126.7 |
|
140.0 |
|
|
|
266.7 |
|
|
|
Dopo la perequazione del tasso di
profitto (66.7/200=0.33), ciascun settore realizza un valore pari a 133.3.
Quindi il settore 1 vende i mezzi di produzione a 133.3 e entrambi i settori li
comprano a 73.3+60.0=133. [2].
Secondo, abbiamo visto che non vi è
‘discrepanza’ tra i valori dei mezzi di produzione comprati e venduti. Vediamo
ora perché i critici hanno potuto pensare che vi fosse tale discrepanza, cioè perché
il metodo di Marx sia presumibilmente affetto da circolarità. La ragione è
che la critica si basa su un madornale errore logico. Consideriamo il primo
periodo, t1-t2. A t1 le imprese di entrambi i settori comprano mezzi di
produzione per 80+60=140. Con tali mezzi di produzione nuovi mezzi di
produzione vengono prodotti dalle imprese del settore 1 che li vendono (sia
all’interno del loro stesso settore che al loro esterno, al settore 2) per 130.
Cioè, indipendentemente dai valori a cui sono comprati e venduti, i mezzi di
produzione comprati a t1 (che servono per il periodo t1-t2) non sono gli
stessi di quelli venduti a t2 (che servono per il periodo t2-t3). Tuttavia,
la supposta circolarità nel metodo di Marx si basa sull’assurda ipotesi che i
mezzi di produzione comprati a t1 sono gli stessi di quelli venduti a
t2. Ciò è evidente se si considera l’affermazione su cui si basa la critica
della circolarità secondo cui nel metodo marxiano gli stessi mezzi di
produzione sono venduti ad un prezzo e comprati ad un altro prezzo (vedi
sopra).
In altre parole, la critica sarebbe
valida se i mezzi di produzione prodotti dal settore 1 nel periodo t1-t2
(quindi venduti da tale settore per 130 al momento t2) fossero comprati da
entrambi i settori non al momento t2 ma al momento t1 (quindi per 140). In
questo caso essi sarebbero contemporaneamente venduti per 130 ma
comprati per 140. Ma questo significa sovrapporre i due momenti t1 e t2,
significa cioè abolire il tempo. Questa è la contro-critica che rivela la
vacuità del cosiddetto problema della circolarità nella trasformazione dei
valori in prezzi. Tale contro-critica, da quando è stata formulata negli anni
80 (si veda G. Carchedi, The Logic of Prices and Values, Economy and Society,
Vol.13, No.4, 1984 e G. Carchedi, Frontiers of Political Economy, Verso,
London, 1991, cap. 3) ad oggi non è mai stata ribattuta. Si continua a
parlare del ‘problema’ della trasformazione e a trovare delle ‘soluzioni’ la
cui assurdità metodologica è direttamente proporzionale al poderoso arsenale
matematico impiegato.
Concludendo, ridotta alla sua
essenza, la questione è semplice. In una concezione in cui il tempo non esiste,
la teoria di Marx è incoerente. Ma in una teoria in cui il tempo esiste è la
critica a Marx che è incoerente. Ciascuno faccia la sua scelta.
[1] N.d.R.: ovviamente il ragionamento è valido
qualsiasi siano i valori scelti.
[2] N.d.R.: come già annotato in precedenza, la
critica al simultaneismo non dipende dall’esempio, numerico scelto ma è valida
qualsiasi siano i valori di riferimento adottati
Se è corretto, non correggetelo, Andrew Kliman
1. Da Seattle a Genova... [1]
Da Seattle a Genova, un movimento
nuovo ha investito con forza la globalizzazione. L’internazionalismo del
movimento, il rifiuto di forme elitarie di organizzazione, e i tentativi di
unire lavoratori e ambientalisti (e altre forze) sono del tutto esemplari, come
lo è l’opposizione esplicita di una sezione crescente del movimento contro lo
stesso "capitalismo globale".
Se questo movimento nuovo potrà
imparare dagli errori passati della Sinistra, potrà evitare di ripeterli. Uno
errore chiave, credo, è la tendenza di prendere particolari forme e istituzioni
del capitalismo--proprietà privata, il mercato, società per azioni, e
dominazione imperialista, il Fondo Monetario Internazionale ecc.--per il
capitalismo stesso. Lottare solamente contro specifiche forme istituzionali
equivale a permettere al capitalismo di riemergere sotto forme nuove, come la
proprietà statale e/o un’economia pianificata. Un altro errore è quello di
supporre che la radice dei nostri problemi sia l’avidità o il mal volere dei
capi delle istituzioni capitaliste piuttosto che le leggi economiche oggettive
a cui anche loro sono sottoposti. Qualche cosa di più fondamentale deve essere
sostituito che non riguarda solo le persone in carica.
Quello che penso che debba essere
sostituito è la produzione del valore. Il capitalismo ha ristrutturato la
produzione e in verità tutta la vita attorno all’incessante necessità di
produrre e accumulare sempre più valore come fine a se stesso. La storia ha
mostrato, credo, che questo processo non può essere soggiogato e pianificato
maneggiando le sue forme istituzionali. Ogni impresa capitalista e ogni nazione
devono fare tutto ciò che possono per espandere il valore al massimo se non
vogliono soccombere nella lotta competitiva. Le istituzioni capitaliste e i
loro leader devono fare del loro meglio per espandere al massimo il valore se
non vogliono essere sostituiti da istituzioni e leader che sapranno meglio
comportarsi in tal modo.
Così il movimento contro il
capitalismo globale farebbe bene a lottare non solo le battaglie concrete e
immediate, che sono certamente necessarie e importanti, ma anche la battaglia
contro la produzione del valore stessa. E farebbe bene a considerare lavori
come il Capitale di Marx che analizza il processo di produzione del valore e
indica l’alternativa--una società nella quale la meta è "lo sviluppo dei
potenziali umani come un fine in se stesso" (Marx 1981:959)----e lavori
come Dunayevskaya (1967), Marxismo e Libertà, che aiuta a concretizzare e a
sviluppare questa prospettiva umanista alla luce di eventi più recenti.
Ma il resto di questo articolo non
riguarda tutto ciò, almeno non direttamente. Riguarda un paio di ostacoli che
stanno impedendo ai militanti e ai pensatori di potere ritornare seriamente al
concetto di valore come è stato sviluppato in lavori come il Capitale e
Marxismo e Libertà.
Un ostacolo è l’idea che la teoria
del valore di Marx è contraddittoria e addirittura sbagliata. Un altro è
l’ipotizzare che gli economisti moderni (sia marxisti che sraffiani) hanno
realizzato le versioni corrette della teoria del valore di
Marx--fondamentalmente la stessa teoria ma senza tutti i suoi errori e
contraddizioni--così che, sebbene un ritorno diretto a Marx non sia possibile,
si può ritornare a Marx attraverso questi eredi del suo progetto. Spero di
dimostrare che entrambe tali idee sono false.
2. Le "contraddizioni interne"
di Marx
Economisti marxisti e anti-marxisti
non saranno d’accordo su molto, ma pressoché tutti sono d’accordo sul fatto che
le teorie di Marx del valore, profitto, e crisi economiche sono state
dimostrate essere impregnate da contraddizioni. In altre parole, molte delle
sue conclusioni teoriche più importanti sarebbero state dimostrate essere non
valide. Sarebbe perciò impossibile accettare le teorie di Marx nella loro forma
originale.
Pressoché tutti gli economisti
marxisti sono anche d’accordo con gli anti-marxisti che la analisi di Marx
della produzione capitalista non merita neanche di essere discussa o insegnata
come una teoria viva. Se la sua analisi fosse internamente contraddittoria, non
avrebbe senso, e così non potrebbe essere giusta – anche se i fatti possono
sembrare sostenere Marx e i suoi argomenti potrebbero sembrare convincenti. Le
presunte prove delle contraddizioni interne servono così come una
giustificazione potente per l’esclusione quasi totale della critica marxiana
della economia politica, nella sua forma originale, sia dagli istituti di
insegnamento che dalle pubblicazioni.
C’è, comunque, una differenza
significativa fra i critici di Marx. Gli anti-marxisti usano le prove presunte
delle contraddizioni interne per sostenere che le teorie di Marx dovrebbero
essere rifiutate. I marxisti e gli sraffiani (seguaci di Piero Sraffa, 1960),
d’altra parte, si considerano gli eredi del progetto di Marx piuttosto che i
suoi critici. In un modo o nell’ altro, tutti si vantano di aver
"corretto" i suoi errori, cioè, di arrivare in pratica alle stesse
conclusioni a cui arrivò Marx, ma in un modo logicamente accettabile. Per
esempio, Riccardo Bellofiore (1997:2) scrive “il mio punto di partenza è che il
progetto di Marx non si può difendere come è, e che le contraddizioni sulle
quale i critici hanno insistito sono veramente lì, nel Capitale. [Tuttavia] il
"nocciolo" della sua critica della economia politica... può essere
stabilito su una base teoretica più solida”.
Similmente, Mongiovi (2001:3), uno
dei principali sraffiani americani, scrive che “gli errori di Marx sono, alla
fin fine, minori; infatti essi possono essere eliminati attraverso una
revisione della forma nella quale la sua teoria del valore e distribuzione è
presentata, senza minare nessuna delle sue asserzioni fondamentali su come il
capitalismo funziona e su come si sviluppa storicamente”.
3. Le "correzioni" a Marx
Intendo dimostrare che queste
asserzioni sono false. Le versioni cosiddette corrette della teoria di Marx non
riportano i suoi risultati teorici su una base più solida. Al contrario, esse
minano le sue tesi fondamentali circa il funzionamento e lo sviluppo del
capitalismo. Esiste una grande varietà di proposte di correzione, ma tutte
negano molti dei risultati teorici di Marx, includendo alcuni dei più
importanti.
Il più importante di tutti i
risultati marxiani negati è " la legge della caduta tendenziale del saggio
di profitto". Questa legge è al centro della sua tesi che le crisi
economiche sono inevitabili nel capitalismo. Marx argomentò che la natura
stessa del capitalismo costringe le imprese a cercare profitti sempre maggiori,
e così ad adottare innovazioni più produttive e ’labour saving’. Ma sebbene le
imprese considerate individualmente possano elevare così i loro saggi di
profitto, Marx sostenne, che tali innovazioni tenderanno necessariamente ad
abbassare il saggio di profitto medio, cioè il saggio di profitto per la
economia nella sua totalità.
Tratterò più tardi gli argomenti che
supportano questa conclusione. Qui, il punto è che tutte le
"correzioni" di Marx (includendo quelle preferite da Bellofiore e
Mongiovi) portano alla conclusione che la sua legge è falsa; secondo tali
‘correzioni’ le innovazioni tecnologiche che aumentano la produttività
aumentano, e non abbassano, necessariamente il saggio di profitto medio. Così
la versione di Bellofiore del “nucleo fondamentale della sua critica
dell’economia politica” e la versione di Mongiovi delle "sue tesi di base
riguardanti il funzionamento del capitalismo e il suo sviluppo nel corso della
storia" rifiutano proprio quella legge che Marx (1973:748) considerò
essere "in ogni rispetto la legge più importante dell’economia politica e
moderna."
Un altro risultato importante di
Marx, che è negato da tutte le cosiddette correzioni, è la sua teoria che il
profitto viene dal "lavoro non retribuito" (anche chiamato
"pluslavoro") dei lavoratori. Marx riconobbe che l’ammontare di
profitto che un’impresa realizza differisce dal "plusvalore,"
l’equivalente monetario del lavoro non retribuito estratto dai lavoratori.
Tuttavia ribadì chiaramente che le differenze si annullano a vicenda. Se
l’economia è presa nel suo insieme, il profitto totale equivale al plusvalore
totale e corrispondentemente il prezzo totale (il totale ricevuto dai
capitalisti tramite la vendita dei loro beni) equivale al valore totale
prodotto dal lavoro.
La maggior parte delle
"correzioni" di Marx sostengono che egli aveva torto anche su questo
punto. Una volta che i suoi "errori" sono corretti, le due
uguaglianze non possono essere valide allo stesso tempo. Questo è il famoso
"problema della trasformazione," il cosiddetto problema inerente alla
"trasformazione" di valori in prezzi e del plusvalore in profitti.
Tale ’problema’ è di nuovo al centro dell’attenzione nella rinnovata
discussione sulla teoria del valore nella Sinistra italiana (si veda l’articolo
di Guglielmo Carchedi in questo numero).
È una sfortuna che il dibattito si
sia focalizzato così strettamente solo su questo punto, perché "risolvere
il problema della trasformazione"--ottenendo le uguaglianze di Marx - non
ha il significato che si pensa che abbia. Alcune recenti "corrette"
versioni della teoria di Marx ottengono entrambe uguaglianze. Tuttavia, come
dimostrerò più sotto, anche queste "correzioni" non riescono a
confermare l’asserzione di Marx che il pluslavoro di lavoratori è la sola fonte
di profitto. Tutte delle "correzioni" implicano che il profitto
potrebbe essere positivo anche se i lavoratori non erogassero pluslavoro, e che
il profitto potrebbe essere negativo anche se lavoratori erogassero pluslavoro.
4. Confutazioni delle critiche
Ci sono anche molti altri
esempi, alcuni dei quali saranno discussi più avanti, in cui le cosiddette correzioni
non riescono a ristabilire i risultati di Marx su una base teoretica più
solida. Tuttavia, e se la base teoretica di Marx fosse dopotutto solida? E se,
in altre parole, le prove delle cosiddette contraddizioni in Marx fossero esse
stesse erronee?
Questa non è fantasia, ma un fatto.
Durante i due decenni passati, un piccolo ma crescente numero di ricercatori,
associato con quello che ora è chiamata l’interpretazione temporale del sistema
unico (d’ora in avanti, TSSI), ha confutato tutte le cosiddette prove delle
contraddizioni nella dimensione quantitativa della teoria del valore di Marx.
Quelle che sembrarono essere conclusioni indifendibili-- la legge della caduta
del saggio di profitto, la nozione che tutto il profitto viene da lavoro non
retribuito, ecc., riemergono come logicamente aderenti a questa interpretazione
(si veda Freeman e Carchedi, 1996).
Il TSSI rimane relativamente poco
noto, e impopolare. Tuttavia, anche i suoi critici hanno cominciato
recentemente ad ammettere, anche se a malavoglia, che il TSSI è stato in grado
di confutare le prove dichiarate delle contraddizioni interne in Marx. [2]
Queste confutazioni hanno delle conseguenze importanti:
• "il progetto di Marx"
può veramente "essere difeso cos’ com’è". Le sue teorie, che siano
giuste o sbagliate, possono essere interpretate come logicamente coerenti;
• nella misura in cui le revisioni
fatte dai marxisti e dagli sraffiani alle teorie di Marx contraddicono i suoi
risultati, queste non sono correzioni - non c’è bisogno di nessuna correzione -
ma sono semplicemente teorie contrarie alla sua;
• l’esclusione delle teorie di Marx
nella loro forma originaria non è un giustificabile tentativo di estirpare errori,
ma semplice censura.
Il TSSI è stato criticato in vari
modi. Tuttavia coloro che desiderano ripristinare le prove confutate delle
contraddizioni in Marx devono fare qualcosa di più che criticare. Devono
dimostrare che le confutazioni del TSSI di queste prove sono sbagliate, sia
identificando errori matematici o logici nelle confutazioni o dimostrando che
il TSSI non può essere una lettura corretta della teoria del valore di Marx. Il
TSSI ora ha 21 anni, e niente di tutto ciò è stato ancora dimostrato.
Nell’assenza di tale dimostrazione,
non si può più sostenere onestamente che "le contraddizioni sulle quale i
critici hanno insistito sono veramente lì nel Capitale". Quando Marx è
interpretato in un certo modo, sembra contraddire se stesso, ma quando è interpretato
in un modo diverso, quelle che sembrano essere contraddizioni scompaiono.
Quindi dobbiamo concludere che, nell’assenza di una prova che le confutazioni
del TSSI siano erronee, le contraddizioni non sono contraddizioni insite in
Marx ma contraddizioni tra le teorie originarie e certe interpretazioni che non
riescono a dare senso a tali teorie.
È precisamente questo fatto che
costituisce l’evidenza più forte che queste ‘interpretazioni corrette’ sono
sbagliate. Lo scopo di un’interpretazione, dopo tutto, è di dare senso alle
opere originarie. Dato che il TSSI fa questo ma le cosiddette “interpretazioni
corrette” non vi riescono, queste interpretazioni debbono essere rigettate come
inadeguate.
5. La valutazione simultanea contro
la teoria del valore di Marx
Ma perché sono sbagliate le prove
delle contraddizioni interne di Marx? Perché le cosiddette versioni corrette
delle sue teorie negano i suoi risultati teorici? E come può il TSSI ottenere
questi risultati senza ‘correggere’ Marx?
La risposta è semplice. Le prove dei
critici, così come tutte le loro ‘correzioni’, sono simultaneiste, cioè
adoperano una procedura nota come valutazione simultanea. Come vedremo tra
poco, tale valutazione è incompatibile col principio su cui si basa la teoria
del valore di Marx, il principio che il valore è determinato dal tempo di
lavoro. Cosi tutte le ‘correzioni’ negano i suoi risultati perché rigettano
implicitamente il nocciolo della sua teoria del valore. Le prove delle
contraddizioni falliscono perché le cosiddette contraddizioni scompaiono se non
si valutano le cose simultaneamente. [3] E il TSSI ottiene i risultati di Marx
soprattutto perché rifiuta la valutazione simultanea sostituendola con la
valutazione temporale e con il principio che il valore è determinato dal tempo
di lavoro. [4]
Ma che cos’è la valutazione
simultanea e come contraddice il sopramenzionato principio?
La valutazione simultanea è il
metodo che sopprime i cambiamenti nei prezzi, o valore delle merci, nel tempo.
Si immagini che il grano è prodotto usando solo grano dello stesso genere,
piantato come seme, più il lavoro dei contadini. Un teorico del simultaneismo
sosterrà che un quintale del seme di grano piantato al principio dell’anno vale
tanto quanto un quintale di grano raccolto alla fine dell’anno.
È facile vedere come questa
procedura contraddice il principio di Marx secondo cui il valore è determinato
dal tempo di lavoro. Secondo la valutazione simultanea, se un quintale di seme
di grano vale 5, un quintale di produzione del grano deve valere anch’esso 5,
senza tenere conto di quanto i contadini hanno dovuto lavorare per produrlo.
Avrebbero potuto affaticarsi per 1000 ore, o solamente per 10 ore o per nessuna!
Non fa differenza; il valore del grano prodotto non può essere al di sopra né
al di sotto del prezzo del seme di grano. Così la dimensione del valore del
grano non dipende dall’ammontare di lavoro richiesto per la sua produzione.
In altre parole, la valutazione
simultanea in effetti impedisce ai cambi nella produttività di influenzare il
prezzo, o valore, del grano. Si contrapponga questo al mondo reale: quando la
produttività aumenta - quando lo stesso ammontare di lavoro genera più prodotto
- i prezzi delle merci tendono a cadere. Questo è in essenza ciò che Marx
voleva dire quando sostenne che il valore è determinato dal tempo di lavoro. Ma
in effetti non c’è bisogno che Marx ci dica questo; ogni coltivatore sa che può
ottenere un prezzo più alto per un quintale del suo grano dopo un cattivo
raccolto che dopo uno buono. Simultaneismo, d’altro canto, implica che un
quintale del grano prodotto non può valere più di un quintale del seme di grano
dopo un cattivo raccolto, né meno di un quintale del seme di grano dopo un buon
raccolto.
Naturalmente, nessuno crede
veramente che i prezzi rimangano costanti nel tempo nel mondo reale. Tuttavia,
ciò è esattamente quanto i teorici del simultaneismo sostengono quando tentano
di dimostrare che Marx ha peccato di contraddizioni interne e tentano di
correggerlo. Se i suoi risultati teorici contraddicono i risultati teorici
ottenuti da loro quando valutano tutto simultaneamente, essi dichiarano che
Marx pecca di errori e contraddizioni interne.
6. Profitto senza pluslavoro nella
valutazione simultanea
Sopprimendo i cambiamenti nei prezzi
che risultano da cambiamenti nella produttività, il simultaneismo implica che
in effetti il profitto non ha nulla a che fare col lavoro non retribuito dei
lavoratori. Per capire perché questo è così, sarà utile considerare l’uso che
V. K. Dmitriev fa della valutazione simultanea per tentare di confutare la
teoria di Marx del profitto. Dmitriev è il più famoso predecessore della teoria
economica di Sraffa. Scrivendo un secolo fa, perseguì inflessibilmente la
logica del simultaneismo fino alla sua conclusione logica: il profitto non
richiede per nulla il lavoro umano. Possiamo, argomentò, "immaginare un caso
nel quale tutti i prodotti sono prodotti esclusivamente dalle macchine, così
che nessuna unità di lavoro vivo, ...partecipa alla produzione... Vi può essere
[un] profitto industriale... [,] un profitto che non differirà essenzialmente
in qualsiasi modo dal profitto ottenuto da capitalisti attuali. [Dmitriev
1974:63]
“[Sebbene] il lavoro salariato non è
usato nella produzione,... vi sarà ciononostante plusvalore, e... ci sarà di
conseguenza, profitto sul capitale.” [Dmitriev 1974:214]
Dmitriev non menzionò mai Marx per
nome, ma dal suo uso di termini come "lavoro vivo" e
"plusvalore" è chiaro chi il suo obiettivo era Marx. Che il redattore
del libro di Dmitriev potesse affermare che "il suo sistema di pensiero è
compatibile con le teorie economie marxiane" (Nuti 1974:7) indica
solamente come fosse lontana la teoria economica marxiana convenzionale da
quella di Marx fin dal 1974. Per tentate di provare questa tesi, Dmitriev
costruì un esempio complesso nel quale vari tipi di macchine producono macchine
nuove così come beni di consumo. Tuttavia, il punto essenziale emerge più
chiaramente se noi consideriamo un caso nel quale un tipo di macchina produce
repliche di se stessa senza qualsiasi lavoro umano. Supponiamo che l’anno
cominci con 10 macchine. Queste macchine non esistono più alla fine dell’anno, si
sono consumate, ma nel frattempo hanno prodotto 12 repliche di se stesse.
Il profitto è il valore che le 12
macchine nuove hanno meno il valore che le 10 macchine originali avevano. In
principio, quindi, il profitto potrebbe avere qualsiasi quantificazione. Il
profitto sarà alto se una macchina nuova vale più di quella originale, e basso
o anche negativo se vale meno.
Mi sembra tuttavia che la teoria del
valore di Marx implica che il profitto sarà zero. Nella sua teoria, il lavoro
vivo è la sola fonte del "valore nuovo" cioè di tutto il valore
aggiunto nel processo di produzione. Qui non c’è lavoro vivo, così non c’è
nessuno valore aggiunto. La somma di valore col quale i capitalisti
incominciarono l’anno, il valore delle 10 macchine originarie, è la somma di
valore con la quale essi finiscono l’anno. Così le 12 macchine nuove valgono
precisamente quello che le 10 macchine originarie valevano, e il profitto è
zero.
Si noti che il prezzo di una
macchina è caduto. Ciascuna macchina nuova vale solamente dieci dodicesimi di
quello di una macchina originaria.
È precisamente per evitare questa
caduta nel prezzo - cioè, precisamente ricorrendo alla valutazione simultanea -
che Dmitriev dotò le sue macchine della capacità di creare nuovo valore, e così
il profitto. Se il prezzo di una macchina rimane costante, le 12 macchine nuove
devono valere più delle 10 macchine originarie, così che il profitto deve
essere positivo.
E tuttavia, perché mai il prezzo
unitario dovrebbe rimanere costante? Dmitriev non utilizzò una sola parola per
giustificare questa asserzione. Senza di essa, tuttavia, il suo tentativo di
confutare la teoria di Marx crolla.
Ciò che Dmitriev in effetti dimostrò
fu la incompatibilità della valutazione simultanea con la teoria marxista del
profitto. Non importa che un’economia completamente automatizzata non sarebbe
capitalista; il punto è che il profitto in tale economia "non differirebbe
essenzialmente in alcun modo dal profitto ottenuto da capitalisti attuali".
Ne segue che anche se il lavoro umano è impiegato, esso non è la fonte del
profitto. La fonte del profitto, secondo il simultaneismo è il fatto che
l’output fisico è più grande dell’input fisico.
In marcato contrasto con Dmitriev,
teorici posteriori del simultaneismo hanno dato meno rilievo a questa
contraddizione tra i loro modelli e la teoria di Marx. Ma la contraddizione
ancora è là, perché non ha nulla a che fare con come il teorico si pone nei
confronti Marx. È una conseguenza necessaria della valutazione simultanea.
7. Pluslavoro senza profitto nella
valutazione simultanea
Abbiamo visto che “le correzioni”
simultaneiste implicano che vi può essere profitto anche se non vi è
pluslavoro. Ma queste correzioni implicano anche che il profitto potrebbe essere
negativo anche se vi è stato pluslavoro. Così secondo queste correzioni qualche
cosa di più che pluslavoro sarebbe necessario per il profitto. Ma anche questa
conclusione contraddice la teoria di Marx.
Il problema è di nuovo il
simultaneismo. Fluttuazioni nei livelli di produzione e dei prezzi di beni
diversi possono produrre profitti negativi nonostante un pluslavoro positivo
quando le cose sono valutate simultaneamente. I lettori che desiderano
verificare questo fatto dovrebbero considerare l’esempio presentato nella
Tabella 1 [5].

Questa tabella è presentata a guisa
di dimostrazione, non per una chiarificazione supplementare. I lettori che non
desiderano verificare la prova possono saltarla senza perdita di continuità.
In questo esempio il profitto è
negativo, sebbene il pluslavoro sia positivo, a causa del modo nel quale il
livello della produzione e il prezzo di bene B hanno fluttuato. In realtà, tali
fluttuazioni non sono probabilmente abbastanza grandi da produrre casi nei
quali il profitto è negativo, sebbene il pluslavoro sia positivo. Tuttavia ciò
non vuole dire che il simultaneismo è compatibile con la teoria del profitto di
Marx. Al contrario, vuole dire che il simultaneismo implica che qualche cosa
più del pluslavoro--livelli di produzione e prezzi che non fluttuano troppo - è
necessario affinché il profitto sia positivo.
Questa conclusione, come la
conclusione che il pluslavoro non è necessario affinché il profitto esista, si
applica a tutte le interpretazioni simultaneiste di Marx, anche quelle che
"risolvono il problema della trasformazione". Tali soluzioni valgono
solamente per un caso speciale (e non interessante) nel quale i tassi di
interesse di tutti i settori sono uguali. Tutte le interpretazioni
simultaneiste implicano in generale che il pluslavoro non è né necessario né
sufficiente affinché il profitto esista.
Il TSSI, al contrario, implica che
il pluslavoro è necessario e sufficiente affinché il profitto (corretto per
l’inflazione) esista. La prova è complessa. Il lettore interessato dovrebbero
consultare Kliman (2001).
8. La "ridondanza" e la
"mancanza di significato" del valore in un sistema simultaneo
Durante gli ultimi tre decenni, si è
discusso molto della cosiddetta "ridondanza" del concetto di valore.
Gli sraffiani, così come alcuni economisti marxisti, hanno sostenuto che anche
se i saggi di profitto possono essere espressi in termini di valore, essi sono
determinati in effetti da "quantità fisiche", input, output e il
paniere dei beni di consumo dei lavoratori. Questa nozione di solito è stata
discussa in connessione col "problema della trasformazione," ma in
effetti la ridondanza del valore non ha nulla a che fare con le deviazioni dei
prezzi dai valori. La ridondanza è puramente una conseguenza della valutazione
simultanea. Se si rigetta la valutazione simultanea si elimina la ridondanza
del valore.
Questo può essere visto chiaramente
considerando di nuovo il caso di un’economia nella quale il grano, l’unico
prodotto, è prodotto solamente per mezzo di semi di grano e lavoro vivo. (Tale
"modello del grano" è un concetto utilizzato da molti teorici del
simultaneismo, specialmente gli sraffiani, derivando da Ricardo stesso). In tal
caso non ci può essere per definizione un "problema della
trasformazione", un trasferimento di valore tra settori e quindi non ci
può essere una deviazione dei prezzi dai valori. Così il prezzo di grano è
uguale al suo valore.
Supponiamo che i capitalisti agrari
investano 10 quintali di grano all’inizio dell’anno, da usare come seme e per
pagare i salari, mentre 12 quintali di grano sono raccolti alla fine dell’anno.
Se valutiamo simultaneamente l’investimento e la produzione, cioè se si
stabilisce che hanno lo stesso prezzo per quintale, i 12 quintali di produzione
devono valere precisamente 20% più dei 10 quintali che furono investiti
inizialmente. Così il profitto deve essere uguale a 20% della somma di valore
investita. Ma il profitto come una percentuale degli investimenti è
precisamente quello che è chiamato il saggio di profitto. Così il saggio di
profitto deve essere del 20%.
Ora si osservino due cose. Prima, non
interessa quello che è il valore (= il prezzo) del grano. Che sia alto o basso,
il saggio di profitto è sempre del 20%. Conseguentemente il valore è
ridondante. (Che mondo meraviglioso! I coltivatori non devono preoccuparsi se
il prezzo del loro grano cade, né devono sciupare soldi per fare pubblicità e
ricerche di mercato per ottenere un prezzo più alto.) Secondo, il saggio di
profitto è identico al tasso di incremento del grano, il 20% è la differenza
tra il grano prodotto e il grano investito. Se il raccolto fosse stato solo di
11 quintali, il saggio di profitto sarebbe stato del 10%. Se il raccolto fosse
stato di 13 quintali, il saggio di profitto sarebbe stato del 30%. Così il
saggio di profitto è determinato esclusivamente da quantità fisiche.
È chiaro che queste conclusioni
dipendono essenzialmente dalla valutazione simultanea. Se il valore del grano
non è costante, ma è determinato dal tempo di lavoro se, in altre parole, il
suo valore cade quando la produttività cresce, le conclusioni sono completamente
opposte. Supponiamo che il valore iniziale sia di £156 al quintale, mentre il
valore della produzione del grano è anche di £156 se sono stati raccolti 11
quintali, ma cade a £143 se sono stati raccolti 12 quintali e £132 se sono
stati raccolti 13 quintali. In tutti i tre casi, il saggio di profitto è del
10%. Il saggio di profitto non dipende più solamente su quantità fisiche.
Dipende anche da cambiamenti nel valore del grano. Il valore non è più
ridondante.
Il nostro modello del grano ci
permette anche di illustrare in un modo semplice un’altra conseguenza della
valutazione simultanea, i valori negativi. Supponiamo che 10 quintali di grano
siano stati piantati all’inizio dell’anno, e i contadini lavorino 4.000 ore in
quell’anno, ma a causa del cattivo tempo solamente 8 quintali di grano siano
raccolti. Mi sembra che la teoria di Marx implichi che gli 8 quintali prodotti
valgono più dei 10 quintali di seme di grano, perché il lavoro vivo ha aggiunto
valore nuovo durante la produzione. Ma il simultaneismo ci dice che gli 8
quintali valgono solamente otto decimi dei 10 quintali originari. Questo
conduce al risultato senza significato che il valore per quintale misurato in
termini di tempo lavoro è - 2.000 ore di lavoro.
Questi esempi dimostrano che la valutazione
simultanea implica che il valore è ridondante, e che i valori possono essere
negativi, anche quando i prezzi sono uguali ai valori. Questi problemi non
hanno perciò nulla a che fare col cosiddetto "problema della
trasformazione". E quindi anche le interpretazioni del simultaneisti di
Marx che "risolvono il problema della trasformazione" implicano che
il valore è una nozione ridondante e senza significato.
9. La legge del saggio crescente di
profitto nell’interpretazione simultanea
Ritorniamo, infine, al perno della
teoria di Marx della crisi capitalista, la legge che Marx considerò essere
"la legge più importante dell’economia politica moderna": la legge
della caduta tendenziale del saggio di profitto. Come abbiamo visto, la
valutazione simultanea contraddice elementi chiave delle teorie di Marx per una
ragione molto semplice: è incompatibile con la determinazione del valore dal
tempo di lavoro. In altre parole, la valutazione simultanea impedisce
artificialmente che aumenti di produttività riducano i prezzi (valori) delle
merci. Questa è la ragione per cui il simultaneismo implica che la legge di
Marx è falsa.
Marx argomentò che il saggio di
profitto tende a cadere quando la produttività aumenta e a causa di tale
aumento di produttività [6]. I teorici simultaneisti hanno tentato di
provare che non può essere così. Essi sono d’accordo che il saggio di profitto
può cadere, ma non perché aumenta la produttività. In effetti, se tutto è
valutato simultaneamente, una produttività crescente tenderà necessariamente a
aumentare il saggio di profitto, non ad abbassarlo. Come si è visto sopra, se
aumenti di produttività causano un aumento della produzione del grano da 11
quintali a 12 quintali, a 13 quintali per ogni 10 quintali di grano investiti,
questo " saggio di profitto materiale" aumenta necessariamente dal
10% al 20% al 30%.
Tuttavia, non appena riconosciamo
che un aumento della produttività tende a deprimere i prezzi, la legge di Marx
sembra del tutto sensata. Spinte a cercare profitti sempre più alti, le imprese
introducono innovazioni sempre più produttive e labour saving. Da una parte gli
aumenti di produttività aumentano la produzione fisica in relazione agli input
fisici. È questo l’effetto su qui si focalizza il simultaneismo.
D’altra parte però c’è anche un
effetto contrario che il simultaneismo ignora: questi stessi aumenti di
produttività tendono a causare una caduta nel tempo dei valori e dei prezzi.
Conseguentemente, il saggio di profitto reale (in valore o prezzo) tenderà a
cadere in relazione al " saggio di profitto materiale" dei teorici
del simultaneismo. È così possibile che il saggio di profitto reale diminuisca
continuamente nel tempo sebbene il " saggio di profitto materiale"
salga continuamente (si veda, e.g., Freeman e Kliman 2000).
Senza informazioni ulteriori, non è
possibile dire di più sull’andamento del tasso di profitto nel tempo. Il suo
percorso dipende da come, e con che velocità, cambiano la tecnologia, i prezzi,
i salari, e altri fattori. Ma quanto detto dovrebbe essere sufficiente per
spiegare come aumenti di produttività possano causare una caduta del
saggio di profitto e quindi per spiegare cosa ci sia di erroneo con i tentativi
del simultaneismo nel dimostrare che tale caduta è impossibile.
Questo punto è molto importante,
perché i critici di Marx hanno tentato di respingere le sue teorie della caduta
del saggio di profitto e della crisi economica senza neanche esaminare
l’evidenza empirica. Come John Roemer (1981:113), un “marxista analitico” critico
di Marx, ha notato, perché esaminare l’evidenza empirica se la teoria marxista
della caduta del saggio di profitto non può essere giusta?
La dimostrazione del TSSI che la
teoria di Marx potrebbe essere valida dimostra allo stesso tempo che
questa teoria merita di essere esaminata di nuovo, senza pregiudizi e sulla
base dell’evidenza. I marxisti e non-marxisti che escludono la teoria di Marx
dal loro insegnamento e dalle loro riviste non eliminano errori dalla scienza
ma fanno opera di censura.
Bibliografia
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(Cambridge: Cambridge Univ. Press).
Sraffa,
P. 1960. Production of Commodities By Means Of
Commodities: Prelude to a critique of economic theory. Cambridge and New York: Cambridge
University Press
---
[1]
Questo saggio è stato tradotto dalla versione originale in inglese ed è
dedicato dall’Autore alla memoria di Carlo Giuliani.
[2] Il
teorema di Okishio avrebbe provato che la legge marxiana della caduta
tendenziale del saggio di profitto sarebbe falsa. Tuttavia recentemente due
prominenti marxisti hanno dovuto ammettere che non è così. Foley (2000; 282)
scrive che la ricerca del TSSI dimostra che “il teorema di Okishio, nella sua
accezione letterale, è sbagliato... il saggio di profitto in termini di denaro
e di lavoro [possono] cadere nelle circostanze specificate nelle sue ipotesi”.
In maniera simile, Laibman (2000b; 275) annota che il teorema di Okishio non
prova nulla circa la tendenza del saggio di profitto reale ma solo che “il
nuovo saggio di profitto materiale deve essere maggiore di quello precedente”.
La ‘prova’ chiave (e unica) della
contraddizione interna dell’approccio marxiano della trasformazione dei valori
nei prezzi di produzione è quella di Bortkiewicz. Bortkiewicz (1952:6-9)
sostenne che la differenza nei prezzi degli input e degli output nella
procedura di Marx crea un illegittimo crollo nel processo di riproduzione.
Tuttavia Laibman riconosce che la ricerca del TSSI ha confutato l’asserzione di
Bortkiewicz. I prezzi degli inputs e degli outputs sono differenti nei
contro-esempi del TSSI e tuttavia “l’equilibrio nella riproduzione esiste da un
periodo all’altro” (Laibman 2000a:323). (Vedi Kliman and McGlone, 1990, per la
prima di tali confutazioni). Similmente, Mongiovi (2001:33) ammette “l’assenza
di errori aritmetici” nei modelli del TSSI più il fatto che, in questi modelli,
“non è assolutamente possibile che i postulati di invarianza di Marx [profitti
totali = plusvalore totale e prezzi totali = valore totale] possano essere
violati”.
[3] Nel suo tentativo fallito di dimostrare che
la spiegazione di Marx della trasformazione dei valori in prezzi di produzione
conduce ad un collasso del processo di riproduzione, Bortkiewicz naturalmente
adottò la procedura non simultaneista di valutazione di Marx. Tutti gli altri
tentativi di dimostrare l’esistenza di errori o di contraddizioni interne si
basano su valutazioni simultaneiste.
[4] Al fine di ottenere i risultati teorici di
Marx, la valutazione temporale deve essere combinata con la interpretazione di
“un unico sistema”. Secondo tale interpretazione, Marx sostenne che l’ammontare
di denaro che i capitalisti investono nel processo di produzione dipende dai
prezzi degli input che essi comprano. Non usò un altro, immaginario, sistema in
cui gli investimenti dipendono dai valori di tali input. Come vedremo, non è
possibile combinare la valutazione simultanea con l’interpretazione di “un
unico sistema”.
[5] Alcuni simultaneisti definiscono il ‘lavoro
necessario’ (che si ottiene sottraendolo dal lavoro vivo al fine di ottenere il
pluslavoro) come il valore dei beni consumati dai lavoratori. Se il tasso del
salario è minore di 1 per ora e se i lavoratori consumano solo il bene A, il
pluslavoro nell’esempio di cui sopra sarà positivo secondo tale definizione. I
fautori della ‘nuova interpretazione’ e la interpretazione simultanea del
sistema unico al contrario definiscono il lavoro necessario come i salari
monetari diviso per il MELT (l’espressione monetaria del tempo di lavoro). Il
pluslavoro deve essere positivo secondo tale definizione perché il MELT
simultaneista è negativo in entrambe le ore nell’esempio.
[6] Qui e più sotto uso la parola “tende” per
indicare ciò che accadrebbe se non vi fossero altri cambiamenti che
controbilanciano o soppiantano la tendenza. Per esempio, un eccessivo accumulo
di debito pubblico e privato può stimolare la spesa e quindi può
controbilanciare la caduta tendenziale dei prezzi quando la produttività
aumenta.
Se i prezzi rimangono costanti o
aumentano, la caduta tendenziale del tasso di profitto può essere dislocata; le
crisi economiche possono prendere la forma di crisi finanziarie piuttosto che
di crisi provocate da una caduta della profittabilità.
Valore e Marx: perché sono importanti, Alan Freeman
Cinque anni fa fu pubblicato un
libro, redatto da me e da Guglielmo Carchedi. In questo libro spiegai quello
che pensavo fosse per Marx il lettore ’ingenuo’. "A tale lettore, forse un
idealista, scontento dell’oppressione e ingiustizia, desideroso di cambiare il
mondo e per questa ragione di capirlo", Marx dice, in breve: ci sono
persone che hanno proprietà e persone che non ce l’hanno. Le seconde creano la
ricchezza senza la quale le prime non esisterebbero. I ricchi mantengono questa
ingiustizia con la oppressione, la falsità, la corruzione e la forza. Essi
lottano per il bottino, affliggendo il mondo con mali e sofferenze. Ma
l’oggetto del loro desiderio (i creatori di ricchezza) sfugge periodicamente ai
loro controlli, provocando disastri sia per i colpevoli che per gli innocenti
con indifferenza o tragica o comica. Tuttavia, tale processo dà a coloro che
creano ricchezza l’opportunità di rovesciare questo ordine di cose e fondarne
uno migliore, se si organizzano consapevolmente a tal fine.
L’opinione che comunemente ci si fa
della teoria economica di Marx, includendo l’opinione della stragrande
maggioranza degli economisti marxisti, è che tale visione ingenua non possa
essere vera. Gli autori nel nostro libro dimostrarono invece che può essere
vera. Noi dichiarammo senza mezzi termini: "gli stessi sostenitori di Marx
hanno annunciato il fallimento del suo progetto," quello di "rivelare
la leggi del movimento economico della società moderna".
Questa comune ma sbagliata opinione
ha avuto un impatto incalcolabile su come Marx è percepito dal non-specialista,
dal militante, dall’uomo di parte o soltanto dal lettore disinteressato e
onesto delle sue opere. L’opinione comune fra gli intellettuali è che,
qualunque siano i meriti teorici di Marx nel campo delle scienze politiche e
sociali, le sue teorie economiche sono sbagliate. I contributi in questo libro
dimostrano che queste accuse sono manifestamente e profondamente false. Non
solo le accuse di incoerenza sono infondate, ma non è necessario ’rivedere’ o
’correggere’ Marx per dimostrare ciò. Da questo punto di vista, il nostro libro
differisce dagli altri tentativi di difendere la teoria di Marx dai suoi
critici che cercano di cambiare o ’correggere’ la sua teoria. Nessuno degli
autori sostiene che Marx è immune da errori o che un ulteriore sviluppo del suo
pensiero dovrebbe essere evitato; ma Marx non commise gli errori dei quale è
stato accusato.
La debolezza decisiva della recente
discussione sul valore, come finora è stata condotta nelle riviste italiane, è
che, tranne alcune eccezioni, non avendo fatto riferimento a questo dibattito,
non è riuscita a presentare il punto di vista di Marx. Si sta vivendo nel
passato; si sta ripetendo e rimaneggiando un dibattito che è vecchio di venti
anni senza tenere in considerazione i progressi che sono stati fatti in questi
venti anni e che radicalmente ribaltano le idee che Sraffa, Colletti e
Napoleoni diedero per scontate.
La nostra opinione è chiara: quello
che la ricerca moderna ha dimostrato è che la teoria di Marx non è sbagliata.
Non c’è incoerenza logica. La sua spiegazione della trasformazione è del tutto
internamente coerente, la sua legge della tendenza della caduta tendenziale del
saggio di profitto è, in termini del concetto di valore che noi abbiamo
mostrato essere il suo, priva di errori logici. I cosiddetti ’errori’ di Marx
non sorgono dalla sua teoria, ma da un’interpretazione specifica e erronea di
quella teoria. Tale interpretazione ebbe la sua origine in von Bortkiewicz, fu
introdotta al mondo occidentale da Sweezy, e fu resa matematicamente rigorosa
da Seton, da Morishima e infine da Sraffa. Questa teoria soffre di un difetto
fatale: non è quella di Marx.
Naturalmente, come in ogni
discussione scientifica, noi non asseriamo questo senza prova. Gli articoli che
apparvero nel nostro libro, e gli articoli che noi stiamo proponendo per un
dibattito in questa rivista, presentano il nostro punto di vista che è già
disponibile in inglese in un numero crescente di pubblicazioni. Tale punto di
vista è già a disposizione degli interessati in italiano negli scritti di
pionieri di questa interpretazione, come Paolo Giussani e lo stesso Guglielmo
Carchedi. Purtroppo, è stato grandemente (e scandalosamente) ignorato da troppi
partecipanti a questa discussione.
Noi non chiediamo che i partecipanti
al dibattito accettino i nostri argomenti, che sono chiaramente estremamente
controversi, senza esaminarli o discuterli. Noi chiediamo che essi riconoscano
che questo punto di vista esiste. Nella misura in cui essi non lo fanno, è
nostra opinione che il dibattito non può essere considerato scientifico e che
il risultato di tale dibattito è che non è riuscito a presentare al pubblico
italiano gli argomenti di Marx adeguatamente. Lo scopo di questa breve
introduzione è quello di spiegare perché, secondo me, tutto ciò sia importante.
Prima di tutto, quale è la sostanza
della questione? Cavallaro, secondo me, la identifica correttamente. “In terzo
luogo, scrive sulla opinione tradizionale del concetto di valore di Marx,
scontando la diversità di composizione organica del capitale nei diversi
settori della produzione, si deve determinare il saggio di profitto come
rapporto tra il plusvalore totale e la somma del capitale costante e capitale
variabile, e, una volta dato quest’ultimo, provvedere a rettificare i prezzi
dell’output... agli input si debbono applicare gli stessi prezzi dell’output;
prezzi relativi e saggio di profitto vengono ora determinati simultaneamente a
la Sraffa.”
Il problema è chiaro: Marx non ha
mai determinato i prezzi o i valori in tal modo e non è concepibile che lo
avesse potuto fare. La supposizione che i prezzi degli input e degli output
dovessero essere uguali (altrimenti noto come, e matematicamente identico a,
l’assunzione di equilibrio economico) fu imposta solamente da scrittori
posteriori. Bortkiewicz stesso, che introdusse questa asserzione, non
l’attribuì a Marx, presentandola invece come una correzione necessaria di Marx
al fine di renderla coerente con la teoria di Walras, il fondatore della
moderna teoria economica neoclassica. Come Gattei (1982) testimonia, la prima
lettera di Bortkiewicz a Walras il 9 Novembre 1887 finisce con le parole
seguenti: “I suoi scritti, signore, hanno risvegliato in me un interesse vivace
nella applicazione della matematica alla economia politica, e mi hanno indicato
la strada da prendere nella mia ricerca sulla metodologia della scienza
economica”. Di Marx, Bortkiewicz scrisse inoltre: “Alfred Marshall disse una
volta di Ricardo: ‘egli non afferma chiaramente, e in alcuni casi forse non si
rese conto pienamente e chiaramente come, nel problema del valore normale, i
vari elementi si governino reciprocamente l’un con l’altro, e non
successivamente, in una lunga catena di cause’. Questa descrizione vale ancora
di più per Marx... [che] fu fermamente dell’opinione che gli elementi di cui si
tratta debbono essere considerati come una specie di catena causale nella quale
ciascun collegamento è determinato, nella sua composizione e la sua dimensione,
solamente dai collegamenti precedenti... Le teorie economiche moderne stanno
incominciando gradualmente a liberarsi dal pregiudizio successivista, e il
merito principale è dovuto alla scuola matematica di Léon Walras”.
Bortkiewicz aveva chiara in mente
una questione che successivamente fu offuscata: la sua intenzione non era
quella di interpretare le idee di Marx ma di cambiarle. Egli voleva rimpiazzare
il concetto di Marx del non-equilibrio con un concetto di equilibrio walrasiano.
Tuttavia l’idea che si è imposta nelle interpretazioni moderne, a cominciare da
Paul Sweezy che dichiarò che il quadro teorico di Marx è quello dell’equilibrio
generale, è che questo concetto dell’equilibrio del valore è quello di Marx.
Questa è l’origine di tutte le confusioni che circondano i suoi supposti
errori.
È nostra opinione che tutti tali
errori, e tutte tali incoerenze, non sorgano da Marx ma dal tentativo di
interpretare Marx come se fosse un economista dell’equilibrio economico. Il
"nodo gordiano" deve essere tagliato. È ora di smetterla di
interpretare Marx - il cronista più ardente del fallimento del capitalismo
qualsiasi sia il raggiunto equilibrio - come l’esponente di una teoria il cui
punto iniziale è quello di supporre l’opposto di questo ovvio stato delle cose.
Se ciò è fatto, le inconsistenze
svaniscono e la via è aperta ad una ricerca completamente nuova: invece di
indagare su ciò che è sbagliato in Marx, finalmente possiamo incominciare a
indagare su ciò che è giusto in Marx. Ovviamente, la sua teoria non è
empiricamente giusta per il semplice fatto che essa è logicamente coerente. Il
compito della investigazione scientifica è quello di indagare su questo punto
attraverso un confronto fra la teoria e i fatti empirici. Il punto è che se
questa indagine non fosse colpita da ostracismo, Marx non potrebbe più essere
escluso dalla ricerca scientifica; la ’preistoria’ della teoria economica marxista
potrebbero finire e Marx potrebbe essere accettato come un teorico legittimo le
cui idee costituiscono una alternativa perfettamente valida alle idee
dogmatiche e fondamentaliste che costituiscono l’ortodossia odierna.
Tuttavia ciò non accade. Perfino i marxisti,
dibattendo seriamente la concezione accademica degli ’ errori’ di Marx e di
cosa possa essere salvato di essa, ignorano gli argomenti e l’evidenza empirica
che ci condurrebbero a considerare almeno la possibilità che Marx non commise
nessuno di tali errori. Perché? Questo è ciò a cui dedicherò il resto di questa
breve introduzione.
Recentemente fui invitato a Roma
dalla Facoltà di Scienze Statistiche dell’Università La Sapienza. La statistica
è sempre stata uno dei miei interessi principali ed è la materia di cui sono
responsabile al governo britannico. Ovviamente la responsabilità dei pareri che
esprimo qui, e questo vale per tutta questa introduzione, è solo mia e non del
governo britannico né di qualsiasi dei suoi dipartimenti.
Mi concentro su un punto che gli
studiosi di statistica prendono molto seriamente: l’importanza dei concetti
analitici. Collegherò questo punto al ruolo, nel pensiero economico,
dell’ipotesi dell’equilibrio. Consideriamo prima di tutto la questione dei
concetti. Carchedi ha affermato altrove che il requisito più importante, ma
assente, nell’analisi politico-economica è la struttura concettuale che è usata
per abbordare tale analisi. Questa è un’idea controversa, dato che l’economia
positiva suppone che la sua struttura concettuale è ’data’; non si trova nei
suoi scritti nessuna nozione che questa struttura deve essere interpretata criticamente,
una volta affermata. È semplicemente una nozione comune nella scienza
economica.
Generalmente, non si capisce o non
si riconosce che un cambiamento nella struttura analitica conduce a un
cambiamento nelle conclusioni. Soprattutto, il mio argomento è che tale
cambiamento conduce a un cambiamento nelle nostre spiegazioni causali di ciò
che osserviamo. In altre parole, se si adotta un insieme diverso di concetti,
si ottiene una teoria diversa.
Consideriamo il concetto economico
più ovvio, quello di output produttivo. Per esempio, l’output della Turchia è
cresciuto negli ultimi dieci anni? E in quale rapporto è con la crescita di
quello degli Stati Uniti? Se lo si misura in denaro, è indubbiamente cresciuto
più velocemente. Nel 1991 era di 638 miliardi di Lire turche e nel 1999 di 838
mila miliardi, una crescita del 1290%. Se lo si misura in dollari, tuttavia, è
cresciuto da $125 miliardi a $153 miliardi, una crescita del 22%. Così abbiamo
una prova semplice che il prodotto nominale è un concetto inadeguato di
produzione perché non ben definito; esso dipende dalla valuta usata. Questa
prova sorge senza qualsiasi bisogno di una riflessione concettuale circa la
natura dell’inflazione, sorge dalla presentazione stessa dei dati, dalle
statistiche che otteniamo dagli studiosi di statistica.
È quindi chiaro che, dietro le molte
diverse misurazioni nominali della produzione, ci deve essere qualche cosa di
più definitivo, più stabile. Gli economisti hanno perciò sviluppato la nozione
di ‘produzione reale’, accettando con ciò l’idea talvolta considerata eretica
che l’essenza è diversa dalla sostanza. Il concetto di ’produzione reale’ è un
tentativo di esprimere l’idea che dietro al prezzo vi è qualche cosa altro che
è indipendente dal prezzo, e che noi possiamo concepirlo come una certa
quantità di produzione, come una dimensione fisica.
Tuttavia, anche questo è sbagliato.
Di nuovo, la dimostrazione può essere fatta senza ricorso a riflessioni
concettuali, considerando i dati stessi. Se per esempio si misura la produzione
della Turchia in ’dollari reali’ si scopre che è cresciuta del 2.3% negli
ultimi dieci anni. Ma se la si misura in ’Lire reali’ è cresciuta del 31%. E
c’è anche un argomento forte in favore della misurazione della produzione della
Turchia in Euro reali, il che condurrebbe di nuovo ad un altro dato. Così, di
nuovo, qual è la misura della produzione ’veramente reale’?
Quando pongo questi problemi ai miei
colleghi economisti, una reazione comune è quella che si tratta di un problema
di misurazione. Si presume che vi sia una unico e coerente concetto di ’output’
e l’unica difficoltà sia quella di ottenerne una buona stima.
Questo però non regge. Il prezzo di
una pizza non è solo un modo diverso per misurare la sua dimensione; esso
esprime una proprietà diversa della pizza. Ugualmente, il valore ’reale’ in
dollari della produzione turca esprime qualche cosa di diverso del suo valore
’reale’ in Lire, esprime in un certo senso il potere d’acquisto della
produzione turca sul mercato mondiale, in contrapposizione al mercato
nazionale. Queste non sono misure diverse dello stesso concetto ma sono
un’unica misura di due concetti diversi, e entrambi a loro volta differiscono
da un terzo concetto, il prezzo nominale di questa produzione. Tuttavia, la
teoria economica procede felicemente come se vi fosse una, e solamente una,
cosa, ’la produzione reale’ che può, contro tutta l’evidenza statistica, essere
quantificata in una sola maniera, così che le leggi della dinamica economica
possono essere espresse unicamente in questi termini.
Inoltre questo non è un problema
puramente quantitativo; ha conseguenze qualitative. Se ci venisse chiesto ’la
Turchia è cresciuta più velocemente degli Stati Uniti negli ultimi dieci anni?’
noi risponderemmo ’si’ se usassimo un concetto di produzione, e ’no’ se ne
usassimo un altro.
Il punto più importante è che tutto
ciò conduce a spiegazioni causali diverse, ovvero, a teorie diverse. Se uno
desidera spiegare perché o se l’economia della Turchia è cresciuta, è
ragionevole indagare sul collegamento causale tra crescita e investimento. Ma
in questo caso, in che termini dovrebbe essere espresso questo collegamento
causale? Cerchiamo di spiegare l’alto tasso di crescita della Turchia in Lire
reali, o il suo più basso tasso di crescita in dollari reali? E che cosa
intendiamo per ’investimenti’? Intendiamo investimenti in dollari, investimenti
in dollari reali, investimenti in Lire reali, investimenti a costo storico, a
costo corrente? Qual è lo stock di capitale? della Turchia, in confronto alle
giacenze degli Stati Uniti? Studiosi di statistica disputano su ciò
continuamente; gli economisti formulano teoremi apparentemente rigorosi nei
quale il problema è trattato come se non esistesse.
La teoria economica comunemente
accettata sostiene che il capitale è uno dei due fattori centrali della
produzione. Tuttavia, se esaminiamo questa semplice idea (che è quotidianamente
incorporata in centinaia di modelli econometrici ed è il perno della moderna
teoria della crescita economica), ci rendiamo conto che conduce a conclusioni
che, se esaminate più da vicino, dipendono criticamente da come sono concepiti
i dati immessi in questi modelli. Lo stesso concetto di ’capitale’ è molto più
problematico di quanto non appaia a prima vista.
Inoltre, la maggior parte di questi
modelli econometrici incorporano una costruzione teorica nota come la funzione
della produzione. Nella funzione della produzione troviamo il lavoro oltre al
capitale. Si presume che il lavoro e il capitale possano essere sostituiti a
vicenda. Ma ciò presuppone che hanno qualche cosa in comune, e questo qualche
cosa deve essere quantificabile. È un passo ovvio (ed è in verità un obiettivo
degli economisti nel misurare tali concetti come ‘produttività
multifattoriale’) quello di tentare di esprimere entrambi gli input nelle
stesse unità, non fosse altro che per avere un’idea del loro impatto relativo.
Abbiamo visto che vi sono grandi
difficoltà nell’esprimere la nozione di capitale unicamente in termini della
sua ’dimensione reale. Questi problemi crescono, piuttosto che diminuire, se
tentiamo di misurare il lavoro nello stesso quadro teorico, in termini del
costo di acquisto.
Ma il lavoro ha una misura sua
propria che non è soggetta alle stesse difficoltà del capitale: il tempo. Il
tempo è una caratteristica universale, perfettamente quantificabile, di ogni
processo produttivo (con insignificanti, relativistiche, differenze tra il
tempo di una persona e quello di un altra). Nulla potrebbe essere più vicino
dell’ideale ricardiano di una misura invariante. Perché, allora, non esprimere
il capitale in termini della misura naturale del lavoro? Questa sembra essere
un’ovvia linea di ricerca anche in termini della teoria neoclassica.
Una disciplina che si rifiuta di
investigare una possibilità teorica non può essere considerata scientifica,
dato che non considera una possibile spiegazione. Per comportarsi come una
scienza dovrebbe esaminare tutte le spiegazioni possibili e confrontarle con
l’osservazione empirica. La mancata investigazione di una fondata possibilità
teorica indebolisce considerevolmente la pretesa dell’economia di essere una
scienza e in particolare di essere una scienza ’positiva’.
Ciononostante, l’economia
neoclassica rigetta questa linea di indagine, al punto, con rare eccezioni, di
rifiutare perfino di insegnarla, di pubblicarla, di dare agli studenti della
materia economica accesso a essa e, in molte occasioni, di dare lavoro a coloro
che la accettano. Una esclusione così sistematica equivale ad una forma di
censura ed è paragonabile in un certo senso al livello di esclusione della
Chiesa nei confronti dell’eresia copernicana.
Quali motivi adduce la teoria
economica per non perseguire una ovvia linea di ricerca? Quando la domanda è
posta, ci si trova di fronte a due argomenti. Il primo è spesso che la
misurazione del prodotto in termini di tempo di lavoro è superata o screditata.
Ma che cosa ha a che fare la verità
di una teoria con la sua età? La teoria di Galileo dell’universo fu inventata
nel 250 prima di Cristo da Aristarco di Samo, che fu chiamato al tempo di
Copernico il Copernico greco. La sua teoria era sbagliata perché aveva 1800
anni? Nella teoria della luce, teorie atomistiche e le teorie dell’onda si
avvicendano con qualche regolarità e secondo la teoria moderna la luce deve essere
concepita come una combinazione di entrambe le teorie. Sarebbe stato davvero un
fisico imprudente colui che all’inizio di questo secolo e alla vigilia della
moderna teoria dei quanti avesse abbandonato la teoria delle particelle,
vecchia di 200 anni, perché ‘superata’.
Se la teoria economica, nella sua
forma moderna, fosse in grado di spiegare adeguatamente tutti i fenomeni che
noi osserviamo, potrebbe essere giustificabile abbandonare le teorie per motivi
di età. Ma come tutti sanno, e come è ammesso dagli stessi economisti, la
teoria economica non spiega né predice gli eventi più elementari, come la
attuale recessione. Si dice scherzosamente che gli economisti prevedono il
passato perfettamente. Ma gli esperti più di buon senso non si azzardano nemmeno
ad indovinare quanto profonda o lunga sarà la recessione attuale, e i fatti
hanno dimostrato che la maggior parte di coloro che si sono azzardati a fare
tali previsioni hanno sbagliato.
E infine quegli stessi economisti
che scartano le teorie basate sul tempo di lavoro per motivi di età non hanno
nessun problema con teorie più vecchie e empiricamente molto più problematiche
come quella dei vantaggi comparati, o quella della mano invisibile.
Passiamo ora al secondo argomento,
cioè che il concetto di produzione e del capitale in termini di tempo di lavoro
è stata screditata. Come abbiamo visto, questo argomento è logicamente erroneo,
perché dipende dall’idea che per fare tale misurazione si deve usare
l’approccio dell’equilibrio di Sraffa. Ma come gli articoli che appaiono in
questo rivista dimostrano, e come altri già pubblicati provano, se si fa la
misurazione che usa l’approccio del non-equilibrio di Marx, si arriva a
risultati completamente coerenti.
Allora, che cosa è stato veramente
dimostrato da tutti questi studi? Di fatto, la seguente asserzione: che se si
definisce il valore di un prodotto presupponendo che il suo valore non cambia
durante il corso della produzione, si incontrano contraddizioni insolubili.
Inoltre, si trova che la quantità della produzione, così definita, è identica,
a parte un numéraire (un coefficiente universale) a una quantità data
completamente dal consumo fisico e dalla produzione di prodotti. Su questa
base, si sostiene che la misurazione della produzione in termini di tempo di
lavoro è screditata e ridondante.
Bene. Un scienziato concluderebbe
come segue:
1) o che non è possibile misurare la
produzione in termini di tempo di lavoro (ciò sarebbe soltanto un
riformulazione ridondante della produzione in termini di valore d’uso, ovvero,
del prodotto fisico o ’reale’);
2) o che non è possibile
concettualizzare adeguatamente la produzione in termini di tempo di lavoro
scrivendo una serie di equazioni simultanee che presuppongono che l’economia si
riproduce perfettamente, e che il prezzo e i valori rimangano costanti durante la
produzione.
Prima facie, la prima idea manca di credibilità.
Dopo tutto, chiunque sa che un’ora di tempo di lavoro produce molto di più, o
molto di meno, a seconda della tecnologia usata. Sarebbe quindi piuttosto
strano se risultasse che il numero di ore di lavoro in un prodotto fosse sempre
proporzionale alla dimensione del prodotto. Un studioso di statistica che si
imbattesse in un tale risultato tornerebbe sui suoi passi e controllerebbe i
suoi dati, perché i fatti stessi dimostrano che la teoria non può essere vera. Prima
facie, la conclusione più ovvia è che questo metodo per determinare la
produzione col tempo di lavoro è un metodo sbagliato, che non fa quello che
pretende di fare.
Una quantità crescente di studi,
largamente ignorati dall’attuale dibattito italiano, ha provato questo punto, e
ha investigato invece la seconda, trascurata, linea di ricerca che conduce a
una determinazione diversa e coerente della dimensione della produzione in
termini di tempo di lavoro usando l’interpretazione che è diventata nota come
il Sistema Singolo Temporale (SST). Sebbene ci sono molti motivi di cautela,
studi statistici incominciando a suggerire che questa determinazione offre, o
conferma, spiegazioni causali molto diverse e trascurate di alcuni dei più
importanti fenomeni delle economie moderne.
In particolare, e concluderò su
questo punto, il metodo usato dagli studi sopramenzionati suggerisce che le
fasi prolungate di contrazione a livello mondiale del tasso di crescita della
produzione (comunque misurato), come quello che stiamo attraversando, può
essere spiegato come una conseguenza dello stesso processo di crescita, come un
limite che l’accumulazione pone a se stessa. Tale metodo suggerisce che la
crisi, e il fallimento del mercato, non sono un risultato di una interferenza
esterna nel mercato, o una conseguenza di una regolamentazione insufficiente
del mercato, ma sono il risultato del funzionamento del mercato stesso.
Secondo me, il fatto stesso che
questa linea di ricerca è stata rigettata e anzi soppressa, è l’evidenza
storica più chiara che l’economia non è una scienza. Questo comportamento non
corrisponde a quello che dovrebbe essere la scienza, il libero scontro di
posizioni, spiegazioni contrastanti della realtà empirica. Non corrisponde alla
pratica delle altre scienze, per quanto imperfette.
La risposta, secondo me, va cercata
nei meccanismi secondo i quali questa disciplina è organizzata e finanziata.
L’economia influenza più di qualsiasi altra scienza sociale le scelte di
politica economica e le leve di comando che azionano quei meccanismi che
indirizzano il mercato mondiale; prima di tutto il Fondo Monetario
Internazionale, l’Organizzazione Mondiale per il Commercio, le tesorerie delle
grandi potenze e così via.
Gramsci disse una volta che il
progresso sorge da un’alleanza tra quelli che pensano perché soffrono e quelli
che soffrono perché pensano. Sfortunatamente molti di coloro che sono
pagati per pensare finiscono per tentare di provare che nessun altro ha il
diritto di fare lo stesso. Secondo me, questa è la funzione del paradigma
dell’equilibrio; deve convincere quelli che pensano perché soffrono che non c’è
alcuna possibilità di porre fine alla loro sofferenza. Questo è perché, se uno
adotta il paradigma dell’equilibrio, la possibilità che la nostra realtà possa
cambiare è stata definitivamente tolta dal modo in cui è permesso pensare.
Una delle grandi falsità che sorgono
dal paradigma dell’equilibrio, cioè dalla la struttura teorica e concettuale
dell’equilibrio, è questa: non c’è nulla da fare. La grande ‘macchina
della globalizzazione’ è il risultato di un meccanismo automatico che non può
essere fermato, una parte dell’ordine naturale delle cose tanto inattaccabile,
e inaccessibile, quanto il grande Ordine Divino dell’universo medioevale che
Galileo e Copernico riportarono sulla terra e di cui i comuni mortali poterono
divenire parte.
Tuttavia, il mondo reale, e il
mercato reale, come Mazzetti ha indicato altrove, non è in equilibrio, non si
riproduce perfettamente, cambia continuamente i suoi prezzi, non riesce
continuamente a vendere i suoi prodotti. La possibilità della crisi è sempre
immanente in tale sistema. Se si teorizza le variabile chiave di questo sistema
(produzione, investimenti, capitale) in termini di tempo di lavoro, si trova
una spiegazione del fatto che questa possibilità non è soltanto latente, ma di
fatto si manifesta nel mondo in recessioni periodiche, fasi lunghe di declino
con turbolenze politiche e alta disoccupazione e, di grande importanza, la
costante e secolare polarizzazione del mondo in un gruppo piccolo di nazioni
ricche e uno molto più grande di nazioni povere.
La teoria dell’equilibrio elimina la
possibilità della crisi. La ragione decisiva, secondo me, del perché la teoria
dell’equilibrio è preferita alla teoria del non-equilibrio in pressoché ogni
ramo della teoria economica, è che nel quadro teorico dell’equilibrio è di
fatto impossibile formulare una teoria della crisi. Invece, la crisi è sempre
vista come il risultato di fattori esogeni; del cattivo governo, della cattiva
politica monetaria, della politica tecnologica, del sistema di
regolamentazione, dei sindacati, dei comunisti, dei terroristi, degli sceicchi
del petrolio - di qualsiasi cosa, di fatto, tranne che del sistema stesso.
Eppur si muove. Il sistema produce le crisi.
Stiamo attraversando quello che io penso sia la 28esima recessione periodica
del capitalismo e la sua quarta onda lunga di declino di accumulazione. Tali
eventi si sono manifestati con la regolarità delle comete, con ogni
combinazione concepibile di politiche monetarie, di regimi di regolamentazione,
di governo politico. Attribuire eventi così regolari, la cui forma è ripetuta
più o meno in ciascun caso distinto, a cause storiche e effimere o transitorie
mi sembra essere del tutto non scientifico. Chiaramente queste cause esterne
interagiscono con, e hanno un impatto profondo sul corso di, queste crisi ma
penso che noi dobbiamo considerare almeno la possibilità che il loro
determinante ultimo sia il mercato stesso, e questa è l’idea che è
intollerabile e inaccettabile da coloro il cui potere e la cui ricchezza
derivano da questo mercato.
Perché è inaccettabile? Perché, se è
chiaro che il sistema produce le sue proprie crisi, la prospettiva cambia. Quello
che veramente accade è questo: il sistema del mercato, e soprattutto il mercato
dei capitali, pone i suoi propri limiti a se stesso. Il problema è concepito
capovolto perfino da parte degli oppositori più incisivi della globalizzazione,
perché in effetti essi accettano il punto di vista teorico che la
globalizzazione è un processo automatico e naturale, e limitano i loro
obiettivi (decisamente nel caso della Tobin Tax) a ‘gettare un granello di
sabbia nel meccanismo’. Non ho nulla contro il gettare sabbia nel meccanismo se
ciò migliora la condizione umana, ma il problema è secondo me molto più serio,
perché l’intero veicolo esce periodicamente di strada con o senza la sabbia. In
questo caso, il problema è completamente diverso: scappare con le minime perdite
di vita. Il punto non è quello di fermarlo o di farlo avanzare; questo è un
falso dibattito. Il problema è cosa fare riguardo ai terribili risultati che si
verificano quando il veicolo si ferma da solo.
Che fare? È precisamente in momenti
di crisi che la coscienza umana diviene un fattore. In una macchina veloce su
un rettilineo autostradale, il conducente deve stare attento solamente
all’acceleratore e perfino questo è automatico nelle macchine americane. Ma se
la macchina incomincia a virare, il conducente deve guidare. In questo caso
anche piccole azioni contano, e quello che diviene importante non è quanto uno
sia grande ma quanto uno conosce. Gli architetti della globalizzazione devono
usare una teoria che oscura quello che sta succedendo. Le vittime della
globalizzazione hanno bisogno di una teoria che renda chiaro quello che sta
succedendo; questo è ciò che la nuova ricerca offre.
Valore e sfruttamento: un approccio controfattuale, Ernesto
Screpanti
Introduzione [1]
Il recente libro di Bertinotti e
Gianni (2000) ha avuto il merito di riaprire in Italia il dibattito sulle
teorie del valore e dello sfruttamento, mostrando la rilevanza politica di
argomenti che fino a ieri eravamo stati abituati a considerare piuttosto
accademici. Cavallaro (2000), Bellofiore (2000) e Mazzetti (2001) hanno dato
dei primi contributi a questo rinnovato dibattito. E l’appello di Cavallaro a
stare in guardia nei confronti della mistica del valore-lavoro lascia sperare
che la ricerca possa procedere oggi lungo i binari giusti, evitando certe
forzature scolastiche cui abbiamo assistito in passato, anche se gli interventi
di Carchedi (2001), Freeman (2001) e Kliman (2001) sembrano voler uccidere sul
nascere questa speranza.
Le domande da porci sono ormai
chiare: è proprio vero che per salvare le parti vive dell’analisi marxiana del
capitalismo si deve gettare a mare la teoria del valore-lavoro? E che insieme a
questa si deve gettare a mare anche la teoria dello sfruttamento, col rischio
che di parte viva resti infine ben poco? La mia risposta alla seconda domanda
è: no. Alla prima: sì e no. In questo saggio proverò a giustificare tali
risposte.
Tenterò innanzitutto una
decostruzione della teoria marxiana dello sfruttamento e del valore. Non dirò
nulla di nuovo. Mi limiterò a richiamare alcuni risultati della ricerca che
sono acquisiti già da qualche decennio. Cercherò però di portare alla luce
certe loro implicazioni critiche in merito ai fondamenti ontologici e
metodologici della teoria di Marx. Mostrerò che la metafisica su cui poggia la
dottrina del valore-lavoro la rende inadatta a dar conto dei rapporti di classe
in un’economia capitalistica, mentre la espone a una critica d’incoerenza
logica e a una, ancora più grave, di debolezza metodologica. Sosterrò infine
che non è possibile dar conto dello sfruttamento in modo coerente ed efficace
se si usa la teoria del valore-lavoro. Tutto ciò farò nella prima parte del
saggio.
Non è tanto la concezione dello
sfruttamento in sé a creare problemi, quanto la stretta connessione che Marx
instaurò tra essa e la teoria del valore-lavoro. Perciò l’abbandono di questa
teoria non comporta una rinuncia all’analisi dello sfruttamento. Nella seconda
parte del saggio enucleerò il nocciolo dell’analisi marxiana del rapporto di
sfruttamento e ne tenterò una ricostruzione ricorrendo a un approccio di tipo
controfattuale. Eviterò di far ricorso a teorie universali della
giustizia o a verità che affermano certezze ontologiche. L’analisi che proporrò
fa leva piuttosto sull’assunzione di un punto di vista di classe, sulla base
del quale costruirò un modello di mondo ipotetico che può essere usato come pietra
di paragone per studiare il capitalismo. Poi, facendo uso di una teoria del
valore basata sui prezzi di produzione, mostrerò che è possibile esprimere il
saggio di sfruttamento in termini di quantità di lavoro, comandato e
incorporato. Cercherò infine di portare alla luce alcune caratteristiche
fondamentali del capitalismo, cioè alcune condizioni istituzionali che rendono
possibile l’estrazione del plusvalore dal processo produttivo.
Il superamento della teoria del
valore-lavoro non implica che questa debba essere gettata a mare. Si tratta
soltanto di cambiarne l’uso metodologico. Così, nella seconda parte del saggio
mostrerò anche che una misura dei valori in lavoro contenuto può tornare utile
proprio per definire le condizioni di scambio prevalenti nel modello di mondo
ipotetico usato come controfattuale.
1. Sfruttamento e valori-lavoro La
dottrina ortodossa dello sfruttamento
A fondamento della teoria marxiana
del valore-lavoro ci sono due assiomi. Il primo è quello che potrebbe essere
definito “assioma della sostanza del valore”: “un valore d’uso o bene ha
valore soltanto perché in esso viene oggettivato, o materializzato,
lavoro astrattamente umano” (Marx, 1964, I, p. 70). Il secondo
potrebbe essere definito “assioma della grandezza del valore”: “come
misurare ora la grandezza del suo valore? Mediante la quantità
della ‘sostanza valorificante’, cioè del lavoro, in esso contenuta” (Marx,
1964, I, p. 71).
In base a quest’ultimo assioma il
valore di una merce coincide con la quantità di lavoro impiegato direttamente e
indirettamente per produrla. Quello impiegato direttamente si chiama “lavoro
vivo” e coincide col valore aggiunto. Quello impiegato indirettamente si chiama
“lavoro morto” e coincide col “capitale costante”, cioè col valore dei mezzi di
produzione. Così il valore del prodotto netto aggregato non è altro che il
lavoro vivo complessivo. Il salario viene chiamato da Marx “valore della forza
lavoro”; se lo si misura in lavoro contenuto si scopre che è uguale alla
quantità di lavoro impiegata per produrre i beni salario. Il “plusvalore”
infine consiste nella differenza tra il valore del prodotto netto e quello
della forza lavoro.
Ora concentriamo l’attenzione su
quanto produce un operaio in una giornata di 8 ore lavorative, e poniamo che il
valore della forza lavoro, cioè il valore-lavoro del salario giornaliero, sia
pari a 4 ore di lavoro. Ciò vuol dire che per produrre i beni salario consumati
da un operaio in una giornata lavorativa si deve lavorare 4 ore. Il plusvalore
sarà pari a 8-4=4 ore di lavoro. Il saggio di plusvalore, definito come il
rapporto tra il plusvalore e il valore della forza lavoro, sarà pari al 100%,
cioè a 4/4. Si può dire che l’operaio lavora 4 ore per sé e 4 per il padrone.
In forza dell’assioma della grandezza del valore, risulta che il plusvalore
coincide con un pluslavoro. E ciò sembrerebbe confermare l’assioma della
sostanza del valore, per il quale, si ricorderà, il valore è creato dal
lavoro. Sembrerebbe evidente che il plusvalore guadagnato dal capitalista è
stato prodotto, cioè creato, dal pluslavoro dell’operaio. Il profitto, in
quanto coincide col plusvalore, è il risultato di uno sfruttamento dei
lavoratori. Il rapporto tra profitto e salari, se coincide col saggio di
plusvalore, sarebbe una misura dell’intensità dello sfruttamento.
Due osservazioni sono degne di nota.
La prima è che, siccome i valori-lavoro non sono altro che le quantità di
lavoro impiegate per produrre le merci, per determinarli è sufficiente
conoscere la tecnica produttiva in uso, cioè i coefficienti di lavoro vivo e
morto impiegati nella produzione; non è necessario conoscere la distribuzione
del reddito, la grandezza del profitto, del salario e del saggio di
sfruttamento. La seconda è che la produttività del lavoro misurata in
valori-lavoro, cioè il rapporto tra il valore del prodotto netto e il livello
dell’occupazione, è uguale a 1.
[1]
Riservandomi ogni responsabilità per eventuali errori, desidero ringraziare
Fabio Petri per le critiche e i commenti che ha voluto fare a una precedente
stesura di questo saggio.
La teoria è logicamente incoerente
se applicata a un modo di produzione capitalistico. In un sistema che si trova
in equilibrio concorrenziale, le merci si scambiano a prezzi di produzione
che garantiscono un saggio di profitto uniforme. Per determinare i prezzi di
produzione, dunque, non basta conoscere la tecnica produttiva. È necessario
conoscere anche il saggio di profitto o quello di salario.
In generale, se il saggio di
profitto è positivo, i prezzi di produzione non coincidono coi valori-lavoro.
Inoltre nessuno dei rapporti tra variabili aggregate, misurate in
valori-lavoro, coincide con il rapporto tra le stesse variabili misurate in
prezzi di produzione. In particolare il saggio di plusvalore non coincide col
rapporto profitti-salari. I prezzi di produzione coincidono coi valori-lavoro
solo nel caso in cui saggio di profitto è zero.
Marx riteneva che esistesse un
algoritmo matematico capace di trasformare i valori-lavoro in prezzi di
produzione in modo tale che il saggio di plusvalore aggregato restasse
invariato nel passaggio dalla misura in valori-lavoro a quella in prezzi di
produzione, così che il saggio di plusvalore fosse comunque uguale al rapporto
profitti-salari. In tal modo poteva continuare a trattare il profitto come
evidenza immediata del pluslavoro. Ma è stato dimostrato che, quale che sia
l’algoritmo usato nella trasformazione, si ottiene sempre un risultato
paradossale: in un’economia in cui si producono diverse merci il saggio di
sfruttamento resta invariato nella trasformazione dei valori-lavoro in prezzi
se e solo se non c’è sfruttamento.
Né si può ripiegare sulla tesi
secondo cui non è necessario che il saggio di sfruttamento in valori-lavoro sia
uguale a quello in prezzi. Infatti, poniamo che il secondo sia superiore al
primo. È possibile misurare il monte salari in modo da farlo coincidere con il
valore della forza lavoro. Ma allora il plusvalore in prezzi sarebbe superiore
al plusvalore in valori-lavoro. Ne deriva che esisterebbe una parte di profitto
che non è stata prodotta dal pluslavoro. Così risulterebbe che possa esserci
profitto senza sfruttamento! Comunque la si rigiri, è evidente che la teoria
del valore-lavoro fa un pessimo servizio alla teoria dello sfruttamento.
La ragione di questa difficoltà è
che i valori-lavoro esprimono rapporti puramente tecnici e astraggono dalle
relazioni tra classi sociali. Come ho già osservato, è sufficiente conoscere la
tecnica produttiva per determinare i valori-lavoro. Non è necessario sapere
nulla sull’assetto istituzionale che regola la produzione, sulle classi sociali
che si confrontano nel processo produttivo, sul modo in cui le classi si
spartiscono il reddito. Non è necessario nemmeno sapere che si tratta di una
economia capitalistica, di un’economia in cui una classe guadagna un profitto e
un’altra un salario. Contrariamente ai prezzi di produzione, i valori-lavoro
non variano al variare dei rapporti tra classi sociali, ad esempio al variare
della distribuzione del reddito. Il valore è un rapporto sociale, secondo Marx
(1964, I, p. 106n), “un rapporto tra persone [...] celato nel guscio di un
rapporto tra cose”. Dunque dovrebbe esprimere i rapporti sociali e variare col
loro cambiamento. Invece i valori-lavoro sono insensibili ai rapporti sociali.
Marx appare consapevole di questa proprietà dei valori-lavoro, del fatto che la
loro definizione presuppone l’astrazione dall’assetto sociale e istituzionale
del capitalismo. Infatti, proprio nel capitolo in cui costruisce la teoria del
valore-lavoro, dichiara esplicitamente di astrarre dal salario: “La categoria
del salario del lavoro non esiste in genere ancora, a questo grado della nostra
esposizione” (Marx, 1964, I, p. 76n). E in una lettera a Engels del 13 gennaio
1859 dichiara altrettanto esplicitamente che astrae dal capitale: “questi
fascicoli non contengono ancora nulla sul capitale, ma soltanto due
capitoli: 1) La merce, 2) Il denaro” (Marx, 1969, p. 219).
“Questi fascicoli” sono quelli di Per la critica dell’economia politica,
e contengono la prima versione della teoria del valore che verrà poi
ripresentata nel primo capitolo del Capitale.
Emerge qui un paradosso metodologico
che è ancora più grave di quello analitico che ho mostrato sopra, del quale
peraltro costituisce la causa. Per fondare una teoria dello sfruttamento che è
una teoria delle relazioni sociali, si usa una teoria del valore che astrae
dalle relazioni sociali (Screpanti, 1993).
Come giustificare gli assiomi
marxiani?
Sia che il saggio di sfruttamento
venga misurato in valori-lavoro, sia che venga misurato in prezzi, resta vero
che esiste sfruttamento perché la produttività del lavoro è maggiore del
salario. Questo, in poche parole, dice la teoria marxiana: il salario è
minore della produttività del lavoro. Ma dal punto di vista “filosofico”
l’assioma della sostanza del valore vuole dire molto di più. Afferma, tra
l’altro, che il contributo produttivo del lavoro coincide con la produttività
media del lavoro. Quindi sostiene che solo il lavoro produce plusvalore.
Ora, un assioma è vero per assunzione. Si suppone che la verità che afferma sia
evidente e che non abbia bisogno di essere dimostrata. Un assioma rappresenta
un presupposto metafisico sulla base del quale altre proposizioni possono
essere dimostrate vere. Dunque, è proprio così evidente l’assioma della
sostanza del valore?
Perché il contributo del lavoro
dovrebbe coincidere con la produttività media? Qualcuno potrebbe
preferire postulare che esso coincida con la produttività marginale,
cioè con quella del meno produttivo dei lavoratori occupati. E sulla base di
tale nuovo assioma sarebbe facile dimostrare che dei lavoratori remunerati con
un salario uguale alla produttività marginale del lavoro non risulterebbero essere
sfruttati, anche se il profitto fosse positivo. In altri termini l’“evidenza”
dell’assioma marxiano deve essere corroborata con qualche argomento
convincente. Se un assioma non ha bisogno di essere dimostrato, deve però
comunque essere “giustificato”. Postulare che il contributo produttivo del
lavoro coincide con la produttività media equivale ad assumere che gli altri
requisiti produttivi, i beni capitali e le risorse naturali, non danno alcun
contributo. Come può essere giustificata una tale tesi?
Una strategia spesso seguita per
rispondere a questa domanda è basata sull’osservazione che il capitale stesso è
prodotto dal lavoro, cosicché il suo contributo produttivo si risolve in un
contributo del lavoro (Elster, 1978, pp. 10-11). Tale strategia però può solo
servire per sostenere che la remunerazione del contributo del capitale,
supponendo che un tale contributo esista, deve essere pagata ai lavoratori. Non
può servire a dimostrare che il capitale non dà contributi produttivi. Ma è
evidente che quella remunerazione dovrebbe affluire ai lavoratori che
legittimamente possiedono il capitale, ad esempio perché lo hanno accumulato
effettuando dei risparmi, non a quelli che lo hanno prodotto (Van Parijs,
1995). I lavoratori che posseggono del capitale sarebbero dei capitalisti e
verrebbero remunerati con un plusvalore corrispondente al suo contributo
produttivo. Nel qual caso il salario non potrebbe coincidere con la
produttività media del lavoro.
Un’altra strategia mira a
giustificare l’assioma facendo ricorso all’argomento secondo cui il contributo
produttivo del capitale non dovrebbe essere pagato ai capitalisti, anche se la
sua proprietà fosse stata acquisita solo con il lavoro e il risparmio. Si
ammette l’esistenza di un contributo produttivo del capitale in termini di
produttività reale. Tuttavia il fatto che il capitale non sia remunerato
implica che in termini di valore solo il lavoro dà un contributo
produttivo. Ma perché il contributo del capitale in termini reali non dovrebbe
essere remunerato? La ragione sarebbe che i beni capitali sono stati
prodotti per mezzo di risorse naturali che, presumibilmente in forza di un
qualche diritto naturale, appartengono all’umanità in quanto tale e non possono
essere appropriate privatamente (Cohen, 1983, pp. 316-317; 1986, pp. 87-90).
Ora, le risorse naturali dovrebbero includere i talenti naturali. È ammissibile
che gli individui si approprino privatamente delle proprie dotazioni personali?
Se la risposta a questa domanda è positiva, allora non si può sfuggire alla
conclusione che i beni capitali prodotti mediante l’uso dei talenti personali
sono posseduti legittimamente e quindi devono essere remunerati. Se la risposta
è negativa, allora si deve concludere che neanche il lavoro vivo ha diritto di
essere pagato secondo il proprio contributo produttivo, dal momento che questo
consiste in un flusso di servizi scaturenti da dotazioni di risorse personali.
Marx ad ogni modo ha messo bene in
chiaro che anche la terra e il capitale contribuiscono alla produzione delle merci [1].
Ma ha insistito sull’idea che solo il lavoro produce nuovo valore, solo
esso è sostanza di valore. La sua strategia per giustificare l’assioma
della sostanza del valore fu molto semplice: postulò l’assioma della grandezza
del valore. Ovviamente, se è la creazione di valori-lavoro che conta, piuttosto
che la produzione di beni fisici, e se la grandezza del valore coincide con una
quantità di lavoro contenuto, l’assioma della sostanza del valore sembra
piuttosto pacifico: poiché la produttività del lavoro è uguale a 1, cioè il
valore prodotto con un’ora di lavoro equivale a un’ora di lavoro, sembra
evidente che solo il lavoro può aver prodotto quel valore. Ma allora
l’attenzione si sposta sull’assioma della grandezza del valore: qual è
l’evidenza che tale grandezza coincide col lavoro contenuto? Dopo tutto una
misura è una convenzione.
Marx in realtà riteneva che la
misura in lavoro contenuto fosse qualcosa di più di una semplice convenzione.
Pensava che fosse l’unica misura in grado di esprimere la sostanza del valore,
di esprimerla in modo tale da spingere l’analisi dello sfruttamento al di là
delle apparenze dei prezzi. Ma è chiaro che quella in lavoro contenuto può
essere intesa come la misura autentica della grandezza del valore, e non come
una convenzione contabile o un espediente euristico, solo se il lavoro è
sostanza del valore. Così l’assioma della grandezza del valore acquista
rilevanza ontologica proprio in quanto è sostenuto da quello della sostanza del
valore.
In altri termini i due assiomi si
sostengono l’un l’altro. Si può credere che la misura della grandezza del
valore in lavoro contenuto rivela la sostanza del valore poiché si assume che
il lavoro è “sostanza valorificante”. D’altra parte sembra che si possa far
passare quest’assunzione come un semplice riconoscimento dell’evidenza perché
si postula che la grandezza del valore sia misurata in lavoro contenuto. Ha
senso tutto ciò? Il punto è che, se la misura in valori-lavoro avesse senso,
sia pure solo a livello aggregato, le apparenze degli scambi effettuati in base
ai prezzi non dovrebbero contraddire la sostanza del valore-lavoro, anche se
contribuissero ad offuscarla. Invece, come ho mostrato nel paragrafo
precedente, la contraddicono. Dunque la teoria è basata su due assiomi che si
sostengono l’un l’altro, senza però che sia possibile giustificare né l’uno né
l’altro. Sembra proprio non avere torto Sraffa, quando parla di “mistica del
valore”.
2. Sfruttamento senza valori-lavoro
Un controfattuale di classe
Ritengo che i lavoratori siano in
grado di concepire un’alternativa ammissibile al capitalismo che
giudicano migliore di esso. Ammissibile, nel senso che è realizzabile
sulla base della dotazione delle risorse e delle tecniche in uso nell’economia
capitalistica di riferimento, e solo cambiandone le istituzioni e la
distribuzione del reddito. Migliore, nel senso che i lavoratori vivrebbero
meglio in essa che nel capitalismo.
Chiamerò “Utopia” la migliore di
tutte le alternative ammissibili. [2]
I lavoratori, per definizione, si appropriano dell’intero prodotto netto in
Utopia, cosicché il loro reddito medio coincide con la produttività media del
lavoro. Potrebbero così pensare che, se possono aumentare il proprio reddito
passando in Utopia e continuando a produrre come prima e con le stesse tecniche
di prima, allora non è per ragioni tecniche che guadagnano meno della propria
produttività nel capitalismo, ma solo a causa dell’assetto istituzionale.
Potrebbero convincersi che, se possono appropriarsi di tutto il prodotto solo
cambiando le istituzioni ed abolendo la classe dei capitalisti, vuol dire che
non hanno bisogno dei capitalisti per produrre e quindi che tutto ciò che è
prodotto lo producono loro. In altri termini, potrebbero pensare che il loro
contributo produttivo coincide con ciò che guadagnano e producono in Utopia,
visto che ciò che producono lì lo possono produrre ovunque, date le tecniche.
Poi, confrontando il mondo capitalistico con Utopia i lavoratori si accorgono
che nel primo essi stanno peggio perché il salario è più basso della propria
produttività, e si sentono per ciò sfruttati nel capitalismo.
Il riferimento controfattuale [3]
all’Utopia sembra un po’ intellettualistico e fantasioso, sembra allontanarci
da quel sano richiamo al mondo concreto a cui ci ha abituato il primo capitolo
de Il capitale. In realtà il ragionamento controfattuale è esperienza
quotidiana di tutti noi. Ricorriamo ai controfattuali ogni volta che ci
domandiamo se il prezzo di un prodotto non è troppo alto rispetto a uno che consideriamo,
sia pur vagamente, come “equo”, o una pensione o un salario non sono troppo
bassi. Ricorre a ragionamenti controfattuali l’operaio che valuta la misura
dello sfruttamento e del benessere sociale dal tipo di automobili che ha il
padrone e dall’inutilità della sua vita: sarei meno sfruttato se il valore di
quella Ferrari si risolvesse in salari, e staremmo tutti molto meglio se quel
porco volesse lavorare invece di trastullarsi col gioco in borsa.
La teoria che presento qui non è
altro che una formalizzazione di questo tipo di argomentazione. L’idea dello
sfruttamento implica un giudizio sulla destinazione del prodotto del lavoro. Il
ragionamento controfattuale rinvia alla convinzione che una destinazione
diversa da quella vigente nel capitalismo è ammissibile. La persuasione
che è possibile migliorare le condizioni di vita dei lavoratori, senza dover
necessariamente cambiare le tecniche in uso, è tutt’uno con quella secondo cui
il profitto non remunera il contributo produttivo di alcunché. Sostengo che, a
dispetto di ogni egemonia ideologica del capitale, queste idee, convinzioni,
persuasioni sono componenti vitali del senso comune che esprime la condizione
operaia contemporanea.
L’assunzione di un punto di vista di
classe, piuttosto che di uno basato su una metafisica universale, orienta la
filosofia marxista verso una rifondazione non essenzialista delle teorie del
valore e dello sfruttamento.
Nel caso della teoria del valore, il
punto di vista di classe consente di partire da assiomi che non assumono il
significato di proposizioni relative all’essenza di qualcosa. Il
problema di quale sia la sostanza del valore, o di chi lo “crei”, non si pone
nemmeno. Infatti si tratta di prendere sul serio la tesi marxiana secondo cui
il valore è una relazione sociale - prenderla sul serio, cioè, intendendola nel
senso che il valore è soltanto una relazione sociale, che non c’è
nessuna essenza dietro le relazioni sociali. Ci sono solo dei rapporti di
produzione e di mercato, di lotta, di potere e di divisione del lavoro,
attraverso cui gli agenti sociali producono e si spartiscono i beni. Questi
rapporti non stanno dietro le relazioni sociali: essi sono le
relazioni sociali.
Inoltre l’assunzione di un punto di
vista di classe fornirà una giustificazione sensata all’assioma che fonda la
teoria dello sfruttamento. Non sarà una giustificazione del tipo richiesto
dall’assioma della sostanza del valore. D’altronde non c’è bisogno di far
coincidere il plusvalore col pluslavoro per sostenere la tesi dello
sfruttamento. Né sarà una giustificazione empirista del tipo che sostiene che
la cosa è evidente alla luce di una semplice osservazione della realtà. Una
giustificazione del genere non è convincente perché non c’è dato empirico che
possa essere raccolto e interpretato senza far riferimento a una teoria e a un
punto di vista. Non sarà infine una giustificazione di tipo etico, del tipo
cioè che presuppone una universale filosofia della giustizia. Un tale approccio
lo rifiuto perché mi sembra che nessuna onesta filosofia della giustizia può
essere formulata ponendosi al “di sopra delle parti”.
[1]
Data una tecnica produttiva che usa terra, lavoro e mezzi di produzione secondo
determinati coefficienti tecnici, non è possibile ottenere nessuna merce senza
usare terra e capitale. Dunque questi requisiti produttivi sono necessari
all’attività lavorativa e contribuiscono alla produzione. Il problema è: quanto
contribuiscono alla produzione del prodotto netto? La distinzione del prodotto
netto da quello lordo rinvia a un sistema di contabilità e quindi presuppone
una teoria del valore: il prodotto netto è il valore che nel processo
produttivo viene aggiunto a quello delle anticipazioni tecnicamente necessarie.
L’idea marxiana che il capitale contribuisca alla produzione delle merci non ha
niente a che vedere con quella marginalista, secondo cui esso dà un contributo
produttivo alla creazione del valore aggiunto.
[2]
Non è la migliore di tutte le alternative possibili. L’ammissibilità, come l’ho
definita qui, implica che le tecniche siano le stesse che vengono usate
nell’economia capitalistica di riferimento. Va da se che in un mondo governato
dai lavoratori cambierebbero radicalmente sia il modo di produrre che le cose
da produrre. Ma la definizione di un’alternativa di questo tipo non è
necessaria per sostenere il ragionamento con cui intendo giustificare la tesi
dello sfruttamento.
[3]
Un approccio del genere è stato sviluppato, tra gli altri, da Roemer (1982), ma
in una direzione sostanzialmente diversa da quella seguita qui. Roemer, ad
esempio, dà molta importanza alla distribuzione dei diritti di proprietà, che
io invece ignoro del tutto. Per delle valutazioni critiche della teoria di
Roemer vedi Petri (1989) e Reiman (1989).
Per quanto è a mia conoscenza, il
primo a proporre un’interpretazione della teoria marxiana del valore-lavoro e
dello sfruttamento in termini controfattuali fu Croce (1927), il quale però
aveva la pretesa, secondo me erronea, che Marx stesso ragionasse in quei
termini. Anche Bellofiore (2000) propone un uso controfattuale della teoria del
valore-lavoro pretendendo di attribuire tale uso a Marx. Un interessante
approccio controfattuale proposto da Petri (1989, p. 233) mostra che il
pluslavoro si risolve in profitti solo per motivi istituzionali e non per
motivi tecnici.
Una definizione, un assioma e un
teorema
Come ho già notato, una volta
sfrondata della metafisica, la concezione marxiana dello sfruttamento si riduce
alla proposizione secondo cui il salario è minore della produttività media del lavoro.
È possibile fondare una solida teoria dello sfruttamento su questa
proposizione? Sostengo non solo che è possibile, ma anche che ne può risultare
un’analisi molto più pregnante e illuminante di quella ortodossa.
Comincerò con una “definizione di sfruttamento
capitalistico”: c’è sfruttamento capitalistico del lavoro nella produzione
quando il contributo produttivo dei lavoratori è maggiore del loro salario.
La definizione non specifica alcunché riguardo alla distribuzione dei diritti
di proprietà. Così è possibile applicarla al capitalismo in generale. In
Screpanti (2001a, 2001b) mostro che, per caratterizzare un modo di produzione
come capitalistico, è sufficiente postulare che il reddito da lavoro si
configura come salario e che il capitale si valorizza tramite la produzione e
l’investimento di un plusvalore. Il capitalista estrae dai lavoratori un
contributo produttivo. Se tale contributo lo mette in grado di guadagnare dei
profitti, e quindi di valorizzare il capitale, dico che c’è sfruttamento capitalistico.
La definizione implica che un qualche soggetto diverso dai lavoratori ha il
controllo del loro contributo produttivo e che tale soggetto sia un
capitalista, cioè che operi per la valorizzazione e l’accumulazione del
capitale.
Sorge immediatamente il problema di
stabilire in cosa consiste il contributo produttivo del lavoro. Sulla base
dell’argomentazione controfattuale presentata nel paragrafo precedente, ritengo
che si possa postulare il seguente “assioma della produttività”: Il
contributo produttivo del lavoro coincide con la produttività media del lavoro.
Si consideri un’azienda in cui si
produce grano per mezzo di grano e lavoro. Ci sono tre dipendenti, uno dei
quali produce 20 quintali di grano l’anno, un altro 15 quintali e un altro 10.
La produttività media del lavoro è (20+15+10)/3=15. Si supponga che ogni
lavoratore sia remunerato con un salario pari a 10 quintali di grano l’anno.
Allora l’assioma della produttività e la definizione di sfruttamento consentono
di concludere che i lavoratori sono sfruttati [1]
capitalisticamente e precisamente che sono sfruttati a un saggio del 50%, cioè
al saggio (15-10)/10=1/2.
Il modello grano-grano è una semplificazione.
Più in generale si può studiare un’economia in cui si producono molte merci per
mezzo di se stesse e lavoro. Nel qual caso la produttività del lavoro, il
salario e il saggio di sfruttamento saranno misurati in termini di prezzi. Lo
sfruttamento può essere provato astraendo dalla merce scelta come unità
di misura. Inoltre il saggio di sfruttamento può essere misurato con precisione
in termini di prezzi ed è indipendente dalla merce scelta come misura.
Si può formulare il seguente
“teorema dello sfruttamento capitalistico”: Si verifica sfruttamento
capitalistico dei lavoratori quando il salario è inferiore alla produttività
media del lavoro. La dimostrazione del teorema è immediata e può essere
ottenuta da un semplice ragionamento basato sulla definizione di sfruttamento e
sull’assioma della produttività.
Certo, è un teorema che sembra un
po’ tautologico, ma chi può pretendere di più dalla logica? D’altra parte gli
assiomi sono veri per assunzione, e non si può fare nulla per convincere chi
non vuole essere convinto. L’importante è che non siano contraddittori, perché
in tal caso non convincerebbero neanche chi vorrebbe esserlo. Così tutto fa
leva su un punto di vista particolare, ché tale è sempre quello che
sostiene la convinzione della validità degli assiomi. Ebbene sostengo che l’assunzione
del punto di vista della classe operaia è sufficiente per giustificare la
postulazione dell’assioma della produttività e il teorema che ne consegue.
Il saggio di sfruttamento
Nell’esempio fatto nel paragrafo precedente
il saggio di sfruttamento, σ, è misurato in termini di grano, e
risulta essere pari a σ = (45-30)/30 = 15/10-1, dove 45 è il prodotto
netto, 30 il monte-salari, 15 la produttività media del lavoro e 10 il salario
per addetto. Più in generale, se si producono molte merci, il prodotto netto
viene calcolato in termini delle quantità di beni prodotti, y,
moltiplicate per i loro prezzi, p, ed è py. Il monte-salari viene
calcolato come il salario monetario, w, moltiplicato per il numero dei
lavoratori occupati, L, ed è wL. Perciò il saggio di sfruttamento
in prezzi è pari a

=py/L è la produttività del lavoro
in prezzi e π Lc=py/w il lavoro “comandato” dal prodotto
netto, cioè quello che può essere acquistato, al salario corrente, spendendo
l’intero prodotto netto. Il secondo rapporto della formula è ottenuto dal primo
dividendo numeratore e denominatore per L; il terzo è ottenuto dividendo
per w.
Il fattore di sfruttamento, 1=L#+σc/L, può essere interpretato come un
rapporto tra il lavoro comandato dal prodotto netto e quello in esso contenuto.
Si noti che, nonostante sia derivato da un rapporto tra redditi monetari, si presenta
come un rapporto tra due quantità di lavoro. È maggiore di 1 se i capitalisti
guadagnano un profitto e i lavoratori percepiscono un salario inferiore alla
produttività del lavoro. Quando accade ciò, vuol dire che la quantità di lavoro
che può essere comandata dal prodotto netto è maggiore di quella richiesta per
produrlo. Questa misura dello sfruttamento ha qualche vantaggio rispetto a
quella usata da Marx. Il saggio di sfruttamento marxiano è un rapporto tra due
quantità di lavoro incorporato e quindi, come s’è visto, diverge da una misura
in termini di prezzi. La misura in lavoro comandato/incorporato invece è sempre
uguale a quella in termini di prezzi.
Tuttavia le variabili espresse in
lavoro comandato e incorporato, pur essendo tecnologicamente omogenee, sono concettualmente
differenti. Infatti quella che appare al numeratore di Lc/L
è una quantità di lavoro comandato ex post, cioè dopo che il processo
produttivo si è chiuso, mentre quella che appare al denominatore è una quantità
di lavoro comandato ex ante, cioè prima della chiusura del processo
produttivo. Il lavoro contenuto può essere inteso, sia come la quantità di
lavoro che il capitalista ha comprato prima dell’avvio del processo produttivo,
sia come il numero di lavoratori su cui il capitale esercita il comando nel
processo produttivo. In tal modo il fattore di sfruttamento può essere
interpretato come un moltiplicatore dell’accumulazione. Quando è maggiore di 1
si può dire che c’è un potenziale di valorizzazione e accumulazione del capitale,
ovvero un potenziale di incremento del comando capitalistico sul lavoro. E si
può dire che ciò accade perché i capitalisti possono comandare al termine della
produzione più lavoro di quanto ne hanno comandato nella produzione stessa, più
lavoro per avviare un nuovo processo produttivo di quanto ne è stato usato nel
vecchio processo. Ciò è reso possibile dal fatto che i lavoratori non possono
trattenere per sé l’intero reddito che producono. Ci può essere valorizzazione
e accumulazione del capitale perché c’è sfruttamento.
/w=L#Si noti che vale l’uguaglianza
πc/L. Il fattore di sfruttamento può anche essere interpretato
come il rapporto tra il valore del prodotto netto nel capitalismo, nel quale
gli scambi avvengono ai prezzi, e il valore del prodotto netto in Utopia, in
cui gli scambi si verificano ai valori-lavoro. Questo rapporto dunque implica
un raffronto controfattuale. Quando è maggiore di 1 vuol dire che la
produttività del lavoro è maggiore del salario, che il capitalismo riesce ad
estrarre dai lavoratori più reddito di quanto questi ne consumano per produrre
il prodotto netto. Per questa ragione il valore del prodotto nel capitalismo è
maggiore di quello che si avrebbe in Utopia.
Quando il fattore di sfruttamento è
uguale a 1 non c’è valorizzazione del capitale, il saggio di profitto è nullo,
i salari coincidono col prodotto netto, il lavoro comandato dal reddito
coincide con quello in esso contenuto e le merci si scambiano ai valori-lavoro.
Nel qual caso non c’è sfruttamento. I lavoratori staranno meglio in questa
società piuttosto che in una in cui le merci si scambiano ai prezzi di
produzione. Non è una questione di giustizia. È solo il fatto che, quali che
siano le preferenze nel consumo e le preferenze sociali dei lavoratori, essi
possono fare o comprare in Utopia tutto quello che possono fare o comprare nel
capitalismo e qualcosa di più.
Alcune implicazioni istituzionali
Tornando alla formula dello
sfruttamento, può essere utile riflettere su ciò che le sue diverse espressioni
dicono, oltre che su certe cose che non dicono. Si potranno così afferrare
alcune caratteristiche fondamentali del capitalismo.
In primo luogo quella formula dice
qualcosa sull’assetto istituzionale di questo modo di produzione. Chiarisce che
i lavoratori sono sfruttati attraverso il pagamento di un salario, che sono
lavoratori dipendenti. 1+σ infatti può essere interpretato come un fattore
di sfruttamento sulla base dell’assioma della produttività. Può essere espresso
come π/w, cioè come un rapporto tra la produttività del lavoro e il
salario. Quando la prima variabile è maggiore della seconda c’è sfruttamento in
forza di quell’assioma. Così si viene a sapere che il salario, e quindi il
contratto di lavoro, è un’istituzione fondamentale del capitalismo.
Marx è stato tra i primi ad
afferrare il ruolo svolto dal sistema del salario nel creare le condizioni del
dispotismo del capitale in fabbrica. Il meccanismo di estrazione del plusvalore
poggia su un rapporto di potere. I lavoratori sono pagati per il valore d’uso
del lavoro che offrono, non per il contributo produttivo del loro lavoro, né
per il lavoro che in Utopia viene incorporato nel valore del prodotto netto. E
in effetti la formula dello sfruttamento chiarisce che il prodotto netto: 1)
non è una quantità di lavoro incorporato; 2) non è ciò che viene pagato ai
lavoratori.
La formula dice che ci può essere
sfruttamento capitalistico nella produzione se e solo se la produttività del
lavoro è superiore al salario. Ma la produttività è determinata nel processo di
produzione, non nel mercato. Così si viene anche a sapere che, per l’emergere
dello sfruttamento, è necessario che il processo lavorativo sia sottratto al
controllo dei lavoratori e sia controllato dai capitalisti. Lo sfruttamento è
possibile, non perché i lavoratori vendono una merce il cui valore è superiore
a quello della forza lavoro, ma perché i capitalisti hanno il controllo del
processo lavorativo e possono quindi regolarlo in modo da estrarne un
plusvalore. Il che, a sua volta, è reso possibile da un’istituzione transattiva
che attribuisce ai datori di lavoro un potere di comando sui lavoratori. Tale
istituzione è il contratto di lavoro (Ellerman, 1992; Screpanti, 2001a, 2001b),
un contratto che i lavoratori accettano di stipulare in cambio di un salario.
Ma cos’è che i lavoratori
effettivamente danno ai capitalisti in tale scambio? Be’, è un impegno
all’obbedienza. I lavoratori vendono la rinuncia alla propria libertà per
un certo numero di ore al giorno. “L’operaio libero [...] vende se
stesso, e pezzo a pezzo. Egli mette all’asta 8, 10, 12, 15 ore della sua vita,
ogni giorno, al migliore offerente” (Marx, 1945, p. 19). Ciò che Marx chiama
“valore d’uso della forza lavoro”, e che identifica con ciò che i
lavoratori danno in contropartita del suo “valore di scambio”, è in realtà la
prerogativa all’uso dei lavoratori stessi nel processo lavorativo, una
prerogativa che pertiene al capitalista in forza del contratto di lavoro. La
possibilità che la produttività del lavoro sia maggiore del salario si fonda
sul controllo capitalistico della produzione e non sullo scambio di mercato.
Nel “mercato” viene fissato il prezzo che i lavoratori accettano per il loro
impegno all’obbedienza, mentre la produttività del lavoro è determinata nel
processo produttivo in forza del potere di comando che i capitalisti hanno
acquistato col contratto di lavoro.
In secondo luogo la formula dello
sfruttamento non dice nulla riguardo alla distribuzione dei diritti di
proprietà, ed è compatibile con molte diverse forme capitalistiche, dalla proprietà
privata a quella statale, dal capitalismo di mercato a quello di piano. Non
dice niente neanche sull’esistenza di un saggio di profitto uniforme, ed è
quindi compatibile sia con un sistema di mercato concorrenziale, sia col
monopolio e l’oligopolio, sia infine con l’accentramento burocratico.
Le decisioni d’investimento e di
allocazione delle risorse possono anche essere prese da un organo politico
centrale. Quello che conta è che non vengano prese dai lavoratori. Altrimenti
non si può parlare di sfruttamento del lavoro. Il prodotto netto è controllato
da chi ha il controllo del processo produttivo e, se il contratto di lavoro
sottrae quest’ultimo dalla portata dei lavoratori, vi sottrae anche il primo.
D’altronde se i lavoratori controllassero il prodotto e la sua distribuzione,
la loro remunerazione non si configurerebbe più come salario, bensì come
divisione democratica del valore aggiunto. In conclusione la presenza del
salario nella formula dello sfruttamento fornisce un’altra informazione essenziale,
e cioè che, qualunque sia il regime di proprietà e la forma di mercato, i
lavoratori non hanno il controllo dell’output.
In terzo luogo la formula dello
sfruttamento dice che non è necessario che il plusvalore venga consumato dai
capitalisti. È sufficiente che siano loro a decidere quanto consumarne e quanto
investirne. I lavoratori sarebbero pur sempre sfruttati, visto che le decisioni
di spesa del plusvalore resterebbero fuori della loro portata. La formula dice
qualcosa sull’esistenza di un plusvalore, non sulla maniera in cui questo viene
speso. Lo sfruttatore priva i lavoratori, non solo della libertà di scelta del
modo di produrre, ma anche della libertà di scelta del modo di usare il
plusvalore (Van Parijs, 1995, p. 139).
Infine la formula, benché non dica
niente sui modi di spesa del plusvalore, dice però che esso costituisce un
potenziale d’accumulazione e di valorizzazione del capitale. Infatti il fattore
di sfruttamento, in quanto rapporto tra lavoro comandato dal prodotto netto e
lavoro in esso contenuto, rappresenta una misura del fattore d’accumulazione
massimo. Il quale sarà tanto più grande quanto più basso è il salario relativo,
quanto minore è la quota di prodotto di cui si riappropriano i lavoratori.
Insomma la possibilità dell’accumulazione è intrinseca al sistema del
salario. Non solo i lavoratori come classe accettano le catene della
produzione capitalistica sottoscrivendo un contratto di lavoro, ma accettano di
lavorare al possibile rafforzamento delle proprie catene ogni volta che
subiscono una riduzione della quota salari. Dunque la formula dello
sfruttamento fa capire che l’accumulazione del capitale, in quanto possibilità
intrinseca del capitalismo, è una sua caratteristica essenziale. Se il capitale
è un rapporto di produzione, non lo è a causa della proprietà privata dei mezzi
di produzione; lo è a causa della propria connaturata tendenza
all’autovalorizzazione e all’accumulazione.
[1]
Qui lo sfruttamento è riferito all’insieme dei lavoratori, non al singolo. Se
fosse definito su base individuale, il lavoratore meno produttivo risulterebbe
non essere sfruttato. Ma si assume che tutti e tre i lavoratori siano necessari
per l’adempimento dei compiti produttivi.
Conclusioni
Il modello dell’Utopia del
valore-lavoro è risultato utile nella formulazione della teoria qui proposta,
perché ha consentito di definire il fattore di sfruttamento nei termini di un
rapporto tra due quantità di lavoro, quello comandato dal prodotto netto e
quello in esso contenuto. La differenza quantitativa e concettuale tra lavoro
comandato e lavoro contenuto viene meno quando scompare lo sfruttamento. Ad
ogni modo, ciò che rende veramente utile il modello dell’Utopia non è tanto il
fatto che in esso lo scambio avviene ai valori-lavoro. Lo è piuttosto il fatto
che i lavoratori interpretino la superiorità di Utopia in termini di assenza di
sfruttamento. Volendo, quindi, si può generalizzare la teoria facendo a meno del
valore-lavoro anche in Utopia.
Il merito principale dell’analisi
controfattuale svolta nella seconda parte di questo saggio risiede nella sua
capacità di enucleare alcune caratteristiche fondamentali dello sfruttamento
capitalistico. E le caratteristiche enucleate risultano essere due. Una è di
tipo economico, ed è la produzione di plusvalore. L’altra è di tipo
istituzionale, ed è il contratto di lavoro. La prima crea le condizioni per
l’autovalorizzazione del capitale. La seconda crea quelle del comando capitalistico
nel processo lavorativo.
Qualsiasi società che abolisca
queste due caratteristiche è una società che supera il capitalismo e lo
sfruttamento. Cosicché è possibile generalizzare la teoria. Si può leggere il
denominatore di Lc/L come una misura del valore del prodotto netto in
Utopia, anche ammettendo che in essa le merci non si scambiano ai
valori-lavoro. I redditi dei lavoratori possono essere differenziati, ad
esempio in funzione delle abilità personali, dell’intensità degli sforzi
individuali e delle vocazioni o preferenze lavorative, oppure il reddito netto
può essere almeno in parte distribuito e prodotto in base al criterio “a ognuno
secondo i suoi bisogni, da ognuno secondo le sue capacità”. Così i valori delle
merci in Utopia non dipenderebbero più solo dalle quantità di lavoro contenuto.
La formula ci dice ugualmente che, se non deve esserci sfruttamento
capitalistico: 1) il profitto deve essere nullo, 2) nessuno potrà vendere il
proprio tempo di vita in cambio di un salario. Quando ciò accadrà il valore del
prodotto netto sarà uguale a quello della forza lavoro e questa cesserà di
essere considerata “forza lavoro”.
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Valori e prezzi: un “non problema” o una contraddizione?, Luigi
Cavallaro
1. Nel presentare i tre contributi
dedicati al “non problema della trasformazione dei valori in prezzi”
recentemente apparsi su questa rivista (cfr. Freeman 2001; Carchedi 2001;
Kliman 2001), la “premessa” redazionale ricordava opportunamente che il
pensiero economico marxiano si connota per la teoria del valore-lavoro, la
teoria delle classi e la dialettica. Delle tre, l’ultima è quella veramente
indispensabile: Marx senza dialettica è come Cartesio senza cogito.
Disgraziatamente, la dialettica è
difficile, perché urta con il buon senso. Dire che A è identico ad A e
contemporaneamente ne è diverso suona come una stupidaggine. Eppure, di simili
‘stupidaggini’ facciamo quotidianamente esperienza, financo sul nostro corpo:
sempre uguale, perché è il nostro e non quello di un altro, e sempre diverso,
perché la nascita e la morte di migliaia di cellule epiteliali, nervose ecc.,
lo modificano di continuo, determinandone il passaggio (la trasformazione)
da uno stato all’altro (infanzia, adolescenza, maturità, vecchiaia, morte).
Il fatto è che da quando gli uomini
si volsero a conoscere il mondo che li circondava - un mondo perennemente in
movimento, in cui tutto trapassa da uno stato all’altro (e difatti panta rei,
tutto scorre, diceva il vecchio Eraclito) - si resero conto che, per mettere un
po’ d’ordine nella loro esperienza, dovevano trattare una cosa per volta,
separandola dal contesto entro cui si trovava e analizzandola per se stessa. Le
cose e le loro immagini riflesse nel pensiero divennero così oggetti isolati
d’indagine, da studiarsi separatamente l’uno dall’altro e, proprio per ciò, il
discorso della scienza moderna divenne - come soleva dire Engels - “sì, sì; no,
no”. Una cosa, si disse, esiste o non esiste; positivo e negativo si escludono
a vicenda, causa ed effetto pure. Il mondo esterno fu così indagato attraverso
una miriade di discipline specialistiche, ciascuna delle quali ritagliava un
pezzetto del ‘reale’ e lo sezionava, scomponeva e analizzava fino a formulare
‘leggi’ in grado di prevedere quale sarebbe stato il comportamento delle
variabili osservate entro certe condizioni e ceteris paribus;
contemporaneamente, i principi logici comuni ai diversi campi di analisi -
principio d’identitità, di non contraddizione e del terzo escluso - vennero
innalzati al rango di ‘leggi del pensiero’ e, insieme alla matematica, si
costituirono in campo del sapere autonomo rispetto alla fisica e alle altre
scienze naturali, ma con la pretesa di indicarne il ‘metodo’.
La reazione ad un siffatto stato di
cose si manifestò nella Germania del XIX secolo ed ebbe la sua espressione
filosofica più compiuta nella dottrina hegeliana. Se si vuole sintetizzare in
poche battute la ‘rivoluzione filosofica’ di Hegel, si può dire che essa indicò
che il mondo naturale, storico e spirituale erano da considerare come un processo,
in cui le cose e le loro immagini concettuali andavano considerate non di per
se stesse, ma nel loro concatenamento, nel loro movimento, nel loro sorgere e
tramontare. Attraverso la rifondazione della dialettica, Hegel chiarì che i due
poli di ciascuna opposizione, il positivo e il negativo, erano tanto
contrapposti quanto inseparabili l’uno dall’altro, come del resto causa ed
effetto - concetti validi se riferiti al caso singolo ma dissolventisi nella
visione generale dell’azione e reazione reciproca che si manifesta allorché si
considera la connessione di quel fatto con la totalità del mondo -, e cercò di
spiegare quale fosse il ‘nesso intimo’ di questo continuo avvicendarsi di
cambiamenti quantitativi che diventano qualitativi. Il fatto che - per dirla
ancora con Engels - il suo tentativo si sia rivelato come “un colossale aborto”
nulla toglie al merito di aver posto il problema di aprire la conoscenza a
quella “considerazione dialettica della totalità” in cui Lukács avrebbe
identificato l’essenza del marxismo.
Ma anche riletta attraverso le
categorie del Capitale, la dialettica rimase un osso troppo duro: se si
eccettuano Lenin, Lukács e qualcun altro (come, qui da noi, Labriola e
Gramsci), ben pochi dopo Marx e Engels ebbero l’ardire di cimentarsi con Hegel,
che pure Marx aveva diffidato dal trattare come un “cane morto”. E così - come
osservò Gramsci - la “filosofia della praxis” si trovò presto scissa in due
tronconi: una teoria unitaria della storia, della politica e dell’economia, a
mo’ di sociologia generale costruita col metodo delle scienze naturali (“sì sì,
no no”), e una nuova ‘filosofia’, che prese il nome di materialismo dialettico.
Il fatto che Marx avesse chiaramente indicato nella dialettica la forma
d’esposizione della critica dell’economia politica, vale a dire della dottrina
delle contraddizioni della società capitalistico-borghese, fu rapidamente
dimenticato.
La secolare discussione sulla
trasformazione dei valori in prezzi illustra l’accaduto come meglio non si
potrebbe. Il significato del carattere dialettico del nesso valori-prezzi è
stato pressoché ignorato dalla stragrande maggioranza degli economisti che vi
si sono cimentati, sicché a Marx sono state rivolte le critiche più improbabili
e infondate. D’altra parte, anche coloro che hanno fatto mostra di riconoscere
l’importanza di Hegel non sono andati al di là di un omaggio formale al metodo
dialettico, rimanendo per ciò stesso prigionieri di quella separazione tra
economia e filosofia aspramente censurata da Gramsci. E così, lasciata alle
cure di economisti senza dialettica (e, bisognerebbe aggiungere, di filosofi
senza cognizioni di economia), la teoria marxiana del valore ha finito col non
poter essere difesa dagli attacchi d’incoerenza che dal campo avversario le
venivano mossi con asprezza talvolta irritante.
Sarebbe quindi auspicabile che la
discussione recentemente riapertasi nella sinistra italiana a partire dalla
rilettura che della teoria marxiana del valore è stata recentemente presentata
da Bertinotti e Gianni (2000), sulla scorta di vari lavori di Riccardo
Bellofiore, tenga presenti i vincoli (e le potenzialità) di un approccio
dialettico al problema della trasformazione. Non mi sembra, però, che sia
questa la direzione in cui si muovono i contributi che ricordavo in apertura,
la cui deliberata scelta di negare che un problema sussista sembra discendere
proprio da quell’orrore per la ‘contraddizione’ che - sia detto senza polemica
- appartiene a quel (sorpassato) metodo delle scienze naturali contro cui Hegel
e Marx polemizzarono duramente un secolo e mezzo fa.
2. Provo allora a ricostruire i termini
della questione, almeno per come io li vedo. Obiettivo del Capitale è
quello di esporre il ‘mutamento formale’ che il processo di ricambio organico
tra uomo e natura subisce quando domina il modo di produzione capitalistico.
Marx, com’è noto, ne individua l’essenza nella circostanza per cui “il loro
proprio [degli uomini] movimento sociale assume la forma d’un movimento di
cose, sotto il cui controllo essi si trovano, invece che averle sotto il
proprio controllo” (Marx 1989, I, p. 107), e tutta la sua analisi è volta a concettualizzare
questa ‘trasformazione’ ai vari livelli in cui opera (segnalo i principali:
trasformazione del lavoro in valore; del valore in valore di scambio; del
valore di scambio in denaro; del denaro in capitale; dei valori delle merci in
prezzi di produzione; del pluslavoro in plusvalore e di quest’ultimo in
profitto, interesse e rendita fondiaria; dei rapporti di produzione in rapporti
di distribuzione).
Ora, limitando il discorso al nesso
valori-prezzi, il nocciolo dell’analisi marxiana è costituito dal principio per
cui il ‘prezzo’ delle merci, vale a dire l’espressione monetaria del loro
valore di scambio, è diverso dal loro ‘valore’, espresso in termini di
lavoro contenuto. Questa diversità, per Marx, è frutto di un rapporto contraddittorio,
ascrivibile al fatto che nel mercato capitalistico coesistono principî diversi:
quello secondo cui le merci si scambiano secondo il tempo di lavoro socialmente
necessario alla loro produzione e l’altro, con esso confliggente, dell’unicità
del saggio di profitto in un mercato concorrenziale. È questo il motivo per cui
Marx - criticando Ricardo - nega che, sulla base del modo di produzione
capitalistico, la ‘legge del valore’ si affermi nella sua forma ‘semplice’, in
base alla quale il valore di una merce dipenderebbe solo dal tempo di lavoro in
essa contenuto: “Se avesse approfondito di più la cosa, - si legge nelle Teorie
sul plusvalore -, Ricardo avrebbe trovato che la semplice esistenza di un saggio
generale di profitto [...] conduce a prezzi di costo differenti dai valori,
anche se si presuppone che il salario resti costante, quindi una
differenza del tutto indipendente dall’aumento o dalla diminuzione del
salario e una nuova determinazione formale” (Marx 1993, II, pp. 179-180).
La necessità dell’esposizione dialettica,
dunque, sorge in dipendenza della scoperta che le aporie della teoria
ricardiana del valore non sono il frutto di errori logici (come invece riterrà
la teoria neoclassica), ma espressione di contraddizioni reali, che -
pur non implicando (secondo Marx) una ‘falsificazione’ della legge del valore -
costringono il teorico a riformulare il nesso che lega reciprocamente valore e
prezzo, tenendo presente che il prezzo è sempre diverso ed è sempre inferiore o
superiore al valore, livellandosi ad esso “attraverso le sue oscillazioni
costanti”, ossia “attraverso una continua differenziazione (Hegel direbbe: non
mediante un’identità astratta, ma mediante una costante negazione della
negazione, ossia di se stesso come negazione del valore reale)” (Marx 1978, I,
p. 71).
Culmine di quest’analisi è la teoria
dei prezzi di produzione. Data una pluralità di produttori indipendenti,
osserva Marx, la determinazione del tempo di lavoro socialmente necessario alla
produzione di ciascuna merce avviene sulla base della loro reciproca concorrenza.
Più in particolare, posto che il capitale esiste sempre come “molteplicità di
capitali, e perciò la sua autodeterminazione si presenta come loro azione e
reazione reciproca” (Marx 1978, II, p. 17), tale azione e reazione reciproca
nell’ambito della medesima sfera di produzione determina il valore della
merce mediante il tempo di lavoro richiestovi in media, e quindi la creazione
del valore di mercato; nell’ambito delle diverse sfere di produzione,
invece, essa crea lo stesso saggio generale di profitto mediante una
perequazione dei diversi valori di mercato a prezzi di produzione diversi dai
valori reali di mercato (Marx 1993, II, pp. 211 sgg; Marx 1989, III, Sezioni I
e II).
In questo senso, l’esposizione
dialettica della genesi del prezzo di produzione (rinvio sul punto a Cavallaro
2000, pp. 32 sgg.) si giustifica in relazione al processo reale in base al
quale si perviene alla determinazione del tempo di lavoro socialmente
necessario alla produzione (capitalistica) delle merci; detto altrimenti,
concettualizza la ‘trasformazione’ che la legge del valore subisce quando il
processo produttivo assume forma capitalistica: il valore di scambio si nega
nel valore e quest’ultimo, nella sua semplice determinazione di tempo di lavoro
socialmente necessario, si nega nel prezzo di produzione. Ma se ciò è vero, ne
discende che, sulla base del modo di produzione capitalistico, il tempo di
lavoro sociale si esprime solo per mezzo dei prezzi: ed è quanto Marx
puntualmente annota quando scrive che “il prezzo delle merci è costantemente
superiore o inferiore al loro valore, e lo stesso valore delle merci esiste
soltanto negli alti e bassi prezzi delle merci” (Marx 1978, I, p. 72).
3. È precisamente questo, a mio avviso,
il problema (rectius, la contraddizione) che i citati studi di Carchedi,
Freeman e Kliman eludono. Nonostante si conceda (Freeman 2001, p. 91) che il
problema della trasformazione si origina dal fatto che, a causa della diversità
di composizione organica del capitale nei diversi settori della produzione, si
deve determinare il saggio del profitto come rapporto tra il plusvalore totale
e la somma di capitale costante e capitale variabile e, una volta dato
quest’ultimo, provvedere a rettificare i prezzi dell’output (che
diventano prezzi di produzione), essi ritengono errato il procedimento di
trasformare in prezzi di produzione anche il valore degli input
(nonostante Marx abbia dato ripetuti suggerimenti in tal senso: cfr. ad es.
Marx 1989, III, pp. 200, 205 sg., 253) e giustificano la divergenza tra i due
rapporti di scambio con la considerazione per cui il valore di scambio dei
mezzi di produzione acquistati dal capitalista al tempo t1 non sarebbe
lo stesso di quello dei mezzi di produzione venduti al tempo t2, a causa
dell’aumento della produttività del lavoro (cfr. Carchedi 2001, p. 99; Kliman
2001, p. 103).
Ora, diamo pure per scontata la
possibilità che il valore di scambio della merce a possa essere diverso
al tempo t1 e al tempo t2. La questione centrale, in effetti, è
un’altra: può questo valore di scambio esprimersi - com’è implicito nello
schema proposto da Carchedi (2001, pp. 96-97) - in valori, cioè in ore
di lavoro? Data una produzione capitalistica, possono cioè supporsi ‘valori’ al
tempo t1 e ‘prezzi’ al tempo t2?
La risposta a questa domanda riporta
alla polemica che, tra il 1847 ed il 1859, Marx conduce con i socialisti
francesi e inglesi e della quale nel Capitale non vi è che una lontana
eco. Com’è noto, costoro sostenevano che tutti i mali della produzione
capitalistica nascevano dal ‘privilegio’ di cui l’oro e l’argento, in quanto
materializzazioni del denaro, godevano nella circolazione delle merci e, pur
non proponendo un ritorno al baratto, ritenevano possibile una
‘detronizzazione’ dei metalli nobili dal loro ruolo di equivalente generale, da
compiersi o in modo che essi rappresentassero direttamente il tempo di
lavoro in essi incorporato (ad es., un’oncia d’oro = x ore di tempo di
lavoro) ovvero sostituendo al denaro aureo una cedola cartacea rappresentativa
di una data quantità di tempo di lavoro, immediatamente scambiabile con le
altre merci in ragione del tempo di lavoro in esse contenuto. A queste tesi,
Marx obietta che il lavoro umano, sulla base della produzione privata e
indipendente, non ha un carattere immediatamente sociale, non è cioè
idoneo a soddisfare i bisogni di chi lo pone in essere e quelli di chi ne
riceve l’effetto utile in cui si esso concreta: esso acquista tale carattere
soltanto mediante lo scambio del suo prodotto con un prodotto che valga come
equivalente generale, vale a dire con un prodotto tale che il lavoro in esso
contenuto possieda il significato di lavoro generalmente sociale. In
altre parole, il (prodotto del) lavoro del singolo non possiede di per sé la
caratteristica di essere (prodotto del) lavoro sociale, ma deve porsi come tale
mediante il confronto e la comparazione con altri (prodotti di) lavori singoli,
comparazione che, in ultima analisi, viene realizzata mediante il confronto tra
il prodotto del lavoro singolo e un equivalente generale che rappresenta lavoro
umano in genere. Questo prodotto è il denaro e se i metalli
nobili hanno nel tempo assunto la funzione di rappresentare tale prodotto lo si
deve ad alcune loro peculiarità fisiche (frazionabilità, durevolezza ecc.), che
li hanno fatti preferire al bestiame o alle conchiglie.
Quel che è rilevante ai nostri fini
è che, in tal modo, il tempo di lavoro socialmente necessario, che del valore è
misura, non può che porsi come media dei tempi di lavoro dei singoli
produttori e, per di più, media casuale e accidentale, in quanto frutto della
molteplicità degli scambi privati intersecantisi l’un l’altro. Per contro,
obietta Marx a Proudhon, “se si suppone che tutti i membri della società siano
lavoratori immediati, lo scambio di quantità eguali di tempo di lavoro è
possibile solo alla condizione che sia stato convenuto in anticipo il numero
delle ore che sarà necessario impiegare nella produzione materiale. Ma una
simile convenzione esclude lo scambio individuale” (Marx 1986, p. 42).
Il valore della merce, insomma, non
soltanto non può manifestarsi se non nella forma del valore di scambio, ma per
giunta anche in questa sua forma non può mai essere eguale ad un determinato
‘quantum’ di ore di lavoro. Per potersi avere un’identità immediata,
occorrerebbe presupporre in anticipo il numero delle ore da impiegare nella
produzione materiale, ma ciò equivarrebbe a presupporre una produzione non più
privata, bensì sociale, o - se si preferisce - non più una divisione
del lavoro, ma un’organizzazione del lavoro, che avrebbe come
conseguenza l’immediata partecipazione del singolo al consumo (cfr. Marx 1978,
I, p. 117; Marx 1990, pp. 14 sg.).
4. Sta qui, a ben vedere, la ragione
profonda dell’insistenza con cui Marx raccomanda di procedere alla rettifica
dei valori di scambio degli input, sostituendo anche lì prezzi a valori.
E sta qui il motivo per cui, dopo aver spiegato come il valore di scambio si
neghi nel valore e quest’ultimo si neghi nel prezzo di produzione, Marx
dialetticamente conclude che questa ‘negazione della negazione’ farebbe
comunque salva la ‘legge del valore’, dal momento che metterebbe capo all’unità
del termine iniziale e dell’opposto suo contraddittorio nell’identità per cui
“nella società la somma dei prezzi di produzione delle merci prodotte è pari
alla somma dei valori di esse” (Marx 1989, III, p. 200): se le cose stessero
effettivamente in questi termini, potrebbe dirsi, in effetti, che l’identità
tra la somma dei valori e la somma dei prezzi è una vera e propria ‘identità dialettica’,
giacché non sarebbe un’identità semplice ed immediata, ma si porrebbe -
hegelianamente - come “unità dell’identità colla diversità” (Hegel 1996, p.
460).
Sennonché, la cosa non è così
facile. Un secolo di discussioni ha mostrato che, una volta che si sia
proceduto alla rettifica dei valori di scambio degli input,
equiparandoli ai prezzi di produzione, il saggio del profitto non può essere
determinato se non nella forma di un rapporto tra i prezzi. E siccome per
conoscere questi ultimi occorrerebbe già aver determinato il saggio del
profitto, l’unico modo di procedere sembra quello di calcolare
contemporaneamente prezzi e saggio del profitto mediante un sistema di
equazioni simultanee (come in Sraffa 1960, cap. II). Ma una volta che si siano
così calcolati i prezzi di produzione, tutte le identità ipotizzate da Marx non
reggono più: in particolare, non valgono né l’identità prezzi totali-valori
totali, né quella profitti totali-plusvalore totale (cfr., ad es., Steedman
1980, capp. III e IV). E se l’identità dialettica tra somma dei valori e somma
dei prezzi non può essere dimostrata, ne viene, ovviamente, l’impossibilità di
considerare ‘posta’ dal movimento delle categorie (cioè dal processo
complessivo della produzione capitalistica) l’identità valore = lavoro,
‘presupposta’ da Marx all’inizio dell’analisi, e non si può più ricondurre
l’origine del sovrappiù ad un pluslavoro, dunque ad uno sfruttamento.
Questa essendo al momento la
situazione, mi suscitano non poche perplessità le polemiche di Kliman (2001,
pp. 102 sgg.) contro il ‘simultaneismo’, vale a dire contro il procedimento di
determinazione simultanea dei prezzi e del saggio del profitto: quel
procedimento è figlio della constatazione banale di cui si diceva più sopra e,
se si vuole criticarlo, bisogna farlo tenendo presenti entrambi i poli
della contraddizione cui mena la teoria marxiana del valore. Viceversa,
spiegando la differenza tra valori e prezzi con la variazione della
produttività del lavoro tra il tempo t1 e il tempo t2 si dimentica
che, sulla base del modo di produzione capitalistico, il valore delle merci
“esiste soltanto negli alti e bassi prezzi delle merci”; la variazione della
produttività del lavoro potrebbe, se del caso, spiegare la variazione del prezzo
di produzione tra il tempo t1 e il tempo t2, non già la
trasformazione della forma del valore di scambio da valore in prezzo.
Ragioni di spazio mi impediscono di
affrontare convenientemente il tema del rapporto fra Marx e l’equilibrio
economico. Mi limito solo a rilevare che, nell’impostazione di
Carchedi-Freeman-Kliman, un equilibrio è ovviamente impossibile (si
tratta, anzi, di un punto che essi rivendicano con forza) e non capisco come un
simile risultato possa conciliarsi con la trattazione marxiana della
riproduzione del capitale (cfr. Marx 1989, II, capp. XX-XXI). Il che,
naturalmente, non equivale a negare che le condizioni dell’equilibrio
sono così complesse e complessamente influenzantisi che l’equilibrio
capitalistico non può che essere “un caso”, quanto piuttosto a riconoscere che
è precisamente questa ‘possibilità’, questo ‘caso’, a fare del capitalismo un
modo di produzione che segna un’intera epoca storica e non un capriccio della
storia. Anche criticandolo, dovremmo sempre ricordarcene.
Bibliografia
Bertinotti F., Gianni A. 2000, Le idee
che non muoiono, Milano, Ponte alle Grazie.
Carchedi G. 2001, Il problema inesistente:
la trasformazione dei valori in prezzi in parole semplici, “Proteo”, n. 2,
pp. 96-99.
Cavallaro L. 2000, Napoleoni e la
trasformazione dei valori in prezzi, “Critica marxista”, n. 5, pp. 27-40.
Freeman A. 2001, Valore e Marx: perché sono
importanti, “Proteo”, n. 2, pp. 90-95.
Hegel G.W.F. 1996, Scienza della logica,
2 voll., Roma-Bari, Laterza.
Kliman A. 2001, Se è corretto, non
correggetelo, “Proteo”, n. 2, pp. 100-107.
Marx K. 1978, Lineamenti fondamentali
della critica dell’economia politica, 2 voll., Firenze, La Nuova Italia.
- 1986, Miseria della filosofia,
Roma, Editori Riuniti.
- 1989, Il capitale. Critica
dell’economia politica, 3 voll., Roma, Editori Riuniti.
- 1990, Critica al programma di
Gotha, Roma, Editori Riuniti.
- 1993, Storia dell’economia
politica. Teorie sul plusvalore, 3 voll., Roma, Editori Riuniti.
Sraffa P. 1960, Produzione di merci a
mezzo di merci. Premesse a una critica della teoria economica, Torino,
Einaudi.
Steedman I. 1980, Marx dopo Sraffa,
Roma, Editori Riuniti
[1] Corre l’obbligo di evidenziare che non sempre il curatore del sito si trova d’accordo con le posizioni politiche espresse da Proteo, spesso affini all’anarco-sindacalismo. Allo stesso tempo è da apprezzare lo sforzo di approfondimento teorico profuso nella rivista, soprattutto se si pensa a che cosa passa per “teoria” nell’ambito delle correnti anche “di sinistra” della CGIL in cui pure, chi scrive, milita da anni.