Il non problema della trasformazione del valore in prezzi in Marx

Il problema della trasformazione del valore in prezzi in Marx. Un dibattito promosso da “Proteo”[1]

 

 

Premessa: qualche anno fa, Proteo, rivista legata alla federazione sindacale RDB, ha promosso un meritorio dibattito sul problema della trasformazione e della teoria del valore in Marx. Vi hanno partecipato teorici della cosiddetta interpretazione temporale del sistema unico (TSSI) che nega l’esistenza stessa del problema, teorici che vogliono eliminare la teoria del valore dall’ambito del marxismo e altri. Abbiamo chiesto per iscritto alla redazione il permesso di riportare in questo sito un’antologia degli articoli usciti sulla rivista (con alcune correzioni stilistiche e di traduzione). Non avendo ricevuto risposta, pubblichiamo questo scritto, pronti, se mai arriverà una risposta negativa, a eliminarlo.

 

Come si evince, le parti in causa riescono a fare entrambe una magra figura. Gli uni, riducono cento anni e passa di dura battaglia ideologica a incomprensioni e tradimenti. Gli altri si vantano di aver ridotto il marxismo a una sciapa etica blandamente riformista. Viene alla mente la famosa affermazione di Trotskij: “Marx ha fatto del socialismo una scienza. Questo non impedisce a qualcuno di fare del marxismo un’utopia”. Inutile dire che queste posizioni teoriche hanno nefaste conseguenze politiche: le prime, riducono i marxisti a una sterile setta ai margini del movimento operaio; le seconde relegano la lotta di classe a una denuncia morale delle ingiustizie sociali.

 

L’epoca della crisi del capitalismo in cui abbiamo la ventura di vivere necessita ben altri teorici e ben altre teorie. In questo senso, l’ultimo articolo che abbiamo inserito va nella direzione che riteniamo corretta (la contraddizione come sviluppo reale del valore nel capitalismo e dunque unica soluzione al problema della trasformazione).

 

 

 

Premessa a cura della Redazione di Proteo

 

In questo numero, Proteo inserisce nella nuova rubrica "Per la critica del capitalismo" un filone di dibattito teorico per la riaffermazione dei principi chiave dell’analisi marxista. Questa iniziativa nasce dalla convinzione che sia necessario sviluppare una analisi che si rifaccia alle tre colonne basilari del l’opera di Marx, piuttosto che alla varie interpretazioni e travisamenti di molte scuole di pensiero che di Marx hanno ritenuto validi al massimo alcuni spezzoni e fraseologia ma non la sua coerenza interna e, quindi, la sua capacità di analisi. Questi principi basilari sono: l’analisi dell’economia in termini di valore come espressione socialmente determinata del lavoro umano; l’analisi della società in termini prima di tutto (ma non solo) di classi sociali economicamente determinate; e la dialettica come metodo di ricerca di tali analisi.

Tuttavia non è sufficiente ritornare a Marx. In un periodo in cui il suo pensiero sembra essere screditato dalla caduta del cosiddetto sistema comunista è anche necessario sviluppare il suo pensiero al fine di analizzare i mutamenti che sono avvenuti nella moderne società capitalistiche e in seguito ai fatti del 1989. Questa opera di indagine avviene inevitabilmente nell’ambito di continui attacchi al pensiero marxista che secondo i critici sarebbe soggetto a contraddizioni interne insolubili. Siamo convinti che tali contraddizioni esistano solo nel pensiero dei critici e non nell’opera originale di Marx che, come dimostreremo in questo numero e nei prossimi, si caratterizza anche per una ferrea coerenza logica. Ci proponiamo di presentare ai lettori i risultati di studiosi sia italiani che stranieri che si muovono entro tali coordinate teoriche, e non solo.

Vogliamo sottolineare che la scelta degli articoli da pubblicare sarà fatta tenendo in mente un principio basilare: che i testi, pur non essendo talvolta di facile lettura, siano comprensibili a tutti coloro che desiderano impegnarsi in tale lettura anche se non dispongono di conoscenze teoriche specifiche. Si vuole fare, in altre parole, un’opera di divulgazione seria, al fine di dare strumenti validi e adatti ai nostri tempi a tutti coloro che pensano che una società alterativa sia non solo necessaria ma possibile. Questa è anche la nostra convinzione, così come siamo convinti che tale progetto non possa che incentrarsi su una ricerca basata sulle direttive teoriche del grande pensatore tedesco.

Iniziamo questo numero con tre articoli di Alan Freeman (Università di Greenwich), Andrew Kliman (Pace University, New York) e Guglielmo Carchedi (Università di Amsterdam) che trattano del cosiddetto ‘problema’ della trasformazione dei valori in prezzi. In sintesi si tratta della ridistribuzione del valore dovuta al funzionamento dell’economia capitalistica. E cioè, vi sono meccanismi oggettivi per cui il valore contenuto in una merce non è il valore che il proprietario di quella merce riceve al momento della compravendita. La trasformazione dei valori in prezzi è tutta qui. È da quando uscì il terzo volume del Capitale (in cui la trasformazione viene trattata) che la analisi di Marx di tale processo ridistribuito viene attaccata come internamente incoerente. In effetti non vi è alcun problema. Questi articoli e i susseguenti lo dimostrano chiaramente.

Abbiamo voluto iniziare la nuova rubrica trattando di tale ‘problema’ perché, al di là della sua rilevanza teorica, esso è di enorme importanza politica. In breve, i critici argomentano che Marx è logicamente incoerente attraverso l’introduzione di un metodo di analisi che non soltanto è alieno a quello di Marx ma anche, e soprattutto, non ha nulla a che vedere con la realtà. In tale metodo il tempo non può esistere. Su questa base fantascientifica essi concludono che il procedimento di Marx è sbagliato e deve quindi essere corretto. Ma tutte le cosiddette correzioni finiscono per negare il concetto di sfruttamento.

È questa l’importanza politica e ideologica della discussione sulla trasformazione ed è per questo che riteniamo importante portarla alla con conoscenza dei nostri lettori. È per questo, inoltre, che questa rubrica vuole aprirsi ai diversi contributi, di impostazione necessariamente diversa, per riannodare le fila di un fondamentale dibattito teorico per i percorsi di lotta del movimento dei lavoratori.

 


Il problema inesistente: la trasformazione dei valori in prezzi in parole semplici, Guglielmo Carchedi

 

E’ da quando uscì postumo il terzo volume del Capitale di Carlo Marx che economisti di varie scuole hanno scoperto e riscoperto una ‘contraddizione’ nell’economia marxista che ne invaliderebbe le fondamenta. Si tratta del cosiddetto problema della trasformazione dei valori in prezzi. Lo scopo di questa breve nota è duplice. Primo, fare uno schema dell’essenza del cosiddetto problema per i ‘non-addetti ai lavori’, vale a dire in termini comprensibili a tutti. Secondo, dimostrare che il problema, se c’è, è solo nelle menti confuse dei critici di Marx. Premetto che quanto segue è solo ciò che è strettamente necessario per capire il dibattito sulla trasformazione.

Che cos’è dunque la trasformazione? Nella teoria di Marx, il valore di una merce è dato dal valore dei mezzi di produzione, chiamati capitale costante, dal valore della forza lavoro, chiamato capitale variabile, e dal plusvalore creato dai lavoratori. Se V è il valore della merce, c quello del capitale costante, v quello del capitale variabile e s è plusvalore, il valore di una merce è V = c+v+s. Consideriamo adesso due settori rappresentati dalle merci che essi producono, e chiamiamoli V1 e V2. Ciascuno di essi ha bisogno del suo c e del suo v e produce il suo s. In tal caso

 

V1 = c1+v1+s1

V2 = c2+v2+s2.

 

Diamo adesso dei valori a questa notazione astratta. Per esempio, se i valori del capitale investito sono espressi in percentuali (cosicché il totale del capitale costante più quello variabile è uguale a 100)

 

Settore 1: V1 = 80+20+20 = 120

Settore 2: V2 = 60+40+40 = 140

 

In questo schema, il settore 1 impiega capitale costante per un valore di 80 e capitale variabile per un valore di 20. Si presuppone che il plusvalore prodotto sia uguale al valore della forza lavoro (il capitale variabile). Questo implica un tasso di plusvalore (il rapporto tra plusvalore e capitale variabile) uguale a 20/20 = 100%. La stessa ipotesi è fatta per il plusvalore prodotto nel settore 2 in cui il valore del capitale costante è 60 e quello del capitale variabile è 40. Quindi il plusvalore prodotto è di 40.

Fino a qui abbiamo supposto che in ciascuno dei due settori vi sia solo un produttore. Supponiamo adesso che in ciascuno di questi settori vi siano più produttori (tutti i produttori nello stesso settore impiegano la stessa percentuale di c e v e in entrambi i settori il tasso di plusvalore è del 100%). Introduciamo la nozione di tasso di profitto. Quando un’impresa vende i suoi prodotti, ricava un certo plusvalore che, diviso per la somma del capitale investito (c+v), dà il tasso di profitto. Supponiamo che la domanda sia distribuita in modo tale che ciascun settore realizzi il plusvalore in esso prodotto. In tal caso il settore 1 ha un tasso di profitto uguale a 20/100 = 20% e il settore 2 di 40/100=40%. Ora, se le imprese nel settore 1 ricavano un tasso di profitto inferiore a quelle nel settore 2, vi sarà una tendenza a disinvestire nel primo settore e a investire nel secondo. La produzione e quindi l’offerta nel settore 1 diminuisce e quella nel settore 2 aumenta. Se la distribuzione della domanda (cioè del potere d’acquisto) tra i due settori è invariata, i prezzi aumentano nel settore 1 e cadono nel settore 2. Lo stesso vale per i tassi di profitto: il tasso nel settore 1 cresce al di sopra del 20% e quello nel settore 2 cade al di sotto del 40%. Cioè vi è una tendenziale perequazione dei tassi di profitto verso (20+40)/(80+20+60+40)= 60/200 = 30%. [1]

Tuttavia, una distribuzione della domanda tale che ciascun settore realizzi esattamente il plusvalore in esso prodotto è puramente accidentale. In realtà, la distribuzione della domanda e quindi i prezzi dei due settori saranno diversi da quelli appena ipotizzati. Come prima ipotesi di lavoro supponiamo che essi siano tali che i due settori realizzano il tasso medio di profitto del 30% (conseguentemente, non vi è movimento di capitali). In tal caso, ciascun impresa del settore 1 venderà i suoi prodotti per 130 e lo stesso vale per le imprese del settore 2. Ossia, i lavoratori di ciascun impresa nel settore 1 producono un plusvalore di 20 ma quell’impresa ricava un plusvalore uguale a 30 mentre i lavoratori di ciascun’impresa nel settore 2 producono un plusvalore di 40 ma tale impresa ricava un plusvalore di 30. Vendendo a tali prezzi, ciascun’impresa nel settore 1 si appropria di un plusvalore aggiuntivo di 10 e ciascun’impresa del settore 2 perde un plusvalore di 10. La trasformazione dei valori in prezzi è tutta qui: è una redistribuzione del plusvalore totale prodotto tale che i settori a basso tasso di profitto vendono ad un prezzo che assicura il tasso medio di profitto (30%) e i settori ad alto tasso di profitto vendono ad un prezzo che riduce il loro tasso alla media. Si noti che la media è solo un esempio. Ogni altro valore entro 120 e 140 andrebbe ugualmente bene. Il vantaggio di ipotizzare la media è che ci permette di astrarre dai movimenti di capitale e quindi di focalizzare la nostra attenzione sull’appropriazione di valore attraverso il sistema dei prezzi. La trasformazione quindi non è nient’altro che la teoria della formazione dei prezzi in Marx che a sua volta non è nient’altro che la differenza tra valore prodotto e appropriato. Niente di trascendentale.

Tra parentesi, l’appropriazione di valore dovuta ad una struttura di domanda ed offerta tale che ciascun settore realizza o di più o di meno del plusvalore prodotto (l’ipotesi di cui sopra) è chiamata ‘scambio diseguale’ (una nozione da non confondersi con quella di Emmanuel). Questa nozione è importante non tanto perché spiega l’appropriazione di valore nelle condizioni sopra ipotizzate quanto perché (1) ci permette di focalizzare l’attenzione sull’essenza della trasformazione dei valori nei prezzi e perché (2) tale spiegazione è il punto iniziale che ci permette di rivelare l’appropriazione di valore in seguito alle innovazioni tecnologiche e a prezzi costanti nei settori innovativi (la causa ultima delle crisi economiche). Ma quest’argomento non può essere trattato qui.

Ritorniamo alla trasformazione.

Introduciamo ora la dimensione temporale. A ciascuna produzione segue la distribuzione (vendita) e il consumo dei beni prodotti. La economia è quindi un susseguirsi di periodi che iniziano con l’ acquisto dei beni necessari (gli input), che prosegue con la loro trasformazione (produzione), e che finisce con la vendita e consumo del prodotto (output). Chiamiamo t1 il momento iniziale (acquisto degli input) del primo periodo e t2 quello finale (vendita e consumo degli output). Al momento t1 le imprese del settore 1 comprano mezzi di produzione per 80 e forza lavoro per 20. A t2 vendono un prodotto per 130. In maniera simile, a t1 le imprese del settore 2 comprano mezzi di produzione per 60 e forza lavoro per 40 e a t2 ricavano 130. A t2, i capitalisti del settore 1 consumano 30 e accantonano 100 per ricominciare un nuovo periodo. Lo stesso vale per i capitalisti del settore 2. Il nuovo ciclo incomincia a t2 (se si suppone, per semplificare le cose, che la data della fine del primo ciclo coincide con quella dell’inizio del secondo ciclo) e finisce a t3. E cioè a t2 ciascuna impresa compra gli input per un totale di 100 e a t3 vende gli output per 130. E così via. Questo è il cosiddetto schema di riproduzione semplice (in cui il plusvalore è completamente consumato dai capitalisti invece di essere parzialmente reinvestito in addizionale c+v, come nella riproduzione allargata).

Questo schema dell’attività economica è estremamente semplificato ma contiene in nuce tutti gli elementi per essere esteso a situazioni sempre più complesse. Le sue potenzialità per capire il capitalismo dal punto di vista del proletariato sono immense, ed è proprio per questo che è stato attaccato e continua d essere attaccato dalla ‘scienza’ economica la cui matrice ideologica è esattamente l’opposta di quella di Marx. Vediamo in che consiste tale critica. Consideriamo l’esempio di cui sopra

 

Settore 1: valore prodotto=80+20+20=120 Valore realizzato=130

Settore 2: valore prodotto=60+40+40=140 Valore realizzato=130

 

Supponiamo ora che i due settori rappresentino l’economia di un paese (l’introduzione di più settori renderebbe tale esempio più realistico ma due settori sono sufficienti per capire la questione). La critica verte sui seguenti tre punti. Primo, c’è la domanda su cui molti si sono spremuti le meningi: che cos’è il valore e come si misura? La risposta per Marx è molto semplice. Il valore è lavoro umano eseguito entro relazioni economiche capitalistiche, cioè eseguito da coloro che non sono i proprietari dei mezzi di produzione per i proprietari di tali mezzi. Molto dovrebbe essere aggiunto, ma questa è l’essenza. Quindi il valore ha sia un aspetto naturalistico (e in questo senso il lavoro è la sostanza del valore) sia un aspetto socialmente determinato. Bene, dicono i critici, ma per Marx il lavoro semplice conta meno di quello complesso e il lavoro più intenso conta più di quello meno intenso.

Questa tesi è stata criticata, come al solito, semplicemente perché non è stata capita. Consideriamo prima il valore prodotto dal lavoro semplice e da quello complesso. La forza lavoro del lavoratore non-qualificato, (per esempio, lo spazzino) richiede meno tempo per essere prodotta, per esempio un più basso livello di scolarità, di quella del lavoratore qualificato (per esempio, l’ingegnere). Se alla società creare un ingegnere costa un multiplo del tempo necessario per creare uno spazzino, ogni volta che un ingegnere è creato è come se venissero creati diversi spazzini (diversi spazzini non potrebbero fare il lavoro dell’ingegnere ma ciò è irrilevante, dato che è l’aspetto quantitativo e non quello qualitativo che conta in questo contesto). Quindi, ogni volta che un ingegnere lavora per un’ora è come se lavorassero diversi spazzini per un’ora. È per questo che il lavoro della forza lavoro qualificata (lavoro complesso) conta come un multiplo del lavoro della forza lavoro non-qualificata (lavoro semplice). Per quanto riguarda l’intensità del lavoro, uno spazzino (e lo stesso vale per l’ingegnere) che lavora ad una intensità doppia di quella di un altro produce un valore uguale a quello di due spazzini più ‘pigri’. Infatti, ci vorrebbero due di questi ultimi per produrre quello che produce lo spazzino più alacre. Questo è la tesi di Marx.

Pur ammettendo che tale tesi sia giusta, dicono i critici, siccome noi non possiamo osservare tipi diversi di lavoro, il concetto di valore non può essere empirico e diventa metafisico. Questa è una sciocchezza bella e buona. Che i diversi tipi di lavoro non siano osservabili è solo ed unicamente una conseguenza di un sistema di rilevazioni statistiche che (non a caso) non si presta a tale tipo di osservazioni. Date le risorse ad un gruppo di ricercatori e loro vi produrranno un sistema di rilevazione del lavoro adatto a misurare il valore prodotto da ciascun lavoratore (si veda il volume curato da A.Freeman e G.Carchedi, Marx and Non-Equilibrium Economics, Edward Elgar, 1996, capitolo 7).

 

La seconda critica è chiamata pomposamente la ‘regressione ad infinitum’, un nome tale da incutere timore. E cioè, dicono i critici (tra cui penne illustri, come Joan Robinson), per calcolare il valore del prodotto di un certo periodo, bisogna sapere il valore degli input, per esempio dei suoi mezzi di produzione. Ma questi sono stati a loro volta output del periodo precedente. Quindi per calcolare il loro valore dobbiamo fare un ulteriore passo indietro nel tempo, e così via presumibilmente fino alle origini della vita. Questa è una sciocchezza ancora maggiore. Come ho argomentato più volte, questo criterio renderebbe impossibile qualsiasi tipo di scienza e di conoscenza (compresa la storia). Ogni tipo di scienza deve prendere un certo punto di partenza come dato. Per esempio, per capire le origini del capitalismo devo prendere il feudalesimo come un dato punto di partenza. Se, per capire il capitalismo, penso che sia necessario indagare anche sulle origini del feudalesimo, allora devo prendere l’epoca precedente come data. Ma alla fine dovrò fermarmi e prendere un certo punto come dato. Similmente, uno psichiatra che indaghi sui problemi del suo paziente può pensare che sia necessario esaminare la psiche dei suoi genitori. Eventualmente potrebbe fare un passo indietro nell’albero genealogico del paziente ma alla fine si dovrà fermare. Per tornare a noi, per calcolare il valore di un prodotto devo prendere quello dei suoi inputs come dati. Anche se volessi fare ulteriori passi indietro, ad un certo punto dovrò pure prendere gli inputs di un certo periodo come dati. È incredibile ma vero: è con questo tipo di balbettio metodologico che un gigante come Marx viene attaccato.

 

La terza ed ultima critica richiede un certo impegno per essere seguita. Supponiamo che il settore 1 produca beni di investimento (macchine, ecc.) e che il settore 2 produca beni di consumo (vestiti, cibo, ecc.). Questo è il modello più semplice di un’economia. Consideriamo il settore 1. Esso vende i mezzi di produzione da esso prodotti per un valore di 130, sia al suo interno che al settore 2. Ora, dicono i critici con l’aria di chi ha avuto une grande pensata, anche un bambino sa che lo stesso prodotto è comprato dal compratore per un certo prezzo e venduto dal venditore allo stesso prezzo. Nell’esempio precedente, 130 è il valore a cui sono venduti i mezzi di produzione ad entrambi i settori ed ovviamente dovrebbe essere il valore pagato dai compratori. Però i mezzi di produzione sono comprati dai capitalisti nel settore 1 per un valore di 80 e nel settore 2 per un valore di 60. Il totale è 140. Voilà, ecco la prova definitiva dell’incoerenza del pensiero di Marx. I capitalisti comprano i mezzi di produzione per 140 ma li vendono per 130. Il prezzo ricevuto dal venditore non è lo stesso del prezzo pagato dal compratore. È questa l’essenza della critica della circolarità, la critica maggiormente diffusa ed accettata della teoria marxista della trasformazione dei valori in prezzi. Fu originariamente proposta da Böhm-Bawerk, ripetuta, con una ‘soluzione’ che accettava la validità della critica, da von Bortkiewicz, e, ahimè, accettata e diffusa nei circoli marxisti dall’influente economista marxista Paul Sweezy nel secondo dopoguerra. Dopo di loro, intere biblioteche sono state scritte su questo ‘problema’ come se il problema esistesse veramente e numerose soluzioni sono state trovate ad un problema che non esiste. Ma le cose stanno diversamente e per ben due motivi.

Primo, la discrepanza (tra 130 e 140) è dovuta al fatto che negli esempi di cui sopra (e per estensione in tutte le discussioni sulla trasformazione) il capitale costante e quello variabile sono espressi in percentuali piuttosto che nei loro valori assoluti (vedi sopra). Questi valori percentuali sono stati implicitamente considerati dai critici come valori assoluti e quindi sono stati fatti contare come una unità di capitale investito per settore. Ma se si ipotizzano diverse unità di capitale investito nei vari settori, il problema sparisce. Vediamo perché.

Consideriamo il periodo t1-t2. Se entrambi i settori hanno comprato mezzi di produzione a t1 per 60+80=140 è ovviamente perché tali mezzi di produzione erano allora disponibili a quei prezzi (indagare sulla formazione di questi prezzi significherebbe accettare la validità della regressione ad infinitum). Se, durante il periodo t1-t2, il settore 1 produce mezzi di produzione che vende a t2 solo per 130 vuol dire (1) o che la produzione è calata (e con essa è anche calato il potere d’acquisto, la domanda, per tale offerta) cosicché a t2 (come inizio del periodo t2-t3) i mezzi di produzione che possono essere comprati avranno un prezzo di 130 (2) o che nel settore 1 operavano più di una unità di capitale e quindi la quantità di capitale investito e i mezzi di produzione prodotti sono tali per cui il prezzo totale dei mezzi di produzione è 140. Ciò non può essere visto perché l’esempio considera implicitamente solo una unità di capitale investito invece di mostrare il capitale effettivamente investito, cioe l’esempio mostra le percentuali invece dei valori assoluti. La critica non comprende l’ipotesi su cui si basa la teoria marxista della trasformazione.

Per di più, anche se si considerano valori percentuali, cioè solo una unità di valore investito per settore, per ciascun esempio in cui c’è una ‘discrepanza’ come sopra, un altro esempio può essere fatto in cui tale ‘discrepanza’ non esiste. Nell’esempio di cui sopra basta ipotizzare che il settore 1 investe 73.3c e 26.7v per ottenere i seguenti risultati

 

Settore 1

Settore 2

73.3c+26.7v+26.7s

60.0c+40.0v+40.0s


133.3c+66.7v+66.7s

126.7

140.0

 

266.7

 

 

 

 

Dopo la perequazione del tasso di profitto (66.7/200=0.33), ciascun settore realizza un valore pari a 133.3. Quindi il settore 1 vende i mezzi di produzione a 133.3 e entrambi i settori li comprano a 73.3+60.0=133. [2].

Secondo, abbiamo visto che non vi è ‘discrepanza’ tra i valori dei mezzi di produzione comprati e venduti. Vediamo ora perché i critici hanno potuto pensare che vi fosse tale discrepanza, cioè perché il metodo di Marx sia presumibilmente affetto da circolarità. La ragione è che la critica si basa su un madornale errore logico. Consideriamo il primo periodo, t1-t2. A t1 le imprese di entrambi i settori comprano mezzi di produzione per 80+60=140. Con tali mezzi di produzione nuovi mezzi di produzione vengono prodotti dalle imprese del settore 1 che li vendono (sia all’interno del loro stesso settore che al loro esterno, al settore 2) per 130. Cioè, indipendentemente dai valori a cui sono comprati e venduti, i mezzi di produzione comprati a t1 (che servono per il periodo t1-t2) non sono gli stessi di quelli venduti a t2 (che servono per il periodo t2-t3). Tuttavia, la supposta circolarità nel metodo di Marx si basa sull’assurda ipotesi che i mezzi di produzione comprati a t1 sono gli stessi di quelli venduti a t2. Ciò è evidente se si considera l’affermazione su cui si basa la critica della circolarità secondo cui nel metodo marxiano gli stessi mezzi di produzione sono venduti ad un prezzo e comprati ad un altro prezzo (vedi sopra).

In altre parole, la critica sarebbe valida se i mezzi di produzione prodotti dal settore 1 nel periodo t1-t2 (quindi venduti da tale settore per 130 al momento t2) fossero comprati da entrambi i settori non al momento t2 ma al momento t1 (quindi per 140). In questo caso essi sarebbero contemporaneamente venduti per 130 ma comprati per 140. Ma questo significa sovrapporre i due momenti t1 e t2, significa cioè abolire il tempo. Questa è la contro-critica che rivela la vacuità del cosiddetto problema della circolarità nella trasformazione dei valori in prezzi. Tale contro-critica, da quando è stata formulata negli anni 80 (si veda G. Carchedi, The Logic of Prices and Values, Economy and Society, Vol.13, No.4, 1984 e G. Carchedi, Frontiers of Political Economy, Verso, London, 1991, cap. 3) ad oggi non è mai stata ribattuta. Si continua a parlare del ‘problema’ della trasformazione e a trovare delle ‘soluzioni’ la cui assurdità metodologica è direttamente proporzionale al poderoso arsenale matematico impiegato.

Concludendo, ridotta alla sua essenza, la questione è semplice. In una concezione in cui il tempo non esiste, la teoria di Marx è incoerente. Ma in una teoria in cui il tempo esiste è la critica a Marx che è incoerente. Ciascuno faccia la sua scelta.


[1] N.d.R.: ovviamente il ragionamento è valido qualsiasi siano i valori scelti.

[2] N.d.R.: come già annotato in precedenza, la critica al simultaneismo non dipende dall’esempio, numerico scelto ma è valida qualsiasi siano i valori di riferimento adottati


Se è corretto, non correggetelo, Andrew Kliman

 

1. Da Seattle a Genova... [1]

Da Seattle a Genova, un movimento nuovo ha investito con forza la globalizzazione. L’internazionalismo del movimento, il rifiuto di forme elitarie di organizzazione, e i tentativi di unire lavoratori e ambientalisti (e altre forze) sono del tutto esemplari, come lo è l’opposizione esplicita di una sezione crescente del movimento contro lo stesso "capitalismo globale".

Se questo movimento nuovo potrà imparare dagli errori passati della Sinistra, potrà evitare di ripeterli. Uno errore chiave, credo, è la tendenza di prendere particolari forme e istituzioni del capitalismo--proprietà privata, il mercato, società per azioni, e dominazione imperialista, il Fondo Monetario Internazionale ecc.--per il capitalismo stesso. Lottare solamente contro specifiche forme istituzionali equivale a permettere al capitalismo di riemergere sotto forme nuove, come la proprietà statale e/o un’economia pianificata. Un altro errore è quello di supporre che la radice dei nostri problemi sia l’avidità o il mal volere dei capi delle istituzioni capitaliste piuttosto che le leggi economiche oggettive a cui anche loro sono sottoposti. Qualche cosa di più fondamentale deve essere sostituito che non riguarda solo le persone in carica.

Quello che penso che debba essere sostituito è la produzione del valore. Il capitalismo ha ristrutturato la produzione e in verità tutta la vita attorno all’incessante necessità di produrre e accumulare sempre più valore come fine a se stesso. La storia ha mostrato, credo, che questo processo non può essere soggiogato e pianificato maneggiando le sue forme istituzionali. Ogni impresa capitalista e ogni nazione devono fare tutto ciò che possono per espandere il valore al massimo se non vogliono soccombere nella lotta competitiva. Le istituzioni capitaliste e i loro leader devono fare del loro meglio per espandere al massimo il valore se non vogliono essere sostituiti da istituzioni e leader che sapranno meglio comportarsi in tal modo.

Così il movimento contro il capitalismo globale farebbe bene a lottare non solo le battaglie concrete e immediate, che sono certamente necessarie e importanti, ma anche la battaglia contro la produzione del valore stessa. E farebbe bene a considerare lavori come il Capitale di Marx che analizza il processo di produzione del valore e indica l’alternativa--una società nella quale la meta è "lo sviluppo dei potenziali umani come un fine in se stesso" (Marx 1981:959)----e lavori come Dunayevskaya (1967), Marxismo e Libertà, che aiuta a concretizzare e a sviluppare questa prospettiva umanista alla luce di eventi più recenti.

Ma il resto di questo articolo non riguarda tutto ciò, almeno non direttamente. Riguarda un paio di ostacoli che stanno impedendo ai militanti e ai pensatori di potere ritornare seriamente al concetto di valore come è stato sviluppato in lavori come il Capitale e Marxismo e Libertà.

Un ostacolo è l’idea che la teoria del valore di Marx è contraddittoria e addirittura sbagliata. Un altro è l’ipotizzare che gli economisti moderni (sia marxisti che sraffiani) hanno realizzato le versioni corrette della teoria del valore di Marx--fondamentalmente la stessa teoria ma senza tutti i suoi errori e contraddizioni--così che, sebbene un ritorno diretto a Marx non sia possibile, si può ritornare a Marx attraverso questi eredi del suo progetto. Spero di dimostrare che entrambe tali idee sono false.

 

2. Le "contraddizioni interne" di Marx

Economisti marxisti e anti-marxisti non saranno d’accordo su molto, ma pressoché tutti sono d’accordo sul fatto che le teorie di Marx del valore, profitto, e crisi economiche sono state dimostrate essere impregnate da contraddizioni. In altre parole, molte delle sue conclusioni teoriche più importanti sarebbero state dimostrate essere non valide. Sarebbe perciò impossibile accettare le teorie di Marx nella loro forma originale.

Pressoché tutti gli economisti marxisti sono anche d’accordo con gli anti-marxisti che la analisi di Marx della produzione capitalista non merita neanche di essere discussa o insegnata come una teoria viva. Se la sua analisi fosse internamente contraddittoria, non avrebbe senso, e così non potrebbe essere giusta – anche se i fatti possono sembrare sostenere Marx e i suoi argomenti potrebbero sembrare convincenti. Le presunte prove delle contraddizioni interne servono così come una giustificazione potente per l’esclusione quasi totale della critica marxiana della economia politica, nella sua forma originale, sia dagli istituti di insegnamento che dalle pubblicazioni.

C’è, comunque, una differenza significativa fra i critici di Marx. Gli anti-marxisti usano le prove presunte delle contraddizioni interne per sostenere che le teorie di Marx dovrebbero essere rifiutate. I marxisti e gli sraffiani (seguaci di Piero Sraffa, 1960), d’altra parte, si considerano gli eredi del progetto di Marx piuttosto che i suoi critici. In un modo o nell’ altro, tutti si vantano di aver "corretto" i suoi errori, cioè, di arrivare in pratica alle stesse conclusioni a cui arrivò Marx, ma in un modo logicamente accettabile. Per esempio, Riccardo Bellofiore (1997:2) scrive “il mio punto di partenza è che il progetto di Marx non si può difendere come è, e che le contraddizioni sulle quale i critici hanno insistito sono veramente lì, nel Capitale. [Tuttavia] il "nocciolo" della sua critica della economia politica... può essere stabilito su una base teoretica più solida”.

Similmente, Mongiovi (2001:3), uno dei principali sraffiani americani, scrive che “gli errori di Marx sono, alla fin fine, minori; infatti essi possono essere eliminati attraverso una revisione della forma nella quale la sua teoria del valore e distribuzione è presentata, senza minare nessuna delle sue asserzioni fondamentali su come il capitalismo funziona e su come si sviluppa storicamente”.

 

3. Le "correzioni" a Marx

Intendo dimostrare che queste asserzioni sono false. Le versioni cosiddette corrette della teoria di Marx non riportano i suoi risultati teorici su una base più solida. Al contrario, esse minano le sue tesi fondamentali circa il funzionamento e lo sviluppo del capitalismo. Esiste una grande varietà di proposte di correzione, ma tutte negano molti dei risultati teorici di Marx, includendo alcuni dei più importanti.

Il più importante di tutti i risultati marxiani negati è " la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto". Questa legge è al centro della sua tesi che le crisi economiche sono inevitabili nel capitalismo. Marx argomentò che la natura stessa del capitalismo costringe le imprese a cercare profitti sempre maggiori, e così ad adottare innovazioni più produttive e ’labour saving’. Ma sebbene le imprese considerate individualmente possano elevare così i loro saggi di profitto, Marx sostenne, che tali innovazioni tenderanno necessariamente ad abbassare il saggio di profitto medio, cioè il saggio di profitto per la economia nella sua totalità.

Tratterò più tardi gli argomenti che supportano questa conclusione. Qui, il punto è che tutte le "correzioni" di Marx (includendo quelle preferite da Bellofiore e Mongiovi) portano alla conclusione che la sua legge è falsa; secondo tali ‘correzioni’ le innovazioni tecnologiche che aumentano la produttività aumentano, e non abbassano, necessariamente il saggio di profitto medio. Così la versione di Bellofiore del “nucleo fondamentale della sua critica dell’economia politica” e la versione di Mongiovi delle "sue tesi di base riguardanti il funzionamento del capitalismo e il suo sviluppo nel corso della storia" rifiutano proprio quella legge che Marx (1973:748) considerò essere "in ogni rispetto la legge più importante dell’economia politica e moderna."

Un altro risultato importante di Marx, che è negato da tutte le cosiddette correzioni, è la sua teoria che il profitto viene dal "lavoro non retribuito" (anche chiamato "pluslavoro") dei lavoratori. Marx riconobbe che l’ammontare di profitto che un’impresa realizza differisce dal "plusvalore," l’equivalente monetario del lavoro non retribuito estratto dai lavoratori. Tuttavia ribadì chiaramente che le differenze si annullano a vicenda. Se l’economia è presa nel suo insieme, il profitto totale equivale al plusvalore totale e corrispondentemente il prezzo totale (il totale ricevuto dai capitalisti tramite la vendita dei loro beni) equivale al valore totale prodotto dal lavoro.

La maggior parte delle "correzioni" di Marx sostengono che egli aveva torto anche su questo punto. Una volta che i suoi "errori" sono corretti, le due uguaglianze non possono essere valide allo stesso tempo. Questo è il famoso "problema della trasformazione," il cosiddetto problema inerente alla "trasformazione" di valori in prezzi e del plusvalore in profitti. Tale ’problema’ è di nuovo al centro dell’attenzione nella rinnovata discussione sulla teoria del valore nella Sinistra italiana (si veda l’articolo di Guglielmo Carchedi in questo numero).

È una sfortuna che il dibattito si sia focalizzato così strettamente solo su questo punto, perché "risolvere il problema della trasformazione"--ottenendo le uguaglianze di Marx - non ha il significato che si pensa che abbia. Alcune recenti "corrette" versioni della teoria di Marx ottengono entrambe uguaglianze. Tuttavia, come dimostrerò più sotto, anche queste "correzioni" non riescono a confermare l’asserzione di Marx che il pluslavoro di lavoratori è la sola fonte di profitto. Tutte delle "correzioni" implicano che il profitto potrebbe essere positivo anche se i lavoratori non erogassero pluslavoro, e che il profitto potrebbe essere negativo anche se lavoratori erogassero pluslavoro.

 

4. Confutazioni delle critiche

 Ci sono anche molti altri esempi, alcuni dei quali saranno discussi più avanti, in cui le cosiddette correzioni non riescono a ristabilire i risultati di Marx su una base teoretica più solida. Tuttavia, e se la base teoretica di Marx fosse dopotutto solida? E se, in altre parole, le prove delle cosiddette contraddizioni in Marx fossero esse stesse erronee?

Questa non è fantasia, ma un fatto. Durante i due decenni passati, un piccolo ma crescente numero di ricercatori, associato con quello che ora è chiamata l’interpretazione temporale del sistema unico (d’ora in avanti, TSSI), ha confutato tutte le cosiddette prove delle contraddizioni nella dimensione quantitativa della teoria del valore di Marx. Quelle che sembrarono essere conclusioni indifendibili-- la legge della caduta del saggio di profitto, la nozione che tutto il profitto viene da lavoro non retribuito, ecc., riemergono come logicamente aderenti a questa interpretazione (si veda Freeman e Carchedi, 1996).

Il TSSI rimane relativamente poco noto, e impopolare. Tuttavia, anche i suoi critici hanno cominciato recentemente ad ammettere, anche se a malavoglia, che il TSSI è stato in grado di confutare le prove dichiarate delle contraddizioni interne in Marx. [2] Queste confutazioni hanno delle conseguenze importanti:

• "il progetto di Marx" può veramente "essere difeso cos’ com’è". Le sue teorie, che siano giuste o sbagliate, possono essere interpretate come logicamente coerenti;

• nella misura in cui le revisioni fatte dai marxisti e dagli sraffiani alle teorie di Marx contraddicono i suoi risultati, queste non sono correzioni - non c’è bisogno di nessuna correzione - ma sono semplicemente teorie contrarie alla sua;

• l’esclusione delle teorie di Marx nella loro forma originaria non è un giustificabile tentativo di estirpare errori, ma semplice censura.

 

Il TSSI è stato criticato in vari modi. Tuttavia coloro che desiderano ripristinare le prove confutate delle contraddizioni in Marx devono fare qualcosa di più che criticare. Devono dimostrare che le confutazioni del TSSI di queste prove sono sbagliate, sia identificando errori matematici o logici nelle confutazioni o dimostrando che il TSSI non può essere una lettura corretta della teoria del valore di Marx. Il TSSI ora ha 21 anni, e niente di tutto ciò è stato ancora dimostrato.

Nell’assenza di tale dimostrazione, non si può più sostenere onestamente che "le contraddizioni sulle quale i critici hanno insistito sono veramente lì nel Capitale". Quando Marx è interpretato in un certo modo, sembra contraddire se stesso, ma quando è interpretato in un modo diverso, quelle che sembrano essere contraddizioni scompaiono. Quindi dobbiamo concludere che, nell’assenza di una prova che le confutazioni del TSSI siano erronee, le contraddizioni non sono contraddizioni insite in Marx ma contraddizioni tra le teorie originarie e certe interpretazioni che non riescono a dare senso a tali teorie.

È precisamente questo fatto che costituisce l’evidenza più forte che queste ‘interpretazioni corrette’ sono sbagliate. Lo scopo di un’interpretazione, dopo tutto, è di dare senso alle opere originarie. Dato che il TSSI fa questo ma le cosiddette “interpretazioni corrette” non vi riescono, queste interpretazioni debbono essere rigettate come inadeguate.

 

5. La valutazione simultanea contro la teoria del valore di Marx

Ma perché sono sbagliate le prove delle contraddizioni interne di Marx? Perché le cosiddette versioni corrette delle sue teorie negano i suoi risultati teorici? E come può il TSSI ottenere questi risultati senza ‘correggere’ Marx?

La risposta è semplice. Le prove dei critici, così come tutte le loro ‘correzioni’, sono simultaneiste, cioè adoperano una procedura nota come valutazione simultanea. Come vedremo tra poco, tale valutazione è incompatibile col principio su cui si basa la teoria del valore di Marx, il principio che il valore è determinato dal tempo di lavoro. Cosi tutte le ‘correzioni’ negano i suoi risultati perché rigettano implicitamente il nocciolo della sua teoria del valore. Le prove delle contraddizioni falliscono perché le cosiddette contraddizioni scompaiono se non si valutano le cose simultaneamente. [3] E il TSSI ottiene i risultati di Marx soprattutto perché rifiuta la valutazione simultanea sostituendola con la valutazione temporale e con il principio che il valore è determinato dal tempo di lavoro. [4]

Ma che cos’è la valutazione simultanea e come contraddice il sopramenzionato principio?

La valutazione simultanea è il metodo che sopprime i cambiamenti nei prezzi, o valore delle merci, nel tempo. Si immagini che il grano è prodotto usando solo grano dello stesso genere, piantato come seme, più il lavoro dei contadini. Un teorico del simultaneismo sosterrà che un quintale del seme di grano piantato al principio dell’anno vale tanto quanto un quintale di grano raccolto alla fine dell’anno.

È facile vedere come questa procedura contraddice il principio di Marx secondo cui il valore è determinato dal tempo di lavoro. Secondo la valutazione simultanea, se un quintale di seme di grano vale 5, un quintale di produzione del grano deve valere anch’esso 5, senza tenere conto di quanto i contadini hanno dovuto lavorare per produrlo. Avrebbero potuto affaticarsi per 1000 ore, o solamente per 10 ore o per nessuna! Non fa differenza; il valore del grano prodotto non può essere al di sopra né al di sotto del prezzo del seme di grano. Così la dimensione del valore del grano non dipende dall’ammontare di lavoro richiesto per la sua produzione.

In altre parole, la valutazione simultanea in effetti impedisce ai cambi nella produttività di influenzare il prezzo, o valore, del grano. Si contrapponga questo al mondo reale: quando la produttività aumenta - quando lo stesso ammontare di lavoro genera più prodotto - i prezzi delle merci tendono a cadere. Questo è in essenza ciò che Marx voleva dire quando sostenne che il valore è determinato dal tempo di lavoro. Ma in effetti non c’è bisogno che Marx ci dica questo; ogni coltivatore sa che può ottenere un prezzo più alto per un quintale del suo grano dopo un cattivo raccolto che dopo uno buono. Simultaneismo, d’altro canto, implica che un quintale del grano prodotto non può valere più di un quintale del seme di grano dopo un cattivo raccolto, né meno di un quintale del seme di grano dopo un buon raccolto.

Naturalmente, nessuno crede veramente che i prezzi rimangano costanti nel tempo nel mondo reale. Tuttavia, ciò è esattamente quanto i teorici del simultaneismo sostengono quando tentano di dimostrare che Marx ha peccato di contraddizioni interne e tentano di correggerlo. Se i suoi risultati teorici contraddicono i risultati teorici ottenuti da loro quando valutano tutto simultaneamente, essi dichiarano che Marx pecca di errori e contraddizioni interne.

 

6. Profitto senza pluslavoro nella valutazione simultanea

Sopprimendo i cambiamenti nei prezzi che risultano da cambiamenti nella produttività, il simultaneismo implica che in effetti il profitto non ha nulla a che fare col lavoro non retribuito dei lavoratori. Per capire perché questo è così, sarà utile considerare l’uso che V. K. Dmitriev fa della valutazione simultanea per tentare di confutare la teoria di Marx del profitto. Dmitriev è il più famoso predecessore della teoria economica di Sraffa. Scrivendo un secolo fa, perseguì inflessibilmente la logica del simultaneismo fino alla sua conclusione logica: il profitto non richiede per nulla il lavoro umano. Possiamo, argomentò, "immaginare un caso nel quale tutti i prodotti sono prodotti esclusivamente dalle macchine, così che nessuna unità di lavoro vivo, ...partecipa alla produzione... Vi può essere [un] profitto industriale... [,] un profitto che non differirà essenzialmente in qualsiasi modo dal profitto ottenuto da capitalisti attuali. [Dmitriev 1974:63]

“[Sebbene] il lavoro salariato non è usato nella produzione,... vi sarà ciononostante plusvalore, e... ci sarà di conseguenza, profitto sul capitale.” [Dmitriev 1974:214]

 

Dmitriev non menzionò mai Marx per nome, ma dal suo uso di termini come "lavoro vivo" e "plusvalore" è chiaro chi il suo obiettivo era Marx. Che il redattore del libro di Dmitriev potesse affermare che "il suo sistema di pensiero è compatibile con le teorie economie marxiane" (Nuti 1974:7) indica solamente come fosse lontana la teoria economica marxiana convenzionale da quella di Marx fin dal 1974. Per tentate di provare questa tesi, Dmitriev costruì un esempio complesso nel quale vari tipi di macchine producono macchine nuove così come beni di consumo. Tuttavia, il punto essenziale emerge più chiaramente se noi consideriamo un caso nel quale un tipo di macchina produce repliche di se stessa senza qualsiasi lavoro umano. Supponiamo che l’anno cominci con 10 macchine. Queste macchine non esistono più alla fine dell’anno, si sono consumate, ma nel frattempo hanno prodotto 12 repliche di se stesse.

Il profitto è il valore che le 12 macchine nuove hanno meno il valore che le 10 macchine originali avevano. In principio, quindi, il profitto potrebbe avere qualsiasi quantificazione. Il profitto sarà alto se una macchina nuova vale più di quella originale, e basso o anche negativo se vale meno.

Mi sembra tuttavia che la teoria del valore di Marx implica che il profitto sarà zero. Nella sua teoria, il lavoro vivo è la sola fonte del "valore nuovo" cioè di tutto il valore aggiunto nel processo di produzione. Qui non c’è lavoro vivo, così non c’è nessuno valore aggiunto. La somma di valore col quale i capitalisti incominciarono l’anno, il valore delle 10 macchine originarie, è la somma di valore con la quale essi finiscono l’anno. Così le 12 macchine nuove valgono precisamente quello che le 10 macchine originarie valevano, e il profitto è zero.

Si noti che il prezzo di una macchina è caduto. Ciascuna macchina nuova vale solamente dieci dodicesimi di quello di una macchina originaria.

È precisamente per evitare questa caduta nel prezzo - cioè, precisamente ricorrendo alla valutazione simultanea - che Dmitriev dotò le sue macchine della capacità di creare nuovo valore, e così il profitto. Se il prezzo di una macchina rimane costante, le 12 macchine nuove devono valere più delle 10 macchine originarie, così che il profitto deve essere positivo.

E tuttavia, perché mai il prezzo unitario dovrebbe rimanere costante? Dmitriev non utilizzò una sola parola per giustificare questa asserzione. Senza di essa, tuttavia, il suo tentativo di confutare la teoria di Marx crolla.

Ciò che Dmitriev in effetti dimostrò fu la incompatibilità della valutazione simultanea con la teoria marxista del profitto. Non importa che un’economia completamente automatizzata non sarebbe capitalista; il punto è che il profitto in tale economia "non differirebbe essenzialmente in alcun modo dal profitto ottenuto da capitalisti attuali". Ne segue che anche se il lavoro umano è impiegato, esso non è la fonte del profitto. La fonte del profitto, secondo il simultaneismo è il fatto che l’output fisico è più grande dell’input fisico.

In marcato contrasto con Dmitriev, teorici posteriori del simultaneismo hanno dato meno rilievo a questa contraddizione tra i loro modelli e la teoria di Marx. Ma la contraddizione ancora è là, perché non ha nulla a che fare con come il teorico si pone nei confronti Marx. È una conseguenza necessaria della valutazione simultanea.

 

7. Pluslavoro senza profitto nella valutazione simultanea

Abbiamo visto che “le correzioni” simultaneiste implicano che vi può essere profitto anche se non vi è pluslavoro. Ma queste correzioni implicano anche che il profitto potrebbe essere negativo anche se vi è stato pluslavoro. Così secondo queste correzioni qualche cosa di più che pluslavoro sarebbe necessario per il profitto. Ma anche questa conclusione contraddice la teoria di Marx.

Il problema è di nuovo il simultaneismo. Fluttuazioni nei livelli di produzione e dei prezzi di beni diversi possono produrre profitti negativi nonostante un pluslavoro positivo quando le cose sono valutate simultaneamente. I lettori che desiderano verificare questo fatto dovrebbero considerare l’esempio presentato nella Tabella 1 [5].

 

Questa tabella è presentata a guisa di dimostrazione, non per una chiarificazione supplementare. I lettori che non desiderano verificare la prova possono saltarla senza perdita di continuità.

In questo esempio il profitto è negativo, sebbene il pluslavoro sia positivo, a causa del modo nel quale il livello della produzione e il prezzo di bene B hanno fluttuato. In realtà, tali fluttuazioni non sono probabilmente abbastanza grandi da produrre casi nei quali il profitto è negativo, sebbene il pluslavoro sia positivo. Tuttavia ciò non vuole dire che il simultaneismo è compatibile con la teoria del profitto di Marx. Al contrario, vuole dire che il simultaneismo implica che qualche cosa più del pluslavoro--livelli di produzione e prezzi che non fluttuano troppo - è necessario affinché il profitto sia positivo.

Questa conclusione, come la conclusione che il pluslavoro non è necessario affinché il profitto esista, si applica a tutte le interpretazioni simultaneiste di Marx, anche quelle che "risolvono il problema della trasformazione". Tali soluzioni valgono solamente per un caso speciale (e non interessante) nel quale i tassi di interesse di tutti i settori sono uguali. Tutte le interpretazioni simultaneiste implicano in generale che il pluslavoro non è né necessario né sufficiente affinché il profitto esista.

Il TSSI, al contrario, implica che il pluslavoro è necessario e sufficiente affinché il profitto (corretto per l’inflazione) esista. La prova è complessa. Il lettore interessato dovrebbero consultare Kliman (2001).

 

8. La "ridondanza" e la "mancanza di significato" del valore in un sistema simultaneo

Durante gli ultimi tre decenni, si è discusso molto della cosiddetta "ridondanza" del concetto di valore. Gli sraffiani, così come alcuni economisti marxisti, hanno sostenuto che anche se i saggi di profitto possono essere espressi in termini di valore, essi sono determinati in effetti da "quantità fisiche", input, output e il paniere dei beni di consumo dei lavoratori. Questa nozione di solito è stata discussa in connessione col "problema della trasformazione," ma in effetti la ridondanza del valore non ha nulla a che fare con le deviazioni dei prezzi dai valori. La ridondanza è puramente una conseguenza della valutazione simultanea. Se si rigetta la valutazione simultanea si elimina la ridondanza del valore.

Questo può essere visto chiaramente considerando di nuovo il caso di un’economia nella quale il grano, l’unico prodotto, è prodotto solamente per mezzo di semi di grano e lavoro vivo. (Tale "modello del grano" è un concetto utilizzato da molti teorici del simultaneismo, specialmente gli sraffiani, derivando da Ricardo stesso). In tal caso non ci può essere per definizione un "problema della trasformazione", un trasferimento di valore tra settori e quindi non ci può essere una deviazione dei prezzi dai valori. Così il prezzo di grano è uguale al suo valore.

Supponiamo che i capitalisti agrari investano 10 quintali di grano all’inizio dell’anno, da usare come seme e per pagare i salari, mentre 12 quintali di grano sono raccolti alla fine dell’anno. Se valutiamo simultaneamente l’investimento e la produzione, cioè se si stabilisce che hanno lo stesso prezzo per quintale, i 12 quintali di produzione devono valere precisamente 20% più dei 10 quintali che furono investiti inizialmente. Così il profitto deve essere uguale a 20% della somma di valore investita. Ma il profitto come una percentuale degli investimenti è precisamente quello che è chiamato il saggio di profitto. Così il saggio di profitto deve essere del 20%.

Ora si osservino due cose. Prima, non interessa quello che è il valore (= il prezzo) del grano. Che sia alto o basso, il saggio di profitto è sempre del 20%. Conseguentemente il valore è ridondante. (Che mondo meraviglioso! I coltivatori non devono preoccuparsi se il prezzo del loro grano cade, né devono sciupare soldi per fare pubblicità e ricerche di mercato per ottenere un prezzo più alto.) Secondo, il saggio di profitto è identico al tasso di incremento del grano, il 20% è la differenza tra il grano prodotto e il grano investito. Se il raccolto fosse stato solo di 11 quintali, il saggio di profitto sarebbe stato del 10%. Se il raccolto fosse stato di 13 quintali, il saggio di profitto sarebbe stato del 30%. Così il saggio di profitto è determinato esclusivamente da quantità fisiche.

È chiaro che queste conclusioni dipendono essenzialmente dalla valutazione simultanea. Se il valore del grano non è costante, ma è determinato dal tempo di lavoro se, in altre parole, il suo valore cade quando la produttività cresce, le conclusioni sono completamente opposte. Supponiamo che il valore iniziale sia di £156 al quintale, mentre il valore della produzione del grano è anche di £156 se sono stati raccolti 11 quintali, ma cade a £143 se sono stati raccolti 12 quintali e £132 se sono stati raccolti 13 quintali. In tutti i tre casi, il saggio di profitto è del 10%. Il saggio di profitto non dipende più solamente su quantità fisiche. Dipende anche da cambiamenti nel valore del grano. Il valore non è più ridondante.

Il nostro modello del grano ci permette anche di illustrare in un modo semplice un’altra conseguenza della valutazione simultanea, i valori negativi. Supponiamo che 10 quintali di grano siano stati piantati all’inizio dell’anno, e i contadini lavorino 4.000 ore in quell’anno, ma a causa del cattivo tempo solamente 8 quintali di grano siano raccolti. Mi sembra che la teoria di Marx implichi che gli 8 quintali prodotti valgono più dei 10 quintali di seme di grano, perché il lavoro vivo ha aggiunto valore nuovo durante la produzione. Ma il simultaneismo ci dice che gli 8 quintali valgono solamente otto decimi dei 10 quintali originari. Questo conduce al risultato senza significato che il valore per quintale misurato in termini di tempo lavoro è - 2.000 ore di lavoro.

Questi esempi dimostrano che la valutazione simultanea implica che il valore è ridondante, e che i valori possono essere negativi, anche quando i prezzi sono uguali ai valori. Questi problemi non hanno perciò nulla a che fare col cosiddetto "problema della trasformazione". E quindi anche le interpretazioni del simultaneisti di Marx che "risolvono il problema della trasformazione" implicano che il valore è una nozione ridondante e senza significato.

 

9. La legge del saggio crescente di profitto nell’interpretazione simultanea

Ritorniamo, infine, al perno della teoria di Marx della crisi capitalista, la legge che Marx considerò essere "la legge più importante dell’economia politica moderna": la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. Come abbiamo visto, la valutazione simultanea contraddice elementi chiave delle teorie di Marx per una ragione molto semplice: è incompatibile con la determinazione del valore dal tempo di lavoro. In altre parole, la valutazione simultanea impedisce artificialmente che aumenti di produttività riducano i prezzi (valori) delle merci. Questa è la ragione per cui il simultaneismo implica che la legge di Marx è falsa.

Marx argomentò che il saggio di profitto tende a cadere quando la produttività aumenta e a causa di tale aumento di produttività [6]. I teorici simultaneisti hanno tentato di provare che non può essere così. Essi sono d’accordo che il saggio di profitto può cadere, ma non perché aumenta la produttività. In effetti, se tutto è valutato simultaneamente, una produttività crescente tenderà necessariamente a aumentare il saggio di profitto, non ad abbassarlo. Come si è visto sopra, se aumenti di produttività causano un aumento della produzione del grano da 11 quintali a 12 quintali, a 13 quintali per ogni 10 quintali di grano investiti, questo " saggio di profitto materiale" aumenta necessariamente dal 10% al 20% al 30%.

Tuttavia, non appena riconosciamo che un aumento della produttività tende a deprimere i prezzi, la legge di Marx sembra del tutto sensata. Spinte a cercare profitti sempre più alti, le imprese introducono innovazioni sempre più produttive e labour saving. Da una parte gli aumenti di produttività aumentano la produzione fisica in relazione agli input fisici. È questo l’effetto su qui si focalizza il simultaneismo.

D’altra parte però c’è anche un effetto contrario che il simultaneismo ignora: questi stessi aumenti di produttività tendono a causare una caduta nel tempo dei valori e dei prezzi. Conseguentemente, il saggio di profitto reale (in valore o prezzo) tenderà a cadere in relazione al " saggio di profitto materiale" dei teorici del simultaneismo. È così possibile che il saggio di profitto reale diminuisca continuamente nel tempo sebbene il " saggio di profitto materiale" salga continuamente (si veda, e.g., Freeman e Kliman 2000).

Senza informazioni ulteriori, non è possibile dire di più sull’andamento del tasso di profitto nel tempo. Il suo percorso dipende da come, e con che velocità, cambiano la tecnologia, i prezzi, i salari, e altri fattori. Ma quanto detto dovrebbe essere sufficiente per spiegare come aumenti di produttività possano causare una caduta del saggio di profitto e quindi per spiegare cosa ci sia di erroneo con i tentativi del simultaneismo nel dimostrare che tale caduta è impossibile.

Questo punto è molto importante, perché i critici di Marx hanno tentato di respingere le sue teorie della caduta del saggio di profitto e della crisi economica senza neanche esaminare l’evidenza empirica. Come John Roemer (1981:113), un “marxista analitico” critico di Marx, ha notato, perché esaminare l’evidenza empirica se la teoria marxista della caduta del saggio di profitto non può essere giusta?

La dimostrazione del TSSI che la teoria di Marx potrebbe essere valida dimostra allo stesso tempo che questa teoria merita di essere esaminata di nuovo, senza pregiudizi e sulla base dell’evidenza. I marxisti e non-marxisti che escludono la teoria di Marx dal loro insegnamento e dalle loro riviste non eliminano errori dalla scienza ma fanno opera di censura.

 

Bibliografia

 

Bellofiore, R. 1997. Marx after Marx or, Do We Need a Credit Theory of Exploitation? Presented at the Eastern Economic Association Convention, Washington, D.C., April.

Bortkiewicz, L. von. 1952. Value and Price in the Marxian System, International Economic Papers 2.

Dmitriev, V. K. 1974. Economic Essays on Value, Competition and Utility (Cambridge: Cambridge University Press).

Dunayevskaya, R. 1967. Marxismo e Liberta (La Nuova Italia, Roma).

Foley, D.K. 2000. Response to Freeman and Kliman, Research in Political Economy 18.

Freeman, A. and G. Carchedi (eds.). 1996. Marx and Non-equilibrium Economics (Cheltenham, U.K.: Edward Elgar).

Freeman, A. and A. Kliman. 2000. Two Concepts of Value, Two Rates of Profit, Two Laws of Motion, Research in Political Economy 18.

Kliman, A. 2001. Simultaneous Valuation vs the Exploitation Theory of Profit, Capital and Class 73.

Kliman A. and T. McGlone. 1990. Il non problema della trasformazione e il problema della non trasformazione, Plusvalore vol. 7, 1990.

Laibman, D. 2000a. Rhetoric and Substance in Value Theory: An appraisal of the new orthodox Marxism, Science & Society 64:3.

__________. 2000b. Two of Everything: A Response, Research in Political Economy 18.

Marx, K. 1973. Grundrisse: Foundations of the critique of political economy (New York: Vintage Books).

__________. 1981. Capital: A critique of political economy, Vol. III (New York: Vintage Books).

Mongiovi, G. 2001. Vulgar Economy in Marxian Garb: A critique of temporal single-system Marxism. Presented at the Eastern Economic Association Convention, New York, February.

Nuti, D.M. 1974. Introduction, in Dmitriev, V. K. 1974. Economic Essays on Value, Competition and Utility (Cambridge: Cambridge University Press).

Roemer, J. 1981. Analytical Foundations of Marxian Economic Theory (Cambridge: Cambridge Univ. Press).

Sraffa, P. 1960. Production of Commodities By Means Of Commodities: Prelude to a critique of economic theory. Cambridge and New York: Cambridge University Press

---

[1] Questo saggio è stato tradotto dalla versione originale in inglese ed è dedicato dall’Autore alla memoria di Carlo Giuliani.

[2] Il teorema di Okishio avrebbe provato che la legge marxiana della caduta tendenziale del saggio di profitto sarebbe falsa. Tuttavia recentemente due prominenti marxisti hanno dovuto ammettere che non è così. Foley (2000; 282) scrive che la ricerca del TSSI dimostra che “il teorema di Okishio, nella sua accezione letterale, è sbagliato... il saggio di profitto in termini di denaro e di lavoro [possono] cadere nelle circostanze specificate nelle sue ipotesi”. In maniera simile, Laibman (2000b; 275) annota che il teorema di Okishio non prova nulla circa la tendenza del saggio di profitto reale ma solo che “il nuovo saggio di profitto materiale deve essere maggiore di quello precedente”.

La ‘prova’ chiave (e unica) della contraddizione interna dell’approccio marxiano della trasformazione dei valori nei prezzi di produzione è quella di Bortkiewicz. Bortkiewicz (1952:6-9) sostenne che la differenza nei prezzi degli input e degli output nella procedura di Marx crea un illegittimo crollo nel processo di riproduzione. Tuttavia Laibman riconosce che la ricerca del TSSI ha confutato l’asserzione di Bortkiewicz. I prezzi degli inputs e degli outputs sono differenti nei contro-esempi del TSSI e tuttavia “l’equilibrio nella riproduzione esiste da un periodo all’altro” (Laibman 2000a:323). (Vedi Kliman and McGlone, 1990, per la prima di tali confutazioni). Similmente, Mongiovi (2001:33) ammette “l’assenza di errori aritmetici” nei modelli del TSSI più il fatto che, in questi modelli, “non è assolutamente possibile che i postulati di invarianza di Marx [profitti totali = plusvalore totale e prezzi totali = valore totale] possano essere violati”.

[3] Nel suo tentativo fallito di dimostrare che la spiegazione di Marx della trasformazione dei valori in prezzi di produzione conduce ad un collasso del processo di riproduzione, Bortkiewicz naturalmente adottò la procedura non simultaneista di valutazione di Marx. Tutti gli altri tentativi di dimostrare l’esistenza di errori o di contraddizioni interne si basano su valutazioni simultaneiste.

[4] Al fine di ottenere i risultati teorici di Marx, la valutazione temporale deve essere combinata con la interpretazione di “un unico sistema”. Secondo tale interpretazione, Marx sostenne che l’ammontare di denaro che i capitalisti investono nel processo di produzione dipende dai prezzi degli input che essi comprano. Non usò un altro, immaginario, sistema in cui gli investimenti dipendono dai valori di tali input. Come vedremo, non è possibile combinare la valutazione simultanea con l’interpretazione di “un unico sistema”.

[5] Alcuni simultaneisti definiscono il ‘lavoro necessario’ (che si ottiene sottraendolo dal lavoro vivo al fine di ottenere il pluslavoro) come il valore dei beni consumati dai lavoratori. Se il tasso del salario è minore di 1 per ora e se i lavoratori consumano solo il bene A, il pluslavoro nell’esempio di cui sopra sarà positivo secondo tale definizione. I fautori della ‘nuova interpretazione’ e la interpretazione simultanea del sistema unico al contrario definiscono il lavoro necessario come i salari monetari diviso per il MELT (l’espressione monetaria del tempo di lavoro). Il pluslavoro deve essere positivo secondo tale definizione perché il MELT simultaneista è negativo in entrambe le ore nell’esempio.

[6] Qui e più sotto uso la parola “tende” per indicare ciò che accadrebbe se non vi fossero altri cambiamenti che controbilanciano o soppiantano la tendenza. Per esempio, un eccessivo accumulo di debito pubblico e privato può stimolare la spesa e quindi può controbilanciare la caduta tendenziale dei prezzi quando la produttività aumenta.

Se i prezzi rimangono costanti o aumentano, la caduta tendenziale del tasso di profitto può essere dislocata; le crisi economiche possono prendere la forma di crisi finanziarie piuttosto che di crisi provocate da una caduta della profittabilità.


Valore e Marx: perché sono importanti, Alan Freeman

 

Cinque anni fa fu pubblicato un libro, redatto da me e da Guglielmo Carchedi. In questo libro spiegai quello che pensavo fosse per Marx il lettore ’ingenuo’. "A tale lettore, forse un idealista, scontento dell’oppressione e ingiustizia, desideroso di cambiare il mondo e per questa ragione di capirlo", Marx dice, in breve: ci sono persone che hanno proprietà e persone che non ce l’hanno. Le seconde creano la ricchezza senza la quale le prime non esisterebbero. I ricchi mantengono questa ingiustizia con la oppressione, la falsità, la corruzione e la forza. Essi lottano per il bottino, affliggendo il mondo con mali e sofferenze. Ma l’oggetto del loro desiderio (i creatori di ricchezza) sfugge periodicamente ai loro controlli, provocando disastri sia per i colpevoli che per gli innocenti con indifferenza o tragica o comica. Tuttavia, tale processo dà a coloro che creano ricchezza l’opportunità di rovesciare questo ordine di cose e fondarne uno migliore, se si organizzano consapevolmente a tal fine.

L’opinione che comunemente ci si fa della teoria economica di Marx, includendo l’opinione della stragrande maggioranza degli economisti marxisti, è che tale visione ingenua non possa essere vera. Gli autori nel nostro libro dimostrarono invece che può essere vera. Noi dichiarammo senza mezzi termini: "gli stessi sostenitori di Marx hanno annunciato il fallimento del suo progetto," quello di "rivelare la leggi del movimento economico della società moderna".

Questa comune ma sbagliata opinione ha avuto un impatto incalcolabile su come Marx è percepito dal non-specialista, dal militante, dall’uomo di parte o soltanto dal lettore disinteressato e onesto delle sue opere. L’opinione comune fra gli intellettuali è che, qualunque siano i meriti teorici di Marx nel campo delle scienze politiche e sociali, le sue teorie economiche sono sbagliate. I contributi in questo libro dimostrano che queste accuse sono manifestamente e profondamente false. Non solo le accuse di incoerenza sono infondate, ma non è necessario ’rivedere’ o ’correggere’ Marx per dimostrare ciò. Da questo punto di vista, il nostro libro differisce dagli altri tentativi di difendere la teoria di Marx dai suoi critici che cercano di cambiare o ’correggere’ la sua teoria. Nessuno degli autori sostiene che Marx è immune da errori o che un ulteriore sviluppo del suo pensiero dovrebbe essere evitato; ma Marx non commise gli errori dei quale è stato accusato.

La debolezza decisiva della recente discussione sul valore, come finora è stata condotta nelle riviste italiane, è che, tranne alcune eccezioni, non avendo fatto riferimento a questo dibattito, non è riuscita a presentare il punto di vista di Marx. Si sta vivendo nel passato; si sta ripetendo e rimaneggiando un dibattito che è vecchio di venti anni senza tenere in considerazione i progressi che sono stati fatti in questi venti anni e che radicalmente ribaltano le idee che Sraffa, Colletti e Napoleoni diedero per scontate.

 

La nostra opinione è chiara: quello che la ricerca moderna ha dimostrato è che la teoria di Marx non è sbagliata. Non c’è incoerenza logica. La sua spiegazione della trasformazione è del tutto internamente coerente, la sua legge della tendenza della caduta tendenziale del saggio di profitto è, in termini del concetto di valore che noi abbiamo mostrato essere il suo, priva di errori logici. I cosiddetti ’errori’ di Marx non sorgono dalla sua teoria, ma da un’interpretazione specifica e erronea di quella teoria. Tale interpretazione ebbe la sua origine in von Bortkiewicz, fu introdotta al mondo occidentale da Sweezy, e fu resa matematicamente rigorosa da Seton, da Morishima e infine da Sraffa. Questa teoria soffre di un difetto fatale: non è quella di Marx.

Naturalmente, come in ogni discussione scientifica, noi non asseriamo questo senza prova. Gli articoli che apparvero nel nostro libro, e gli articoli che noi stiamo proponendo per un dibattito in questa rivista, presentano il nostro punto di vista che è già disponibile in inglese in un numero crescente di pubblicazioni. Tale punto di vista è già a disposizione degli interessati in italiano negli scritti di pionieri di questa interpretazione, come Paolo Giussani e lo stesso Guglielmo Carchedi. Purtroppo, è stato grandemente (e scandalosamente) ignorato da troppi partecipanti a questa discussione.

 

Noi non chiediamo che i partecipanti al dibattito accettino i nostri argomenti, che sono chiaramente estremamente controversi, senza esaminarli o discuterli. Noi chiediamo che essi riconoscano che questo punto di vista esiste. Nella misura in cui essi non lo fanno, è nostra opinione che il dibattito non può essere considerato scientifico e che il risultato di tale dibattito è che non è riuscito a presentare al pubblico italiano gli argomenti di Marx adeguatamente. Lo scopo di questa breve introduzione è quello di spiegare perché, secondo me, tutto ciò sia importante.

Prima di tutto, quale è la sostanza della questione? Cavallaro, secondo me, la identifica correttamente. “In terzo luogo, scrive sulla opinione tradizionale del concetto di valore di Marx, scontando la diversità di composizione organica del capitale nei diversi settori della produzione, si deve determinare il saggio di profitto come rapporto tra il plusvalore totale e la somma del capitale costante e capitale variabile, e, una volta dato quest’ultimo, provvedere a rettificare i prezzi dell’output... agli input si debbono applicare gli stessi prezzi dell’output; prezzi relativi e saggio di profitto vengono ora determinati simultaneamente a la Sraffa.”

Il problema è chiaro: Marx non ha mai determinato i prezzi o i valori in tal modo e non è concepibile che lo avesse potuto fare. La supposizione che i prezzi degli input e degli output dovessero essere uguali (altrimenti noto come, e matematicamente identico a, l’assunzione di equilibrio economico) fu imposta solamente da scrittori posteriori. Bortkiewicz stesso, che introdusse questa asserzione, non l’attribuì a Marx, presentandola invece come una correzione necessaria di Marx al fine di renderla coerente con la teoria di Walras, il fondatore della moderna teoria economica neoclassica. Come Gattei (1982) testimonia, la prima lettera di Bortkiewicz a Walras il 9 Novembre 1887 finisce con le parole seguenti: “I suoi scritti, signore, hanno risvegliato in me un interesse vivace nella applicazione della matematica alla economia politica, e mi hanno indicato la strada da prendere nella mia ricerca sulla metodologia della scienza economica”. Di Marx, Bortkiewicz scrisse inoltre: “Alfred Marshall disse una volta di Ricardo: ‘egli non afferma chiaramente, e in alcuni casi forse non si rese conto pienamente e chiaramente come, nel problema del valore normale, i vari elementi si governino reciprocamente l’un con l’altro, e non successivamente, in una lunga catena di cause’. Questa descrizione vale ancora di più per Marx... [che] fu fermamente dell’opinione che gli elementi di cui si tratta debbono essere considerati come una specie di catena causale nella quale ciascun collegamento è determinato, nella sua composizione e la sua dimensione, solamente dai collegamenti precedenti... Le teorie economiche moderne stanno incominciando gradualmente a liberarsi dal pregiudizio successivista, e il merito principale è dovuto alla scuola matematica di Léon Walras”.

 

Bortkiewicz aveva chiara in mente una questione che successivamente fu offuscata: la sua intenzione non era quella di interpretare le idee di Marx ma di cambiarle. Egli voleva rimpiazzare il concetto di Marx del non-equilibrio con un concetto di equilibrio walrasiano. Tuttavia l’idea che si è imposta nelle interpretazioni moderne, a cominciare da Paul Sweezy che dichiarò che il quadro teorico di Marx è quello dell’equilibrio generale, è che questo concetto dell’equilibrio del valore è quello di Marx. Questa è l’origine di tutte le confusioni che circondano i suoi supposti errori.

È nostra opinione che tutti tali errori, e tutte tali incoerenze, non sorgano da Marx ma dal tentativo di interpretare Marx come se fosse un economista dell’equilibrio economico. Il "nodo gordiano" deve essere tagliato. È ora di smetterla di interpretare Marx - il cronista più ardente del fallimento del capitalismo qualsiasi sia il raggiunto equilibrio - come l’esponente di una teoria il cui punto iniziale è quello di supporre l’opposto di questo ovvio stato delle cose.

Se ciò è fatto, le inconsistenze svaniscono e la via è aperta ad una ricerca completamente nuova: invece di indagare su ciò che è sbagliato in Marx, finalmente possiamo incominciare a indagare su ciò che è giusto in Marx. Ovviamente, la sua teoria non è empiricamente giusta per il semplice fatto che essa è logicamente coerente. Il compito della investigazione scientifica è quello di indagare su questo punto attraverso un confronto fra la teoria e i fatti empirici. Il punto è che se questa indagine non fosse colpita da ostracismo, Marx non potrebbe più essere escluso dalla ricerca scientifica; la ’preistoria’ della teoria economica marxista potrebbero finire e Marx potrebbe essere accettato come un teorico legittimo le cui idee costituiscono una alternativa perfettamente valida alle idee dogmatiche e fondamentaliste che costituiscono l’ortodossia odierna.

 

Tuttavia ciò non accade. Perfino i marxisti, dibattendo seriamente la concezione accademica degli ’ errori’ di Marx e di cosa possa essere salvato di essa, ignorano gli argomenti e l’evidenza empirica che ci condurrebbero a considerare almeno la possibilità che Marx non commise nessuno di tali errori. Perché? Questo è ciò a cui dedicherò il resto di questa breve introduzione.

Recentemente fui invitato a Roma dalla Facoltà di Scienze Statistiche dell’Università La Sapienza. La statistica è sempre stata uno dei miei interessi principali ed è la materia di cui sono responsabile al governo britannico. Ovviamente la responsabilità dei pareri che esprimo qui, e questo vale per tutta questa introduzione, è solo mia e non del governo britannico né di qualsiasi dei suoi dipartimenti.

Mi concentro su un punto che gli studiosi di statistica prendono molto seriamente: l’importanza dei concetti analitici. Collegherò questo punto al ruolo, nel pensiero economico, dell’ipotesi dell’equilibrio. Consideriamo prima di tutto la questione dei concetti. Carchedi ha affermato altrove che il requisito più importante, ma assente, nell’analisi politico-economica è la struttura concettuale che è usata per abbordare tale analisi. Questa è un’idea controversa, dato che l’economia positiva suppone che la sua struttura concettuale è ’data’; non si trova nei suoi scritti nessuna nozione che questa struttura deve essere interpretata criticamente, una volta affermata. È semplicemente una nozione comune nella scienza economica.

Generalmente, non si capisce o non si riconosce che un cambiamento nella struttura analitica conduce a un cambiamento nelle conclusioni. Soprattutto, il mio argomento è che tale cambiamento conduce a un cambiamento nelle nostre spiegazioni causali di ciò che osserviamo. In altre parole, se si adotta un insieme diverso di concetti, si ottiene una teoria diversa.

 

Consideriamo il concetto economico più ovvio, quello di output produttivo. Per esempio, l’output della Turchia è cresciuto negli ultimi dieci anni? E in quale rapporto è con la crescita di quello degli Stati Uniti? Se lo si misura in denaro, è indubbiamente cresciuto più velocemente. Nel 1991 era di 638 miliardi di Lire turche e nel 1999 di 838 mila miliardi, una crescita del 1290%. Se lo si misura in dollari, tuttavia, è cresciuto da $125 miliardi a $153 miliardi, una crescita del 22%. Così abbiamo una prova semplice che il prodotto nominale è un concetto inadeguato di produzione perché non ben definito; esso dipende dalla valuta usata. Questa prova sorge senza qualsiasi bisogno di una riflessione concettuale circa la natura dell’inflazione, sorge dalla presentazione stessa dei dati, dalle statistiche che otteniamo dagli studiosi di statistica.

È quindi chiaro che, dietro le molte diverse misurazioni nominali della produzione, ci deve essere qualche cosa di più definitivo, più stabile. Gli economisti hanno perciò sviluppato la nozione di ‘produzione reale’, accettando con ciò l’idea talvolta considerata eretica che l’essenza è diversa dalla sostanza. Il concetto di ’produzione reale’ è un tentativo di esprimere l’idea che dietro al prezzo vi è qualche cosa altro che è indipendente dal prezzo, e che noi possiamo concepirlo come una certa quantità di produzione, come una dimensione fisica.

Tuttavia, anche questo è sbagliato. Di nuovo, la dimostrazione può essere fatta senza ricorso a riflessioni concettuali, considerando i dati stessi. Se per esempio si misura la produzione della Turchia in ’dollari reali’ si scopre che è cresciuta del 2.3% negli ultimi dieci anni. Ma se la si misura in ’Lire reali’ è cresciuta del 31%. E c’è anche un argomento forte in favore della misurazione della produzione della Turchia in Euro reali, il che condurrebbe di nuovo ad un altro dato. Così, di nuovo, qual è la misura della produzione ’veramente reale’?

Quando pongo questi problemi ai miei colleghi economisti, una reazione comune è quella che si tratta di un problema di misurazione. Si presume che vi sia una unico e coerente concetto di ’output’ e l’unica difficoltà sia quella di ottenerne una buona stima.

Questo però non regge. Il prezzo di una pizza non è solo un modo diverso per misurare la sua dimensione; esso esprime una proprietà diversa della pizza. Ugualmente, il valore ’reale’ in dollari della produzione turca esprime qualche cosa di diverso del suo valore ’reale’ in Lire, esprime in un certo senso il potere d’acquisto della produzione turca sul mercato mondiale, in contrapposizione al mercato nazionale. Queste non sono misure diverse dello stesso concetto ma sono un’unica misura di due concetti diversi, e entrambi a loro volta differiscono da un terzo concetto, il prezzo nominale di questa produzione. Tuttavia, la teoria economica procede felicemente come se vi fosse una, e solamente una, cosa, ’la produzione reale’ che può, contro tutta l’evidenza statistica, essere quantificata in una sola maniera, così che le leggi della dinamica economica possono essere espresse unicamente in questi termini.

Inoltre questo non è un problema puramente quantitativo; ha conseguenze qualitative. Se ci venisse chiesto ’la Turchia è cresciuta più velocemente degli Stati Uniti negli ultimi dieci anni?’ noi risponderemmo ’si’ se usassimo un concetto di produzione, e ’no’ se ne usassimo un altro.

Il punto più importante è che tutto ciò conduce a spiegazioni causali diverse, ovvero, a teorie diverse. Se uno desidera spiegare perché o se l’economia della Turchia è cresciuta, è ragionevole indagare sul collegamento causale tra crescita e investimento. Ma in questo caso, in che termini dovrebbe essere espresso questo collegamento causale? Cerchiamo di spiegare l’alto tasso di crescita della Turchia in Lire reali, o il suo più basso tasso di crescita in dollari reali? E che cosa intendiamo per ’investimenti’? Intendiamo investimenti in dollari, investimenti in dollari reali, investimenti in Lire reali, investimenti a costo storico, a costo corrente? Qual è lo stock di capitale? della Turchia, in confronto alle giacenze degli Stati Uniti? Studiosi di statistica disputano su ciò continuamente; gli economisti formulano teoremi apparentemente rigorosi nei quale il problema è trattato come se non esistesse.

 

La teoria economica comunemente accettata sostiene che il capitale è uno dei due fattori centrali della produzione. Tuttavia, se esaminiamo questa semplice idea (che è quotidianamente incorporata in centinaia di modelli econometrici ed è il perno della moderna teoria della crescita economica), ci rendiamo conto che conduce a conclusioni che, se esaminate più da vicino, dipendono criticamente da come sono concepiti i dati immessi in questi modelli. Lo stesso concetto di ’capitale’ è molto più problematico di quanto non appaia a prima vista.

Inoltre, la maggior parte di questi modelli econometrici incorporano una costruzione teorica nota come la funzione della produzione. Nella funzione della produzione troviamo il lavoro oltre al capitale. Si presume che il lavoro e il capitale possano essere sostituiti a vicenda. Ma ciò presuppone che hanno qualche cosa in comune, e questo qualche cosa deve essere quantificabile. È un passo ovvio (ed è in verità un obiettivo degli economisti nel misurare tali concetti come ‘produttività multifattoriale’) quello di tentare di esprimere entrambi gli input nelle stesse unità, non fosse altro che per avere un’idea del loro impatto relativo.

Abbiamo visto che vi sono grandi difficoltà nell’esprimere la nozione di capitale unicamente in termini della sua ’dimensione reale. Questi problemi crescono, piuttosto che diminuire, se tentiamo di misurare il lavoro nello stesso quadro teorico, in termini del costo di acquisto.

Ma il lavoro ha una misura sua propria che non è soggetta alle stesse difficoltà del capitale: il tempo. Il tempo è una caratteristica universale, perfettamente quantificabile, di ogni processo produttivo (con insignificanti, relativistiche, differenze tra il tempo di una persona e quello di un altra). Nulla potrebbe essere più vicino dell’ideale ricardiano di una misura invariante. Perché, allora, non esprimere il capitale in termini della misura naturale del lavoro? Questa sembra essere un’ovvia linea di ricerca anche in termini della teoria neoclassica.

Una disciplina che si rifiuta di investigare una possibilità teorica non può essere considerata scientifica, dato che non considera una possibile spiegazione. Per comportarsi come una scienza dovrebbe esaminare tutte le spiegazioni possibili e confrontarle con l’osservazione empirica. La mancata investigazione di una fondata possibilità teorica indebolisce considerevolmente la pretesa dell’economia di essere una scienza e in particolare di essere una scienza ’positiva’.

Ciononostante, l’economia neoclassica rigetta questa linea di indagine, al punto, con rare eccezioni, di rifiutare perfino di insegnarla, di pubblicarla, di dare agli studenti della materia economica accesso a essa e, in molte occasioni, di dare lavoro a coloro che la accettano. Una esclusione così sistematica equivale ad una forma di censura ed è paragonabile in un certo senso al livello di esclusione della Chiesa nei confronti dell’eresia copernicana.

Quali motivi adduce la teoria economica per non perseguire una ovvia linea di ricerca? Quando la domanda è posta, ci si trova di fronte a due argomenti. Il primo è spesso che la misurazione del prodotto in termini di tempo di lavoro è superata o screditata.

Ma che cosa ha a che fare la verità di una teoria con la sua età? La teoria di Galileo dell’universo fu inventata nel 250 prima di Cristo da Aristarco di Samo, che fu chiamato al tempo di Copernico il Copernico greco. La sua teoria era sbagliata perché aveva 1800 anni? Nella teoria della luce, teorie atomistiche e le teorie dell’onda si avvicendano con qualche regolarità e secondo la teoria moderna la luce deve essere concepita come una combinazione di entrambe le teorie. Sarebbe stato davvero un fisico imprudente colui che all’inizio di questo secolo e alla vigilia della moderna teoria dei quanti avesse abbandonato la teoria delle particelle, vecchia di 200 anni, perché ‘superata’.

Se la teoria economica, nella sua forma moderna, fosse in grado di spiegare adeguatamente tutti i fenomeni che noi osserviamo, potrebbe essere giustificabile abbandonare le teorie per motivi di età. Ma come tutti sanno, e come è ammesso dagli stessi economisti, la teoria economica non spiega né predice gli eventi più elementari, come la attuale recessione. Si dice scherzosamente che gli economisti prevedono il passato perfettamente. Ma gli esperti più di buon senso non si azzardano nemmeno ad indovinare quanto profonda o lunga sarà la recessione attuale, e i fatti hanno dimostrato che la maggior parte di coloro che si sono azzardati a fare tali previsioni hanno sbagliato.

E infine quegli stessi economisti che scartano le teorie basate sul tempo di lavoro per motivi di età non hanno nessun problema con teorie più vecchie e empiricamente molto più problematiche come quella dei vantaggi comparati, o quella della mano invisibile.

Passiamo ora al secondo argomento, cioè che il concetto di produzione e del capitale in termini di tempo di lavoro è stata screditata. Come abbiamo visto, questo argomento è logicamente erroneo, perché dipende dall’idea che per fare tale misurazione si deve usare l’approccio dell’equilibrio di Sraffa. Ma come gli articoli che appaiono in questo rivista dimostrano, e come altri già pubblicati provano, se si fa la misurazione che usa l’approccio del non-equilibrio di Marx, si arriva a risultati completamente coerenti.

Allora, che cosa è stato veramente dimostrato da tutti questi studi? Di fatto, la seguente asserzione: che se si definisce il valore di un prodotto presupponendo che il suo valore non cambia durante il corso della produzione, si incontrano contraddizioni insolubili. Inoltre, si trova che la quantità della produzione, così definita, è identica, a parte un numéraire (un coefficiente universale) a una quantità data completamente dal consumo fisico e dalla produzione di prodotti. Su questa base, si sostiene che la misurazione della produzione in termini di tempo di lavoro è screditata e ridondante.

Bene. Un scienziato concluderebbe come segue:

1) o che non è possibile misurare la produzione in termini di tempo di lavoro (ciò sarebbe soltanto un riformulazione ridondante della produzione in termini di valore d’uso, ovvero, del prodotto fisico o ’reale’);

2) o che non è possibile concettualizzare adeguatamente la produzione in termini di tempo di lavoro scrivendo una serie di equazioni simultanee che presuppongono che l’economia si riproduce perfettamente, e che il prezzo e i valori rimangano costanti durante la produzione.

Prima facie, la prima idea manca di credibilità. Dopo tutto, chiunque sa che un’ora di tempo di lavoro produce molto di più, o molto di meno, a seconda della tecnologia usata. Sarebbe quindi piuttosto strano se risultasse che il numero di ore di lavoro in un prodotto fosse sempre proporzionale alla dimensione del prodotto. Un studioso di statistica che si imbattesse in un tale risultato tornerebbe sui suoi passi e controllerebbe i suoi dati, perché i fatti stessi dimostrano che la teoria non può essere vera. Prima facie, la conclusione più ovvia è che questo metodo per determinare la produzione col tempo di lavoro è un metodo sbagliato, che non fa quello che pretende di fare.

Una quantità crescente di studi, largamente ignorati dall’attuale dibattito italiano, ha provato questo punto, e ha investigato invece la seconda, trascurata, linea di ricerca che conduce a una determinazione diversa e coerente della dimensione della produzione in termini di tempo di lavoro usando l’interpretazione che è diventata nota come il Sistema Singolo Temporale (SST). Sebbene ci sono molti motivi di cautela, studi statistici incominciando a suggerire che questa determinazione offre, o conferma, spiegazioni causali molto diverse e trascurate di alcuni dei più importanti fenomeni delle economie moderne.

In particolare, e concluderò su questo punto, il metodo usato dagli studi sopramenzionati suggerisce che le fasi prolungate di contrazione a livello mondiale del tasso di crescita della produzione (comunque misurato), come quello che stiamo attraversando, può essere spiegato come una conseguenza dello stesso processo di crescita, come un limite che l’accumulazione pone a se stessa. Tale metodo suggerisce che la crisi, e il fallimento del mercato, non sono un risultato di una interferenza esterna nel mercato, o una conseguenza di una regolamentazione insufficiente del mercato, ma sono il risultato del funzionamento del mercato stesso.

Secondo me, il fatto stesso che questa linea di ricerca è stata rigettata e anzi soppressa, è l’evidenza storica più chiara che l’economia non è una scienza. Questo comportamento non corrisponde a quello che dovrebbe essere la scienza, il libero scontro di posizioni, spiegazioni contrastanti della realtà empirica. Non corrisponde alla pratica delle altre scienze, per quanto imperfette.

La risposta, secondo me, va cercata nei meccanismi secondo i quali questa disciplina è organizzata e finanziata. L’economia influenza più di qualsiasi altra scienza sociale le scelte di politica economica e le leve di comando che azionano quei meccanismi che indirizzano il mercato mondiale; prima di tutto il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione Mondiale per il Commercio, le tesorerie delle grandi potenze e così via.

Gramsci disse una volta che il progresso sorge da un’alleanza tra quelli che pensano perché soffrono e quelli che soffrono perché pensano. Sfortunatamente molti di coloro che sono pagati per pensare finiscono per tentare di provare che nessun altro ha il diritto di fare lo stesso. Secondo me, questa è la funzione del paradigma dell’equilibrio; deve convincere quelli che pensano perché soffrono che non c’è alcuna possibilità di porre fine alla loro sofferenza. Questo è perché, se uno adotta il paradigma dell’equilibrio, la possibilità che la nostra realtà possa cambiare è stata definitivamente tolta dal modo in cui è permesso pensare.

Una delle grandi falsità che sorgono dal paradigma dell’equilibrio, cioè dalla la struttura teorica e concettuale dell’equilibrio, è questa: non c’è nulla da fare. La grande ‘macchina della globalizzazione’ è il risultato di un meccanismo automatico che non può essere fermato, una parte dell’ordine naturale delle cose tanto inattaccabile, e inaccessibile, quanto il grande Ordine Divino dell’universo medioevale che Galileo e Copernico riportarono sulla terra e di cui i comuni mortali poterono divenire parte.

Tuttavia, il mondo reale, e il mercato reale, come Mazzetti ha indicato altrove, non è in equilibrio, non si riproduce perfettamente, cambia continuamente i suoi prezzi, non riesce continuamente a vendere i suoi prodotti. La possibilità della crisi è sempre immanente in tale sistema. Se si teorizza le variabile chiave di questo sistema (produzione, investimenti, capitale) in termini di tempo di lavoro, si trova una spiegazione del fatto che questa possibilità non è soltanto latente, ma di fatto si manifesta nel mondo in recessioni periodiche, fasi lunghe di declino con turbolenze politiche e alta disoccupazione e, di grande importanza, la costante e secolare polarizzazione del mondo in un gruppo piccolo di nazioni ricche e uno molto più grande di nazioni povere.

La teoria dell’equilibrio elimina la possibilità della crisi. La ragione decisiva, secondo me, del perché la teoria dell’equilibrio è preferita alla teoria del non-equilibrio in pressoché ogni ramo della teoria economica, è che nel quadro teorico dell’equilibrio è di fatto impossibile formulare una teoria della crisi. Invece, la crisi è sempre vista come il risultato di fattori esogeni; del cattivo governo, della cattiva politica monetaria, della politica tecnologica, del sistema di regolamentazione, dei sindacati, dei comunisti, dei terroristi, degli sceicchi del petrolio - di qualsiasi cosa, di fatto, tranne che del sistema stesso.

 

Eppur si muove. Il sistema produce le crisi. Stiamo attraversando quello che io penso sia la 28esima recessione periodica del capitalismo e la sua quarta onda lunga di declino di accumulazione. Tali eventi si sono manifestati con la regolarità delle comete, con ogni combinazione concepibile di politiche monetarie, di regimi di regolamentazione, di governo politico. Attribuire eventi così regolari, la cui forma è ripetuta più o meno in ciascun caso distinto, a cause storiche e effimere o transitorie mi sembra essere del tutto non scientifico. Chiaramente queste cause esterne interagiscono con, e hanno un impatto profondo sul corso di, queste crisi ma penso che noi dobbiamo considerare almeno la possibilità che il loro determinante ultimo sia il mercato stesso, e questa è l’idea che è intollerabile e inaccettabile da coloro il cui potere e la cui ricchezza derivano da questo mercato.

Perché è inaccettabile? Perché, se è chiaro che il sistema produce le sue proprie crisi, la prospettiva cambia. Quello che veramente accade è questo: il sistema del mercato, e soprattutto il mercato dei capitali, pone i suoi propri limiti a se stesso. Il problema è concepito capovolto perfino da parte degli oppositori più incisivi della globalizzazione, perché in effetti essi accettano il punto di vista teorico che la globalizzazione è un processo automatico e naturale, e limitano i loro obiettivi (decisamente nel caso della Tobin Tax) a ‘gettare un granello di sabbia nel meccanismo’. Non ho nulla contro il gettare sabbia nel meccanismo se ciò migliora la condizione umana, ma il problema è secondo me molto più serio, perché l’intero veicolo esce periodicamente di strada con o senza la sabbia. In questo caso, il problema è completamente diverso: scappare con le minime perdite di vita. Il punto non è quello di fermarlo o di farlo avanzare; questo è un falso dibattito. Il problema è cosa fare riguardo ai terribili risultati che si verificano quando il veicolo si ferma da solo.

Che fare? È precisamente in momenti di crisi che la coscienza umana diviene un fattore. In una macchina veloce su un rettilineo autostradale, il conducente deve stare attento solamente all’acceleratore e perfino questo è automatico nelle macchine americane. Ma se la macchina incomincia a virare, il conducente deve guidare. In questo caso anche piccole azioni contano, e quello che diviene importante non è quanto uno sia grande ma quanto uno conosce. Gli architetti della globalizzazione devono usare una teoria che oscura quello che sta succedendo. Le vittime della globalizzazione hanno bisogno di una teoria che renda chiaro quello che sta succedendo; questo è ciò che la nuova ricerca offre.


Valore e sfruttamento: un approccio controfattuale, Ernesto Screpanti

 

Introduzione [1]

Il recente libro di Bertinotti e Gianni (2000) ha avuto il merito di riaprire in Italia il dibattito sulle teorie del valore e dello sfruttamento, mostrando la rilevanza politica di argomenti che fino a ieri eravamo stati abituati a considerare piuttosto accademici. Cavallaro (2000), Bellofiore (2000) e Mazzetti (2001) hanno dato dei primi contributi a questo rinnovato dibattito. E l’appello di Cavallaro a stare in guardia nei confronti della mistica del valore-lavoro lascia sperare che la ricerca possa procedere oggi lungo i binari giusti, evitando certe forzature scolastiche cui abbiamo assistito in passato, anche se gli interventi di Carchedi (2001), Freeman (2001) e Kliman (2001) sembrano voler uccidere sul nascere questa speranza.

Le domande da porci sono ormai chiare: è proprio vero che per salvare le parti vive dell’analisi marxiana del capitalismo si deve gettare a mare la teoria del valore-lavoro? E che insieme a questa si deve gettare a mare anche la teoria dello sfruttamento, col rischio che di parte viva resti infine ben poco? La mia risposta alla seconda domanda è: no. Alla prima: sì e no. In questo saggio proverò a giustificare tali risposte.

Tenterò innanzitutto una decostruzione della teoria marxiana dello sfruttamento e del valore. Non dirò nulla di nuovo. Mi limiterò a richiamare alcuni risultati della ricerca che sono acquisiti già da qualche decennio. Cercherò però di portare alla luce certe loro implicazioni critiche in merito ai fondamenti ontologici e metodologici della teoria di Marx. Mostrerò che la metafisica su cui poggia la dottrina del valore-lavoro la rende inadatta a dar conto dei rapporti di classe in un’economia capitalistica, mentre la espone a una critica d’incoerenza logica e a una, ancora più grave, di debolezza metodologica. Sosterrò infine che non è possibile dar conto dello sfruttamento in modo coerente ed efficace se si usa la teoria del valore-lavoro. Tutto ciò farò nella prima parte del saggio.

Non è tanto la concezione dello sfruttamento in sé a creare problemi, quanto la stretta connessione che Marx instaurò tra essa e la teoria del valore-lavoro. Perciò l’abbandono di questa teoria non comporta una rinuncia all’analisi dello sfruttamento. Nella seconda parte del saggio enucleerò il nocciolo dell’analisi marxiana del rapporto di sfruttamento e ne tenterò una ricostruzione ricorrendo a un approccio di tipo controfattuale. Eviterò di far ricorso a teorie universali della giustizia o a verità che affermano certezze ontologiche. L’analisi che proporrò fa leva piuttosto sull’assunzione di un punto di vista di classe, sulla base del quale costruirò un modello di mondo ipotetico che può essere usato come pietra di paragone per studiare il capitalismo. Poi, facendo uso di una teoria del valore basata sui prezzi di produzione, mostrerò che è possibile esprimere il saggio di sfruttamento in termini di quantità di lavoro, comandato e incorporato. Cercherò infine di portare alla luce alcune caratteristiche fondamentali del capitalismo, cioè alcune condizioni istituzionali che rendono possibile l’estrazione del plusvalore dal processo produttivo.

Il superamento della teoria del valore-lavoro non implica che questa debba essere gettata a mare. Si tratta soltanto di cambiarne l’uso metodologico. Così, nella seconda parte del saggio mostrerò anche che una misura dei valori in lavoro contenuto può tornare utile proprio per definire le condizioni di scambio prevalenti nel modello di mondo ipotetico usato come controfattuale.

 

1. Sfruttamento e valori-lavoro La dottrina ortodossa dello sfruttamento

A fondamento della teoria marxiana del valore-lavoro ci sono due assiomi. Il primo è quello che potrebbe essere definito “assioma della sostanza del valore”: “un valore d’uso o bene ha valore soltanto perché in esso viene oggettivato, o materializzato, lavoro astrattamente umano (Marx, 1964, I, p. 70). Il secondo potrebbe essere definito “assioma della grandezza del valore”: “come misurare ora la grandezza del suo valore? Mediante la quantità della ‘sostanza valorificante’, cioè del lavoro, in esso contenuta” (Marx, 1964, I, p. 71).

In base a quest’ultimo assioma il valore di una merce coincide con la quantità di lavoro impiegato direttamente e indirettamente per produrla. Quello impiegato direttamente si chiama “lavoro vivo” e coincide col valore aggiunto. Quello impiegato indirettamente si chiama “lavoro morto” e coincide col “capitale costante”, cioè col valore dei mezzi di produzione. Così il valore del prodotto netto aggregato non è altro che il lavoro vivo complessivo. Il salario viene chiamato da Marx “valore della forza lavoro”; se lo si misura in lavoro contenuto si scopre che è uguale alla quantità di lavoro impiegata per produrre i beni salario. Il “plusvalore” infine consiste nella differenza tra il valore del prodotto netto e quello della forza lavoro.

Ora concentriamo l’attenzione su quanto produce un operaio in una giornata di 8 ore lavorative, e poniamo che il valore della forza lavoro, cioè il valore-lavoro del salario giornaliero, sia pari a 4 ore di lavoro. Ciò vuol dire che per produrre i beni salario consumati da un operaio in una giornata lavorativa si deve lavorare 4 ore. Il plusvalore sarà pari a 8-4=4 ore di lavoro. Il saggio di plusvalore, definito come il rapporto tra il plusvalore e il valore della forza lavoro, sarà pari al 100%, cioè a 4/4. Si può dire che l’operaio lavora 4 ore per sé e 4 per il padrone. In forza dell’assioma della grandezza del valore, risulta che il plusvalore coincide con un pluslavoro. E ciò sembrerebbe confermare l’assioma della sostanza del valore, per il quale, si ricorderà, il valore è creato dal lavoro. Sembrerebbe evidente che il plusvalore guadagnato dal capitalista è stato prodotto, cioè creato, dal pluslavoro dell’operaio. Il profitto, in quanto coincide col plusvalore, è il risultato di uno sfruttamento dei lavoratori. Il rapporto tra profitto e salari, se coincide col saggio di plusvalore, sarebbe una misura dell’intensità dello sfruttamento.

Due osservazioni sono degne di nota. La prima è che, siccome i valori-lavoro non sono altro che le quantità di lavoro impiegate per produrre le merci, per determinarli è sufficiente conoscere la tecnica produttiva in uso, cioè i coefficienti di lavoro vivo e morto impiegati nella produzione; non è necessario conoscere la distribuzione del reddito, la grandezza del profitto, del salario e del saggio di sfruttamento. La seconda è che la produttività del lavoro misurata in valori-lavoro, cioè il rapporto tra il valore del prodotto netto e il livello dell’occupazione, è uguale a 1.


[1] Riservandomi ogni responsabilità per eventuali errori, desidero ringraziare Fabio Petri per le critiche e i commenti che ha voluto fare a una precedente stesura di questo saggio.

 

La teoria è logicamente incoerente se applicata a un modo di produzione capitalistico. In un sistema che si trova in equilibrio concorrenziale, le merci si scambiano a prezzi di produzione che garantiscono un saggio di profitto uniforme. Per determinare i prezzi di produzione, dunque, non basta conoscere la tecnica produttiva. È necessario conoscere anche il saggio di profitto o quello di salario.

In generale, se il saggio di profitto è positivo, i prezzi di produzione non coincidono coi valori-lavoro. Inoltre nessuno dei rapporti tra variabili aggregate, misurate in valori-lavoro, coincide con il rapporto tra le stesse variabili misurate in prezzi di produzione. In particolare il saggio di plusvalore non coincide col rapporto profitti-salari. I prezzi di produzione coincidono coi valori-lavoro solo nel caso in cui saggio di profitto è zero.

Marx riteneva che esistesse un algoritmo matematico capace di trasformare i valori-lavoro in prezzi di produzione in modo tale che il saggio di plusvalore aggregato restasse invariato nel passaggio dalla misura in valori-lavoro a quella in prezzi di produzione, così che il saggio di plusvalore fosse comunque uguale al rapporto profitti-salari. In tal modo poteva continuare a trattare il profitto come evidenza immediata del pluslavoro. Ma è stato dimostrato che, quale che sia l’algoritmo usato nella trasformazione, si ottiene sempre un risultato paradossale: in un’economia in cui si producono diverse merci il saggio di sfruttamento resta invariato nella trasformazione dei valori-lavoro in prezzi se e solo se non c’è sfruttamento.

Né si può ripiegare sulla tesi secondo cui non è necessario che il saggio di sfruttamento in valori-lavoro sia uguale a quello in prezzi. Infatti, poniamo che il secondo sia superiore al primo. È possibile misurare il monte salari in modo da farlo coincidere con il valore della forza lavoro. Ma allora il plusvalore in prezzi sarebbe superiore al plusvalore in valori-lavoro. Ne deriva che esisterebbe una parte di profitto che non è stata prodotta dal pluslavoro. Così risulterebbe che possa esserci profitto senza sfruttamento! Comunque la si rigiri, è evidente che la teoria del valore-lavoro fa un pessimo servizio alla teoria dello sfruttamento.

La ragione di questa difficoltà è che i valori-lavoro esprimono rapporti puramente tecnici e astraggono dalle relazioni tra classi sociali. Come ho già osservato, è sufficiente conoscere la tecnica produttiva per determinare i valori-lavoro. Non è necessario sapere nulla sull’assetto istituzionale che regola la produzione, sulle classi sociali che si confrontano nel processo produttivo, sul modo in cui le classi si spartiscono il reddito. Non è necessario nemmeno sapere che si tratta di una economia capitalistica, di un’economia in cui una classe guadagna un profitto e un’altra un salario. Contrariamente ai prezzi di produzione, i valori-lavoro non variano al variare dei rapporti tra classi sociali, ad esempio al variare della distribuzione del reddito. Il valore è un rapporto sociale, secondo Marx (1964, I, p. 106n), “un rapporto tra persone [...] celato nel guscio di un rapporto tra cose”. Dunque dovrebbe esprimere i rapporti sociali e variare col loro cambiamento. Invece i valori-lavoro sono insensibili ai rapporti sociali. Marx appare consapevole di questa proprietà dei valori-lavoro, del fatto che la loro definizione presuppone l’astrazione dall’assetto sociale e istituzionale del capitalismo. Infatti, proprio nel capitolo in cui costruisce la teoria del valore-lavoro, dichiara esplicitamente di astrarre dal salario: “La categoria del salario del lavoro non esiste in genere ancora, a questo grado della nostra esposizione” (Marx, 1964, I, p. 76n). E in una lettera a Engels del 13 gennaio 1859 dichiara altrettanto esplicitamente che astrae dal capitale: “questi fascicoli non contengono ancora nulla sul capitale, ma soltanto due capitoli: 1) La merce, 2) Il denaro” (Marx, 1969, p. 219). “Questi fascicoli” sono quelli di Per la critica dell’economia politica, e contengono la prima versione della teoria del valore che verrà poi ripresentata nel primo capitolo del Capitale.

Emerge qui un paradosso metodologico che è ancora più grave di quello analitico che ho mostrato sopra, del quale peraltro costituisce la causa. Per fondare una teoria dello sfruttamento che è una teoria delle relazioni sociali, si usa una teoria del valore che astrae dalle relazioni sociali (Screpanti, 1993).

 

Come giustificare gli assiomi marxiani?

Sia che il saggio di sfruttamento venga misurato in valori-lavoro, sia che venga misurato in prezzi, resta vero che esiste sfruttamento perché la produttività del lavoro è maggiore del salario. Questo, in poche parole, dice la teoria marxiana: il salario è minore della produttività del lavoro. Ma dal punto di vista “filosofico” l’assioma della sostanza del valore vuole dire molto di più. Afferma, tra l’altro, che il contributo produttivo del lavoro coincide con la produttività media del lavoro. Quindi sostiene che solo il lavoro produce plusvalore. Ora, un assioma è vero per assunzione. Si suppone che la verità che afferma sia evidente e che non abbia bisogno di essere dimostrata. Un assioma rappresenta un presupposto metafisico sulla base del quale altre proposizioni possono essere dimostrate vere. Dunque, è proprio così evidente l’assioma della sostanza del valore?

Perché il contributo del lavoro dovrebbe coincidere con la produttività media? Qualcuno potrebbe preferire postulare che esso coincida con la produttività marginale, cioè con quella del meno produttivo dei lavoratori occupati. E sulla base di tale nuovo assioma sarebbe facile dimostrare che dei lavoratori remunerati con un salario uguale alla produttività marginale del lavoro non risulterebbero essere sfruttati, anche se il profitto fosse positivo. In altri termini l’“evidenza” dell’assioma marxiano deve essere corroborata con qualche argomento convincente. Se un assioma non ha bisogno di essere dimostrato, deve però comunque essere “giustificato”. Postulare che il contributo produttivo del lavoro coincide con la produttività media equivale ad assumere che gli altri requisiti produttivi, i beni capitali e le risorse naturali, non danno alcun contributo. Come può essere giustificata una tale tesi?

Una strategia spesso seguita per rispondere a questa domanda è basata sull’osservazione che il capitale stesso è prodotto dal lavoro, cosicché il suo contributo produttivo si risolve in un contributo del lavoro (Elster, 1978, pp. 10-11). Tale strategia però può solo servire per sostenere che la remunerazione del contributo del capitale, supponendo che un tale contributo esista, deve essere pagata ai lavoratori. Non può servire a dimostrare che il capitale non dà contributi produttivi. Ma è evidente che quella remunerazione dovrebbe affluire ai lavoratori che legittimamente possiedono il capitale, ad esempio perché lo hanno accumulato effettuando dei risparmi, non a quelli che lo hanno prodotto (Van Parijs, 1995). I lavoratori che posseggono del capitale sarebbero dei capitalisti e verrebbero remunerati con un plusvalore corrispondente al suo contributo produttivo. Nel qual caso il salario non potrebbe coincidere con la produttività media del lavoro.

 

Un’altra strategia mira a giustificare l’assioma facendo ricorso all’argomento secondo cui il contributo produttivo del capitale non dovrebbe essere pagato ai capitalisti, anche se la sua proprietà fosse stata acquisita solo con il lavoro e il risparmio. Si ammette l’esistenza di un contributo produttivo del capitale in termini di produttività reale. Tuttavia il fatto che il capitale non sia remunerato implica che in termini di valore solo il lavoro dà un contributo produttivo. Ma perché il contributo del capitale in termini reali non dovrebbe essere remunerato? La ragione sarebbe che i beni capitali sono stati prodotti per mezzo di risorse naturali che, presumibilmente in forza di un qualche diritto naturale, appartengono all’umanità in quanto tale e non possono essere appropriate privatamente (Cohen, 1983, pp. 316-317; 1986, pp. 87-90). Ora, le risorse naturali dovrebbero includere i talenti naturali. È ammissibile che gli individui si approprino privatamente delle proprie dotazioni personali? Se la risposta a questa domanda è positiva, allora non si può sfuggire alla conclusione che i beni capitali prodotti mediante l’uso dei talenti personali sono posseduti legittimamente e quindi devono essere remunerati. Se la risposta è negativa, allora si deve concludere che neanche il lavoro vivo ha diritto di essere pagato secondo il proprio contributo produttivo, dal momento che questo consiste in un flusso di servizi scaturenti da dotazioni di risorse personali.

Marx ad ogni modo ha messo bene in chiaro che anche la terra e il capitale contribuiscono alla produzione delle merci [1]. Ma ha insistito sull’idea che solo il lavoro produce nuovo valore, solo esso è sostanza di valore. La sua strategia per giustificare l’assioma della sostanza del valore fu molto semplice: postulò l’assioma della grandezza del valore. Ovviamente, se è la creazione di valori-lavoro che conta, piuttosto che la produzione di beni fisici, e se la grandezza del valore coincide con una quantità di lavoro contenuto, l’assioma della sostanza del valore sembra piuttosto pacifico: poiché la produttività del lavoro è uguale a 1, cioè il valore prodotto con un’ora di lavoro equivale a un’ora di lavoro, sembra evidente che solo il lavoro può aver prodotto quel valore. Ma allora l’attenzione si sposta sull’assioma della grandezza del valore: qual è l’evidenza che tale grandezza coincide col lavoro contenuto? Dopo tutto una misura è una convenzione.

Marx in realtà riteneva che la misura in lavoro contenuto fosse qualcosa di più di una semplice convenzione. Pensava che fosse l’unica misura in grado di esprimere la sostanza del valore, di esprimerla in modo tale da spingere l’analisi dello sfruttamento al di là delle apparenze dei prezzi. Ma è chiaro che quella in lavoro contenuto può essere intesa come la misura autentica della grandezza del valore, e non come una convenzione contabile o un espediente euristico, solo se il lavoro è sostanza del valore. Così l’assioma della grandezza del valore acquista rilevanza ontologica proprio in quanto è sostenuto da quello della sostanza del valore.

In altri termini i due assiomi si sostengono l’un l’altro. Si può credere che la misura della grandezza del valore in lavoro contenuto rivela la sostanza del valore poiché si assume che il lavoro è “sostanza valorificante”. D’altra parte sembra che si possa far passare quest’assunzione come un semplice riconoscimento dell’evidenza perché si postula che la grandezza del valore sia misurata in lavoro contenuto. Ha senso tutto ciò? Il punto è che, se la misura in valori-lavoro avesse senso, sia pure solo a livello aggregato, le apparenze degli scambi effettuati in base ai prezzi non dovrebbero contraddire la sostanza del valore-lavoro, anche se contribuissero ad offuscarla. Invece, come ho mostrato nel paragrafo precedente, la contraddicono. Dunque la teoria è basata su due assiomi che si sostengono l’un l’altro, senza però che sia possibile giustificare né l’uno né l’altro. Sembra proprio non avere torto Sraffa, quando parla di “mistica del valore”.

 

2. Sfruttamento senza valori-lavoro Un controfattuale di classe

Ritengo che i lavoratori siano in grado di concepire un’alternativa ammissibile al capitalismo che giudicano migliore di esso. Ammissibile, nel senso che è realizzabile sulla base della dotazione delle risorse e delle tecniche in uso nell’economia capitalistica di riferimento, e solo cambiandone le istituzioni e la distribuzione del reddito. Migliore, nel senso che i lavoratori vivrebbero meglio in essa che nel capitalismo.

Chiamerò “Utopia” la migliore di tutte le alternative ammissibili. [2] I lavoratori, per definizione, si appropriano dell’intero prodotto netto in Utopia, cosicché il loro reddito medio coincide con la produttività media del lavoro. Potrebbero così pensare che, se possono aumentare il proprio reddito passando in Utopia e continuando a produrre come prima e con le stesse tecniche di prima, allora non è per ragioni tecniche che guadagnano meno della propria produttività nel capitalismo, ma solo a causa dell’assetto istituzionale. Potrebbero convincersi che, se possono appropriarsi di tutto il prodotto solo cambiando le istituzioni ed abolendo la classe dei capitalisti, vuol dire che non hanno bisogno dei capitalisti per produrre e quindi che tutto ciò che è prodotto lo producono loro. In altri termini, potrebbero pensare che il loro contributo produttivo coincide con ciò che guadagnano e producono in Utopia, visto che ciò che producono lì lo possono produrre ovunque, date le tecniche. Poi, confrontando il mondo capitalistico con Utopia i lavoratori si accorgono che nel primo essi stanno peggio perché il salario è più basso della propria produttività, e si sentono per ciò sfruttati nel capitalismo.

Il riferimento controfattuale [3] all’Utopia sembra un po’ intellettualistico e fantasioso, sembra allontanarci da quel sano richiamo al mondo concreto a cui ci ha abituato il primo capitolo de Il capitale. In realtà il ragionamento controfattuale è esperienza quotidiana di tutti noi. Ricorriamo ai controfattuali ogni volta che ci domandiamo se il prezzo di un prodotto non è troppo alto rispetto a uno che consideriamo, sia pur vagamente, come “equo”, o una pensione o un salario non sono troppo bassi. Ricorre a ragionamenti controfattuali l’operaio che valuta la misura dello sfruttamento e del benessere sociale dal tipo di automobili che ha il padrone e dall’inutilità della sua vita: sarei meno sfruttato se il valore di quella Ferrari si risolvesse in salari, e staremmo tutti molto meglio se quel porco volesse lavorare invece di trastullarsi col gioco in borsa.

La teoria che presento qui non è altro che una formalizzazione di questo tipo di argomentazione. L’idea dello sfruttamento implica un giudizio sulla destinazione del prodotto del lavoro. Il ragionamento controfattuale rinvia alla convinzione che una destinazione diversa da quella vigente nel capitalismo è ammissibile. La persuasione che è possibile migliorare le condizioni di vita dei lavoratori, senza dover necessariamente cambiare le tecniche in uso, è tutt’uno con quella secondo cui il profitto non remunera il contributo produttivo di alcunché. Sostengo che, a dispetto di ogni egemonia ideologica del capitale, queste idee, convinzioni, persuasioni sono componenti vitali del senso comune che esprime la condizione operaia contemporanea.

L’assunzione di un punto di vista di classe, piuttosto che di uno basato su una metafisica universale, orienta la filosofia marxista verso una rifondazione non essenzialista delle teorie del valore e dello sfruttamento.

Nel caso della teoria del valore, il punto di vista di classe consente di partire da assiomi che non assumono il significato di proposizioni relative all’essenza di qualcosa. Il problema di quale sia la sostanza del valore, o di chi lo “crei”, non si pone nemmeno. Infatti si tratta di prendere sul serio la tesi marxiana secondo cui il valore è una relazione sociale - prenderla sul serio, cioè, intendendola nel senso che il valore è soltanto una relazione sociale, che non c’è nessuna essenza dietro le relazioni sociali. Ci sono solo dei rapporti di produzione e di mercato, di lotta, di potere e di divisione del lavoro, attraverso cui gli agenti sociali producono e si spartiscono i beni. Questi rapporti non stanno dietro le relazioni sociali: essi sono le relazioni sociali.

Inoltre l’assunzione di un punto di vista di classe fornirà una giustificazione sensata all’assioma che fonda la teoria dello sfruttamento. Non sarà una giustificazione del tipo richiesto dall’assioma della sostanza del valore. D’altronde non c’è bisogno di far coincidere il plusvalore col pluslavoro per sostenere la tesi dello sfruttamento. Né sarà una giustificazione empirista del tipo che sostiene che la cosa è evidente alla luce di una semplice osservazione della realtà. Una giustificazione del genere non è convincente perché non c’è dato empirico che possa essere raccolto e interpretato senza far riferimento a una teoria e a un punto di vista. Non sarà infine una giustificazione di tipo etico, del tipo cioè che presuppone una universale filosofia della giustizia. Un tale approccio lo rifiuto perché mi sembra che nessuna onesta filosofia della giustizia può essere formulata ponendosi al “di sopra delle parti”.

 

 [1] Data una tecnica produttiva che usa terra, lavoro e mezzi di produzione secondo determinati coefficienti tecnici, non è possibile ottenere nessuna merce senza usare terra e capitale. Dunque questi requisiti produttivi sono necessari all’attività lavorativa e contribuiscono alla produzione. Il problema è: quanto contribuiscono alla produzione del prodotto netto? La distinzione del prodotto netto da quello lordo rinvia a un sistema di contabilità e quindi presuppone una teoria del valore: il prodotto netto è il valore che nel processo produttivo viene aggiunto a quello delle anticipazioni tecnicamente necessarie. L’idea marxiana che il capitale contribuisca alla produzione delle merci non ha niente a che vedere con quella marginalista, secondo cui esso dà un contributo produttivo alla creazione del valore aggiunto.

[2] Non è la migliore di tutte le alternative possibili. L’ammissibilità, come l’ho definita qui, implica che le tecniche siano le stesse che vengono usate nell’economia capitalistica di riferimento. Va da se che in un mondo governato dai lavoratori cambierebbero radicalmente sia il modo di produrre che le cose da produrre. Ma la definizione di un’alternativa di questo tipo non è necessaria per sostenere il ragionamento con cui intendo giustificare la tesi dello sfruttamento.

[3] Un approccio del genere è stato sviluppato, tra gli altri, da Roemer (1982), ma in una direzione sostanzialmente diversa da quella seguita qui. Roemer, ad esempio, dà molta importanza alla distribuzione dei diritti di proprietà, che io invece ignoro del tutto. Per delle valutazioni critiche della teoria di Roemer vedi Petri (1989) e Reiman (1989).

Per quanto è a mia conoscenza, il primo a proporre un’interpretazione della teoria marxiana del valore-lavoro e dello sfruttamento in termini controfattuali fu Croce (1927), il quale però aveva la pretesa, secondo me erronea, che Marx stesso ragionasse in quei termini. Anche Bellofiore (2000) propone un uso controfattuale della teoria del valore-lavoro pretendendo di attribuire tale uso a Marx. Un interessante approccio controfattuale proposto da Petri (1989, p. 233) mostra che il pluslavoro si risolve in profitti solo per motivi istituzionali e non per motivi tecnici.

 

 

Una definizione, un assioma e un teorema

Come ho già notato, una volta sfrondata della metafisica, la concezione marxiana dello sfruttamento si riduce alla proposizione secondo cui il salario è minore della produttività media del lavoro. È possibile fondare una solida teoria dello sfruttamento su questa proposizione? Sostengo non solo che è possibile, ma anche che ne può risultare un’analisi molto più pregnante e illuminante di quella ortodossa.

Comincerò con una “definizione di sfruttamento capitalistico”: c’è sfruttamento capitalistico del lavoro nella produzione quando il contributo produttivo dei lavoratori è maggiore del loro salario. La definizione non specifica alcunché riguardo alla distribuzione dei diritti di proprietà. Così è possibile applicarla al capitalismo in generale. In Screpanti (2001a, 2001b) mostro che, per caratterizzare un modo di produzione come capitalistico, è sufficiente postulare che il reddito da lavoro si configura come salario e che il capitale si valorizza tramite la produzione e l’investimento di un plusvalore. Il capitalista estrae dai lavoratori un contributo produttivo. Se tale contributo lo mette in grado di guadagnare dei profitti, e quindi di valorizzare il capitale, dico che c’è sfruttamento capitalistico. La definizione implica che un qualche soggetto diverso dai lavoratori ha il controllo del loro contributo produttivo e che tale soggetto sia un capitalista, cioè che operi per la valorizzazione e l’accumulazione del capitale.

Sorge immediatamente il problema di stabilire in cosa consiste il contributo produttivo del lavoro. Sulla base dell’argomentazione controfattuale presentata nel paragrafo precedente, ritengo che si possa postulare il seguente “assioma della produttività”: Il contributo produttivo del lavoro coincide con la produttività media del lavoro.

Si consideri un’azienda in cui si produce grano per mezzo di grano e lavoro. Ci sono tre dipendenti, uno dei quali produce 20 quintali di grano l’anno, un altro 15 quintali e un altro 10. La produttività media del lavoro è (20+15+10)/3=15. Si supponga che ogni lavoratore sia remunerato con un salario pari a 10 quintali di grano l’anno. Allora l’assioma della produttività e la definizione di sfruttamento consentono di concludere che i lavoratori sono sfruttati [1] capitalisticamente e precisamente che sono sfruttati a un saggio del 50%, cioè al saggio (15-10)/10=1/2.

Il modello grano-grano è una semplificazione. Più in generale si può studiare un’economia in cui si producono molte merci per mezzo di se stesse e lavoro. Nel qual caso la produttività del lavoro, il salario e il saggio di sfruttamento saranno misurati in termini di prezzi. Lo sfruttamento può essere provato astraendo dalla merce scelta come unità di misura. Inoltre il saggio di sfruttamento può essere misurato con precisione in termini di prezzi ed è indipendente dalla merce scelta come misura.

Si può formulare il seguente “teorema dello sfruttamento capitalistico”: Si verifica sfruttamento capitalistico dei lavoratori quando il salario è inferiore alla produttività media del lavoro. La dimostrazione del teorema è immediata e può essere ottenuta da un semplice ragionamento basato sulla definizione di sfruttamento e sull’assioma della produttività.

Certo, è un teorema che sembra un po’ tautologico, ma chi può pretendere di più dalla logica? D’altra parte gli assiomi sono veri per assunzione, e non si può fare nulla per convincere chi non vuole essere convinto. L’importante è che non siano contraddittori, perché in tal caso non convincerebbero neanche chi vorrebbe esserlo. Così tutto fa leva su un punto di vista particolare, ché tale è sempre quello che sostiene la convinzione della validità degli assiomi. Ebbene sostengo che l’assunzione del punto di vista della classe operaia è sufficiente per giustificare la postulazione dell’assioma della produttività e il teorema che ne consegue.

 

Il saggio di sfruttamento

Nell’esempio fatto nel paragrafo precedente il saggio di sfruttamento, σ, è misurato in termini di grano, e risulta essere pari a σ = (45-30)/30 = 15/10-1, dove 45 è il prodotto netto, 30 il monte-salari, 15 la produttività media del lavoro e 10 il salario per addetto. Più in generale, se si producono molte merci, il prodotto netto viene calcolato in termini delle quantità di beni prodotti, y, moltiplicate per i loro prezzi, p, ed è py. Il monte-salari viene calcolato come il salario monetario, w, moltiplicato per il numero dei lavoratori occupati, L, ed è wL. Perciò il saggio di sfruttamento in prezzi è pari a

=py/L è la produttività del lavoro in prezzi e π Lc=py/w il lavoro “comandato” dal prodotto netto, cioè quello che può essere acquistato, al salario corrente, spendendo l’intero prodotto netto. Il secondo rapporto della formula è ottenuto dal primo dividendo numeratore e denominatore per L; il terzo è ottenuto dividendo per w.

Il fattore di sfruttamento, 1=L#c/L, può essere interpretato come un rapporto tra il lavoro comandato dal prodotto netto e quello in esso contenuto. Si noti che, nonostante sia derivato da un rapporto tra redditi monetari, si presenta come un rapporto tra due quantità di lavoro. È maggiore di 1 se i capitalisti guadagnano un profitto e i lavoratori percepiscono un salario inferiore alla produttività del lavoro. Quando accade ciò, vuol dire che la quantità di lavoro che può essere comandata dal prodotto netto è maggiore di quella richiesta per produrlo. Questa misura dello sfruttamento ha qualche vantaggio rispetto a quella usata da Marx. Il saggio di sfruttamento marxiano è un rapporto tra due quantità di lavoro incorporato e quindi, come s’è visto, diverge da una misura in termini di prezzi. La misura in lavoro comandato/incorporato invece è sempre uguale a quella in termini di prezzi.

Tuttavia le variabili espresse in lavoro comandato e incorporato, pur essendo tecnologicamente omogenee, sono concettualmente differenti. Infatti quella che appare al numeratore di Lc/L è una quantità di lavoro comandato ex post, cioè dopo che il processo produttivo si è chiuso, mentre quella che appare al denominatore è una quantità di lavoro comandato ex ante, cioè prima della chiusura del processo produttivo. Il lavoro contenuto può essere inteso, sia come la quantità di lavoro che il capitalista ha comprato prima dell’avvio del processo produttivo, sia come il numero di lavoratori su cui il capitale esercita il comando nel processo produttivo. In tal modo il fattore di sfruttamento può essere interpretato come un moltiplicatore dell’accumulazione. Quando è maggiore di 1 si può dire che c’è un potenziale di valorizzazione e accumulazione del capitale, ovvero un potenziale di incremento del comando capitalistico sul lavoro. E si può dire che ciò accade perché i capitalisti possono comandare al termine della produzione più lavoro di quanto ne hanno comandato nella produzione stessa, più lavoro per avviare un nuovo processo produttivo di quanto ne è stato usato nel vecchio processo. Ciò è reso possibile dal fatto che i lavoratori non possono trattenere per sé l’intero reddito che producono. Ci può essere valorizzazione e accumulazione del capitale perché c’è sfruttamento.

/w=L#Si noti che vale l’uguaglianza πc/L. Il fattore di sfruttamento può anche essere interpretato come il rapporto tra il valore del prodotto netto nel capitalismo, nel quale gli scambi avvengono ai prezzi, e il valore del prodotto netto in Utopia, in cui gli scambi si verificano ai valori-lavoro. Questo rapporto dunque implica un raffronto controfattuale. Quando è maggiore di 1 vuol dire che la produttività del lavoro è maggiore del salario, che il capitalismo riesce ad estrarre dai lavoratori più reddito di quanto questi ne consumano per produrre il prodotto netto. Per questa ragione il valore del prodotto nel capitalismo è maggiore di quello che si avrebbe in Utopia.

Quando il fattore di sfruttamento è uguale a 1 non c’è valorizzazione del capitale, il saggio di profitto è nullo, i salari coincidono col prodotto netto, il lavoro comandato dal reddito coincide con quello in esso contenuto e le merci si scambiano ai valori-lavoro. Nel qual caso non c’è sfruttamento. I lavoratori staranno meglio in questa società piuttosto che in una in cui le merci si scambiano ai prezzi di produzione. Non è una questione di giustizia. È solo il fatto che, quali che siano le preferenze nel consumo e le preferenze sociali dei lavoratori, essi possono fare o comprare in Utopia tutto quello che possono fare o comprare nel capitalismo e qualcosa di più.

 

Alcune implicazioni istituzionali

Tornando alla formula dello sfruttamento, può essere utile riflettere su ciò che le sue diverse espressioni dicono, oltre che su certe cose che non dicono. Si potranno così afferrare alcune caratteristiche fondamentali del capitalismo.

In primo luogo quella formula dice qualcosa sull’assetto istituzionale di questo modo di produzione. Chiarisce che i lavoratori sono sfruttati attraverso il pagamento di un salario, che sono lavoratori dipendenti. 1+σ infatti può essere interpretato come un fattore di sfruttamento sulla base dell’assioma della produttività. Può essere espresso come π/w, cioè come un rapporto tra la produttività del lavoro e il salario. Quando la prima variabile è maggiore della seconda c’è sfruttamento in forza di quell’assioma. Così si viene a sapere che il salario, e quindi il contratto di lavoro, è un’istituzione fondamentale del capitalismo.

Marx è stato tra i primi ad afferrare il ruolo svolto dal sistema del salario nel creare le condizioni del dispotismo del capitale in fabbrica. Il meccanismo di estrazione del plusvalore poggia su un rapporto di potere. I lavoratori sono pagati per il valore d’uso del lavoro che offrono, non per il contributo produttivo del loro lavoro, né per il lavoro che in Utopia viene incorporato nel valore del prodotto netto. E in effetti la formula dello sfruttamento chiarisce che il prodotto netto: 1) non è una quantità di lavoro incorporato; 2) non è ciò che viene pagato ai lavoratori.

 

La formula dice che ci può essere sfruttamento capitalistico nella produzione se e solo se la produttività del lavoro è superiore al salario. Ma la produttività è determinata nel processo di produzione, non nel mercato. Così si viene anche a sapere che, per l’emergere dello sfruttamento, è necessario che il processo lavorativo sia sottratto al controllo dei lavoratori e sia controllato dai capitalisti. Lo sfruttamento è possibile, non perché i lavoratori vendono una merce il cui valore è superiore a quello della forza lavoro, ma perché i capitalisti hanno il controllo del processo lavorativo e possono quindi regolarlo in modo da estrarne un plusvalore. Il che, a sua volta, è reso possibile da un’istituzione transattiva che attribuisce ai datori di lavoro un potere di comando sui lavoratori. Tale istituzione è il contratto di lavoro (Ellerman, 1992; Screpanti, 2001a, 2001b), un contratto che i lavoratori accettano di stipulare in cambio di un salario.

Ma cos’è che i lavoratori effettivamente danno ai capitalisti in tale scambio? Be’, è un impegno all’obbedienza. I lavoratori vendono la rinuncia alla propria libertà per un certo numero di ore al giorno. “L’operaio libero [...] vende se stesso, e pezzo a pezzo. Egli mette all’asta 8, 10, 12, 15 ore della sua vita, ogni giorno, al migliore offerente” (Marx, 1945, p. 19). Ciò che Marx chiama “valore d’uso della forza lavoro”, e che identifica con ciò che i lavoratori danno in contropartita del suo “valore di scambio”, è in realtà la prerogativa all’uso dei lavoratori stessi nel processo lavorativo, una prerogativa che pertiene al capitalista in forza del contratto di lavoro. La possibilità che la produttività del lavoro sia maggiore del salario si fonda sul controllo capitalistico della produzione e non sullo scambio di mercato. Nel “mercato” viene fissato il prezzo che i lavoratori accettano per il loro impegno all’obbedienza, mentre la produttività del lavoro è determinata nel processo produttivo in forza del potere di comando che i capitalisti hanno acquistato col contratto di lavoro.

In secondo luogo la formula dello sfruttamento non dice nulla riguardo alla distribuzione dei diritti di proprietà, ed è compatibile con molte diverse forme capitalistiche, dalla proprietà privata a quella statale, dal capitalismo di mercato a quello di piano. Non dice niente neanche sull’esistenza di un saggio di profitto uniforme, ed è quindi compatibile sia con un sistema di mercato concorrenziale, sia col monopolio e l’oligopolio, sia infine con l’accentramento burocratico.

Le decisioni d’investimento e di allocazione delle risorse possono anche essere prese da un organo politico centrale. Quello che conta è che non vengano prese dai lavoratori. Altrimenti non si può parlare di sfruttamento del lavoro. Il prodotto netto è controllato da chi ha il controllo del processo produttivo e, se il contratto di lavoro sottrae quest’ultimo dalla portata dei lavoratori, vi sottrae anche il primo. D’altronde se i lavoratori controllassero il prodotto e la sua distribuzione, la loro remunerazione non si configurerebbe più come salario, bensì come divisione democratica del valore aggiunto. In conclusione la presenza del salario nella formula dello sfruttamento fornisce un’altra informazione essenziale, e cioè che, qualunque sia il regime di proprietà e la forma di mercato, i lavoratori non hanno il controllo dell’output.

In terzo luogo la formula dello sfruttamento dice che non è necessario che il plusvalore venga consumato dai capitalisti. È sufficiente che siano loro a decidere quanto consumarne e quanto investirne. I lavoratori sarebbero pur sempre sfruttati, visto che le decisioni di spesa del plusvalore resterebbero fuori della loro portata. La formula dice qualcosa sull’esistenza di un plusvalore, non sulla maniera in cui questo viene speso. Lo sfruttatore priva i lavoratori, non solo della libertà di scelta del modo di produrre, ma anche della libertà di scelta del modo di usare il plusvalore (Van Parijs, 1995, p. 139).

 

Infine la formula, benché non dica niente sui modi di spesa del plusvalore, dice però che esso costituisce un potenziale d’accumulazione e di valorizzazione del capitale. Infatti il fattore di sfruttamento, in quanto rapporto tra lavoro comandato dal prodotto netto e lavoro in esso contenuto, rappresenta una misura del fattore d’accumulazione massimo. Il quale sarà tanto più grande quanto più basso è il salario relativo, quanto minore è la quota di prodotto di cui si riappropriano i lavoratori. Insomma la possibilità dell’accumulazione è intrinseca al sistema del salario. Non solo i lavoratori come classe accettano le catene della produzione capitalistica sottoscrivendo un contratto di lavoro, ma accettano di lavorare al possibile rafforzamento delle proprie catene ogni volta che subiscono una riduzione della quota salari. Dunque la formula dello sfruttamento fa capire che l’accumulazione del capitale, in quanto possibilità intrinseca del capitalismo, è una sua caratteristica essenziale. Se il capitale è un rapporto di produzione, non lo è a causa della proprietà privata dei mezzi di produzione; lo è a causa della propria connaturata tendenza all’autovalorizzazione e all’accumulazione.

 

[1] Qui lo sfruttamento è riferito all’insieme dei lavoratori, non al singolo. Se fosse definito su base individuale, il lavoratore meno produttivo risulterebbe non essere sfruttato. Ma si assume che tutti e tre i lavoratori siano necessari per l’adempimento dei compiti produttivi.

 

 

Conclusioni

Il modello dell’Utopia del valore-lavoro è risultato utile nella formulazione della teoria qui proposta, perché ha consentito di definire il fattore di sfruttamento nei termini di un rapporto tra due quantità di lavoro, quello comandato dal prodotto netto e quello in esso contenuto. La differenza quantitativa e concettuale tra lavoro comandato e lavoro contenuto viene meno quando scompare lo sfruttamento. Ad ogni modo, ciò che rende veramente utile il modello dell’Utopia non è tanto il fatto che in esso lo scambio avviene ai valori-lavoro. Lo è piuttosto il fatto che i lavoratori interpretino la superiorità di Utopia in termini di assenza di sfruttamento. Volendo, quindi, si può generalizzare la teoria facendo a meno del valore-lavoro anche in Utopia.

Il merito principale dell’analisi controfattuale svolta nella seconda parte di questo saggio risiede nella sua capacità di enucleare alcune caratteristiche fondamentali dello sfruttamento capitalistico. E le caratteristiche enucleate risultano essere due. Una è di tipo economico, ed è la produzione di plusvalore. L’altra è di tipo istituzionale, ed è il contratto di lavoro. La prima crea le condizioni per l’autovalorizzazione del capitale. La seconda crea quelle del comando capitalistico nel processo lavorativo.

Qualsiasi società che abolisca queste due caratteristiche è una società che supera il capitalismo e lo sfruttamento. Cosicché è possibile generalizzare la teoria. Si può leggere il denominatore di Lc/L come una misura del valore del prodotto netto in Utopia, anche ammettendo che in essa le merci non si scambiano ai valori-lavoro. I redditi dei lavoratori possono essere differenziati, ad esempio in funzione delle abilità personali, dell’intensità degli sforzi individuali e delle vocazioni o preferenze lavorative, oppure il reddito netto può essere almeno in parte distribuito e prodotto in base al criterio “a ognuno secondo i suoi bisogni, da ognuno secondo le sue capacità”. Così i valori delle merci in Utopia non dipenderebbero più solo dalle quantità di lavoro contenuto. La formula ci dice ugualmente che, se non deve esserci sfruttamento capitalistico: 1) il profitto deve essere nullo, 2) nessuno potrà vendere il proprio tempo di vita in cambio di un salario. Quando ciò accadrà il valore del prodotto netto sarà uguale a quello della forza lavoro e questa cesserà di essere considerata “forza lavoro”.

 

BIBLIOGRAFIA

 

Bellofiore R. 2000, “Lavoro vivo, valore in processo e trasformazione”, Critica Marxista, n. 5, pp. 41-55.

Bertinotti F. e Gianni A. 2000, Le idee che non muoiono, Milano: Ponte alle Grazie.

Carchedi G. 2001, “Il problema inesistente: la trasformazione dei valori in prezzi in parole semplici”, Proteo, 2, pp. 96-99.

Cavallaro L. 2000, “Napoleoni e il problema della trasformazione dei valori in prezzi”, Critica Marxista, n.5, pp. 26-40.

Cohen G. A. 1983, “More on Exploitation and the Labour Theory of Value”, Inquiry, 26, pp. 309-31.

Cohen G. A. 1986, “Self-Ownership, World-Ownership and Equality”, Part II, Social Philosophy and Politics, 3, pp. 77-96.

Croce B. 1927, Materialismo storico ed economia marxistica, Bari: Laterza.

Ellerman D. P. 1992, Property and Contract in Economics: The Case for Economic Democracy, Oxford: Blackwell.

Elster J. 1978, “Exploring Exploitation”, Journal of Peace Research, 15, pp. 3-17.

Freeman A. 2001, “Valore e Marx: Perché sono importanti”, Proteo, 2, pp. 90-95.

Kliman A. 2001, “Se è corretto non correggetelo”, Proteo, 2, pp. 100-107.

Marx K. 1945, Lavoro salariato e capitale, Roma: Società Editrice ‘L’unità’.

Marx K. 1964, Il Capitale, 3 voll, Roma: Editori Riuniti.

Marx K. 1969, Per la critica dell’economia politica, Roma: Editori Riuniti.

Mazzetti G. 2001, “Lo sfruttamento è davvero anacronistico? La questione del valore lavoro al di là dell’economia e della filosofia”, Critica Marxista, n. 1, pp. 31-43.

Petri F. 1989, “Lo sfruttamento nel capitalismo e nel socialismo”, in B. Jossa (a cura di), Teoria dei sistemi economici, Torino: UTET, 1989, pp. 225-63.

Reiman J. 1989, “ An Alternative to ‘Distributive Marxism: Further Thoughts on Cohen, Roemer and Exploitation”, Canadian Journal of Philosophy, suppl. 15, pp. 299-331.

Roemer J. E. 1982, A General Theory of Exploitation and Class, Cambridge Mass.: Harvard University Press.

Screpanti E. 1993,Sraffa after Marx: a New Interpretation”, Review of Political Economy, 5, pp. 1-21.

Screpanti E. 2001a, The Fundamental Institutions of Capitalism, London: Routledge.

Screpanti E. 2001b, “Contratto di lavoro, regimi di proprietà e governo dell’accumulazione: verso una teoria generale del capitalismo”, Proteo, prima parte: n. 1, pp.70-81, seconda parte: n. 2, pp. 108-123.

Van Parijs P. 1995, Real Freedom for All: What (if Anything) Can Justify Capitalism? Oxford: Clarendon.


Valori e prezzi: un “non problema” o una contraddizione?, Luigi Cavallaro

 

1. Nel presentare i tre contributi dedicati al “non problema della trasformazione dei valori in prezzi” recentemente apparsi su questa rivista (cfr. Freeman 2001; Carchedi 2001; Kliman 2001), la “premessa” redazionale ricordava opportunamente che il pensiero economico marxiano si connota per la teoria del valore-lavoro, la teoria delle classi e la dialettica. Delle tre, l’ultima è quella veramente indispensabile: Marx senza dialettica è come Cartesio senza cogito.

Disgraziatamente, la dialettica è difficile, perché urta con il buon senso. Dire che A è identico ad A e contemporaneamente ne è diverso suona come una stupidaggine. Eppure, di simili ‘stupidaggini’ facciamo quotidianamente esperienza, financo sul nostro corpo: sempre uguale, perché è il nostro e non quello di un altro, e sempre diverso, perché la nascita e la morte di migliaia di cellule epiteliali, nervose ecc., lo modificano di continuo, determinandone il passaggio (la trasformazione) da uno stato all’altro (infanzia, adolescenza, maturità, vecchiaia, morte).

Il fatto è che da quando gli uomini si volsero a conoscere il mondo che li circondava - un mondo perennemente in movimento, in cui tutto trapassa da uno stato all’altro (e difatti panta rei, tutto scorre, diceva il vecchio Eraclito) - si resero conto che, per mettere un po’ d’ordine nella loro esperienza, dovevano trattare una cosa per volta, separandola dal contesto entro cui si trovava e analizzandola per se stessa. Le cose e le loro immagini riflesse nel pensiero divennero così oggetti isolati d’indagine, da studiarsi separatamente l’uno dall’altro e, proprio per ciò, il discorso della scienza moderna divenne - come soleva dire Engels - “sì, sì; no, no”. Una cosa, si disse, esiste o non esiste; positivo e negativo si escludono a vicenda, causa ed effetto pure. Il mondo esterno fu così indagato attraverso una miriade di discipline specialistiche, ciascuna delle quali ritagliava un pezzetto del ‘reale’ e lo sezionava, scomponeva e analizzava fino a formulare ‘leggi’ in grado di prevedere quale sarebbe stato il comportamento delle variabili osservate entro certe condizioni e ceteris paribus; contemporaneamente, i principi logici comuni ai diversi campi di analisi - principio d’identitità, di non contraddizione e del terzo escluso - vennero innalzati al rango di ‘leggi del pensiero’ e, insieme alla matematica, si costituirono in campo del sapere autonomo rispetto alla fisica e alle altre scienze naturali, ma con la pretesa di indicarne il ‘metodo’.

 

La reazione ad un siffatto stato di cose si manifestò nella Germania del XIX secolo ed ebbe la sua espressione filosofica più compiuta nella dottrina hegeliana. Se si vuole sintetizzare in poche battute la ‘rivoluzione filosofica’ di Hegel, si può dire che essa indicò che il mondo naturale, storico e spirituale erano da considerare come un processo, in cui le cose e le loro immagini concettuali andavano considerate non di per se stesse, ma nel loro concatenamento, nel loro movimento, nel loro sorgere e tramontare. Attraverso la rifondazione della dialettica, Hegel chiarì che i due poli di ciascuna opposizione, il positivo e il negativo, erano tanto contrapposti quanto inseparabili l’uno dall’altro, come del resto causa ed effetto - concetti validi se riferiti al caso singolo ma dissolventisi nella visione generale dell’azione e reazione reciproca che si manifesta allorché si considera la connessione di quel fatto con la totalità del mondo -, e cercò di spiegare quale fosse il ‘nesso intimo’ di questo continuo avvicendarsi di cambiamenti quantitativi che diventano qualitativi. Il fatto che - per dirla ancora con Engels - il suo tentativo si sia rivelato come “un colossale aborto” nulla toglie al merito di aver posto il problema di aprire la conoscenza a quella “considerazione dialettica della totalità” in cui Lukács avrebbe identificato l’essenza del marxismo.

Ma anche riletta attraverso le categorie del Capitale, la dialettica rimase un osso troppo duro: se si eccettuano Lenin, Lukács e qualcun altro (come, qui da noi, Labriola e Gramsci), ben pochi dopo Marx e Engels ebbero l’ardire di cimentarsi con Hegel, che pure Marx aveva diffidato dal trattare come un “cane morto”. E così - come osservò Gramsci - la “filosofia della praxis” si trovò presto scissa in due tronconi: una teoria unitaria della storia, della politica e dell’economia, a mo’ di sociologia generale costruita col metodo delle scienze naturali (“sì sì, no no”), e una nuova ‘filosofia’, che prese il nome di materialismo dialettico. Il fatto che Marx avesse chiaramente indicato nella dialettica la forma d’esposizione della critica dell’economia politica, vale a dire della dottrina delle contraddizioni della società capitalistico-borghese, fu rapidamente dimenticato.

 

La secolare discussione sulla trasformazione dei valori in prezzi illustra l’accaduto come meglio non si potrebbe. Il significato del carattere dialettico del nesso valori-prezzi è stato pressoché ignorato dalla stragrande maggioranza degli economisti che vi si sono cimentati, sicché a Marx sono state rivolte le critiche più improbabili e infondate. D’altra parte, anche coloro che hanno fatto mostra di riconoscere l’importanza di Hegel non sono andati al di là di un omaggio formale al metodo dialettico, rimanendo per ciò stesso prigionieri di quella separazione tra economia e filosofia aspramente censurata da Gramsci. E così, lasciata alle cure di economisti senza dialettica (e, bisognerebbe aggiungere, di filosofi senza cognizioni di economia), la teoria marxiana del valore ha finito col non poter essere difesa dagli attacchi d’incoerenza che dal campo avversario le venivano mossi con asprezza talvolta irritante.

Sarebbe quindi auspicabile che la discussione recentemente riapertasi nella sinistra italiana a partire dalla rilettura che della teoria marxiana del valore è stata recentemente presentata da Bertinotti e Gianni (2000), sulla scorta di vari lavori di Riccardo Bellofiore, tenga presenti i vincoli (e le potenzialità) di un approccio dialettico al problema della trasformazione. Non mi sembra, però, che sia questa la direzione in cui si muovono i contributi che ricordavo in apertura, la cui deliberata scelta di negare che un problema sussista sembra discendere proprio da quell’orrore per la ‘contraddizione’ che - sia detto senza polemica - appartiene a quel (sorpassato) metodo delle scienze naturali contro cui Hegel e Marx polemizzarono duramente un secolo e mezzo fa.

 

2. Provo allora a ricostruire i termini della questione, almeno per come io li vedo. Obiettivo del Capitale è quello di esporre il ‘mutamento formale’ che il processo di ricambio organico tra uomo e natura subisce quando domina il modo di produzione capitalistico. Marx, com’è noto, ne individua l’essenza nella circostanza per cui “il loro proprio [degli uomini] movimento sociale assume la forma d’un movimento di cose, sotto il cui controllo essi si trovano, invece che averle sotto il proprio controllo” (Marx 1989, I, p. 107), e tutta la sua analisi è volta a concettualizzare questa ‘trasformazione’ ai vari livelli in cui opera (segnalo i principali: trasformazione del lavoro in valore; del valore in valore di scambio; del valore di scambio in denaro; del denaro in capitale; dei valori delle merci in prezzi di produzione; del pluslavoro in plusvalore e di quest’ultimo in profitto, interesse e rendita fondiaria; dei rapporti di produzione in rapporti di distribuzione).

Ora, limitando il discorso al nesso valori-prezzi, il nocciolo dell’analisi marxiana è costituito dal principio per cui il ‘prezzo’ delle merci, vale a dire l’espressione monetaria del loro valore di scambio, è diverso dal loro ‘valore’, espresso in termini di lavoro contenuto. Questa diversità, per Marx, è frutto di un rapporto contraddittorio, ascrivibile al fatto che nel mercato capitalistico coesistono principî diversi: quello secondo cui le merci si scambiano secondo il tempo di lavoro socialmente necessario alla loro produzione e l’altro, con esso confliggente, dell’unicità del saggio di profitto in un mercato concorrenziale. È questo il motivo per cui Marx - criticando Ricardo - nega che, sulla base del modo di produzione capitalistico, la ‘legge del valore’ si affermi nella sua forma ‘semplice’, in base alla quale il valore di una merce dipenderebbe solo dal tempo di lavoro in essa contenuto: “Se avesse approfondito di più la cosa, - si legge nelle Teorie sul plusvalore -, Ricardo avrebbe trovato che la semplice esistenza di un saggio generale di profitto [...] conduce a prezzi di costo differenti dai valori, anche se si presuppone che il salario resti costante, quindi una differenza del tutto indipendente dall’aumento o dalla diminuzione del salario e una nuova determinazione formale” (Marx 1993, II, pp. 179-180).

La necessità dell’esposizione dialettica, dunque, sorge in dipendenza della scoperta che le aporie della teoria ricardiana del valore non sono il frutto di errori logici (come invece riterrà la teoria neoclassica), ma espressione di contraddizioni reali, che - pur non implicando (secondo Marx) una ‘falsificazione’ della legge del valore - costringono il teorico a riformulare il nesso che lega reciprocamente valore e prezzo, tenendo presente che il prezzo è sempre diverso ed è sempre inferiore o superiore al valore, livellandosi ad esso “attraverso le sue oscillazioni costanti”, ossia “attraverso una continua differenziazione (Hegel direbbe: non mediante un’identità astratta, ma mediante una costante negazione della negazione, ossia di se stesso come negazione del valore reale)” (Marx 1978, I, p. 71).

Culmine di quest’analisi è la teoria dei prezzi di produzione. Data una pluralità di produttori indipendenti, osserva Marx, la determinazione del tempo di lavoro socialmente necessario alla produzione di ciascuna merce avviene sulla base della loro reciproca concorrenza. Più in particolare, posto che il capitale esiste sempre come “molteplicità di capitali, e perciò la sua autodeterminazione si presenta come loro azione e reazione reciproca” (Marx 1978, II, p. 17), tale azione e reazione reciproca nell’ambito della medesima sfera di produzione determina il valore della merce mediante il tempo di lavoro richiestovi in media, e quindi la creazione del valore di mercato; nell’ambito delle diverse sfere di produzione, invece, essa crea lo stesso saggio generale di profitto mediante una perequazione dei diversi valori di mercato a prezzi di produzione diversi dai valori reali di mercato (Marx 1993, II, pp. 211 sgg; Marx 1989, III, Sezioni I e II).

In questo senso, l’esposizione dialettica della genesi del prezzo di produzione (rinvio sul punto a Cavallaro 2000, pp. 32 sgg.) si giustifica in relazione al processo reale in base al quale si perviene alla determinazione del tempo di lavoro socialmente necessario alla produzione (capitalistica) delle merci; detto altrimenti, concettualizza la ‘trasformazione’ che la legge del valore subisce quando il processo produttivo assume forma capitalistica: il valore di scambio si nega nel valore e quest’ultimo, nella sua semplice determinazione di tempo di lavoro socialmente necessario, si nega nel prezzo di produzione. Ma se ciò è vero, ne discende che, sulla base del modo di produzione capitalistico, il tempo di lavoro sociale si esprime solo per mezzo dei prezzi: ed è quanto Marx puntualmente annota quando scrive che “il prezzo delle merci è costantemente superiore o inferiore al loro valore, e lo stesso valore delle merci esiste soltanto negli alti e bassi prezzi delle merci” (Marx 1978, I, p. 72).

 

3. È precisamente questo, a mio avviso, il problema (rectius, la contraddizione) che i citati studi di Carchedi, Freeman e Kliman eludono. Nonostante si conceda (Freeman 2001, p. 91) che il problema della trasformazione si origina dal fatto che, a causa della diversità di composizione organica del capitale nei diversi settori della produzione, si deve determinare il saggio del profitto come rapporto tra il plusvalore totale e la somma di capitale costante e capitale variabile e, una volta dato quest’ultimo, provvedere a rettificare i prezzi dell’output (che diventano prezzi di produzione), essi ritengono errato il procedimento di trasformare in prezzi di produzione anche il valore degli input (nonostante Marx abbia dato ripetuti suggerimenti in tal senso: cfr. ad es. Marx 1989, III, pp. 200, 205 sg., 253) e giustificano la divergenza tra i due rapporti di scambio con la considerazione per cui il valore di scambio dei mezzi di produzione acquistati dal capitalista al tempo t1 non sarebbe lo stesso di quello dei mezzi di produzione venduti al tempo t2, a causa dell’aumento della produttività del lavoro (cfr. Carchedi 2001, p. 99; Kliman 2001, p. 103).

Ora, diamo pure per scontata la possibilità che il valore di scambio della merce a possa essere diverso al tempo t1 e al tempo t2. La questione centrale, in effetti, è un’altra: può questo valore di scambio esprimersi - com’è implicito nello schema proposto da Carchedi (2001, pp. 96-97) - in valori, cioè in ore di lavoro? Data una produzione capitalistica, possono cioè supporsi ‘valori’ al tempo t1 e ‘prezzi’ al tempo t2?

 

La risposta a questa domanda riporta alla polemica che, tra il 1847 ed il 1859, Marx conduce con i socialisti francesi e inglesi e della quale nel Capitale non vi è che una lontana eco. Com’è noto, costoro sostenevano che tutti i mali della produzione capitalistica nascevano dal ‘privilegio’ di cui l’oro e l’argento, in quanto materializzazioni del denaro, godevano nella circolazione delle merci e, pur non proponendo un ritorno al baratto, ritenevano possibile una ‘detronizzazione’ dei metalli nobili dal loro ruolo di equivalente generale, da compiersi o in modo che essi rappresentassero direttamente il tempo di lavoro in essi incorporato (ad es., un’oncia d’oro = x ore di tempo di lavoro) ovvero sostituendo al denaro aureo una cedola cartacea rappresentativa di una data quantità di tempo di lavoro, immediatamente scambiabile con le altre merci in ragione del tempo di lavoro in esse contenuto. A queste tesi, Marx obietta che il lavoro umano, sulla base della produzione privata e indipendente, non ha un carattere immediatamente sociale, non è cioè idoneo a soddisfare i bisogni di chi lo pone in essere e quelli di chi ne riceve l’effetto utile in cui si esso concreta: esso acquista tale carattere soltanto mediante lo scambio del suo prodotto con un prodotto che valga come equivalente generale, vale a dire con un prodotto tale che il lavoro in esso contenuto possieda il significato di lavoro generalmente sociale. In altre parole, il (prodotto del) lavoro del singolo non possiede di per sé la caratteristica di essere (prodotto del) lavoro sociale, ma deve porsi come tale mediante il confronto e la comparazione con altri (prodotti di) lavori singoli, comparazione che, in ultima analisi, viene realizzata mediante il confronto tra il prodotto del lavoro singolo e un equivalente generale che rappresenta lavoro umano in genere. Questo prodotto è il denaro e se i metalli nobili hanno nel tempo assunto la funzione di rappresentare tale prodotto lo si deve ad alcune loro peculiarità fisiche (frazionabilità, durevolezza ecc.), che li hanno fatti preferire al bestiame o alle conchiglie.

Quel che è rilevante ai nostri fini è che, in tal modo, il tempo di lavoro socialmente necessario, che del valore è misura, non può che porsi come media dei tempi di lavoro dei singoli produttori e, per di più, media casuale e accidentale, in quanto frutto della molteplicità degli scambi privati intersecantisi l’un l’altro. Per contro, obietta Marx a Proudhon, “se si suppone che tutti i membri della società siano lavoratori immediati, lo scambio di quantità eguali di tempo di lavoro è possibile solo alla condizione che sia stato convenuto in anticipo il numero delle ore che sarà necessario impiegare nella produzione materiale. Ma una simile convenzione esclude lo scambio individuale” (Marx 1986, p. 42).

Il valore della merce, insomma, non soltanto non può manifestarsi se non nella forma del valore di scambio, ma per giunta anche in questa sua forma non può mai essere eguale ad un determinato ‘quantum’ di ore di lavoro. Per potersi avere un’identità immediata, occorrerebbe presupporre in anticipo il numero delle ore da impiegare nella produzione materiale, ma ciò equivarrebbe a presupporre una produzione non più privata, bensì sociale, o - se si preferisce - non più una divisione del lavoro, ma un’organizzazione del lavoro, che avrebbe come conseguenza l’immediata partecipazione del singolo al consumo (cfr. Marx 1978, I, p. 117; Marx 1990, pp. 14 sg.).

 

4. Sta qui, a ben vedere, la ragione profonda dell’insistenza con cui Marx raccomanda di procedere alla rettifica dei valori di scambio degli input, sostituendo anche lì prezzi a valori. E sta qui il motivo per cui, dopo aver spiegato come il valore di scambio si neghi nel valore e quest’ultimo si neghi nel prezzo di produzione, Marx dialetticamente conclude che questa ‘negazione della negazione’ farebbe comunque salva la ‘legge del valore’, dal momento che metterebbe capo all’unità del termine iniziale e dell’opposto suo contraddittorio nell’identità per cui “nella società la somma dei prezzi di produzione delle merci prodotte è pari alla somma dei valori di esse” (Marx 1989, III, p. 200): se le cose stessero effettivamente in questi termini, potrebbe dirsi, in effetti, che l’identità tra la somma dei valori e la somma dei prezzi è una vera e propria ‘identità dialettica’, giacché non sarebbe un’identità semplice ed immediata, ma si porrebbe - hegelianamente - come “unità dell’identità colla diversità” (Hegel 1996, p. 460).

 

Sennonché, la cosa non è così facile. Un secolo di discussioni ha mostrato che, una volta che si sia proceduto alla rettifica dei valori di scambio degli input, equiparandoli ai prezzi di produzione, il saggio del profitto non può essere determinato se non nella forma di un rapporto tra i prezzi. E siccome per conoscere questi ultimi occorrerebbe già aver determinato il saggio del profitto, l’unico modo di procedere sembra quello di calcolare contemporaneamente prezzi e saggio del profitto mediante un sistema di equazioni simultanee (come in Sraffa 1960, cap. II). Ma una volta che si siano così calcolati i prezzi di produzione, tutte le identità ipotizzate da Marx non reggono più: in particolare, non valgono né l’identità prezzi totali-valori totali, né quella profitti totali-plusvalore totale (cfr., ad es., Steedman 1980, capp. III e IV). E se l’identità dialettica tra somma dei valori e somma dei prezzi non può essere dimostrata, ne viene, ovviamente, l’impossibilità di considerare ‘posta’ dal movimento delle categorie (cioè dal processo complessivo della produzione capitalistica) l’identità valore = lavoro, ‘presupposta’ da Marx all’inizio dell’analisi, e non si può più ricondurre l’origine del sovrappiù ad un pluslavoro, dunque ad uno sfruttamento.

Questa essendo al momento la situazione, mi suscitano non poche perplessità le polemiche di Kliman (2001, pp. 102 sgg.) contro il ‘simultaneismo’, vale a dire contro il procedimento di determinazione simultanea dei prezzi e del saggio del profitto: quel procedimento è figlio della constatazione banale di cui si diceva più sopra e, se si vuole criticarlo, bisogna farlo tenendo presenti entrambi i poli della contraddizione cui mena la teoria marxiana del valore. Viceversa, spiegando la differenza tra valori e prezzi con la variazione della produttività del lavoro tra il tempo t1 e il tempo t2 si dimentica che, sulla base del modo di produzione capitalistico, il valore delle merci “esiste soltanto negli alti e bassi prezzi delle merci”; la variazione della produttività del lavoro potrebbe, se del caso, spiegare la variazione del prezzo di produzione tra il tempo t1 e il tempo t2, non già la trasformazione della forma del valore di scambio da valore in prezzo.

Ragioni di spazio mi impediscono di affrontare convenientemente il tema del rapporto fra Marx e l’equilibrio economico. Mi limito solo a rilevare che, nell’impostazione di Carchedi-Freeman-Kliman, un equilibrio è ovviamente impossibile (si tratta, anzi, di un punto che essi rivendicano con forza) e non capisco come un simile risultato possa conciliarsi con la trattazione marxiana della riproduzione del capitale (cfr. Marx 1989, II, capp. XX-XXI). Il che, naturalmente, non equivale a negare che le condizioni dell’equilibrio sono così complesse e complessamente influenzantisi che l’equilibrio capitalistico non può che essere “un caso”, quanto piuttosto a riconoscere che è precisamente questa ‘possibilità’, questo ‘caso’, a fare del capitalismo un modo di produzione che segna un’intera epoca storica e non un capriccio della storia. Anche criticandolo, dovremmo sempre ricordarcene.

 

Bibliografia 

 

Bertinotti F., Gianni A. 2000, Le idee che non muoiono, Milano, Ponte alle Grazie.

Carchedi G. 2001, Il problema inesistente: la trasformazione dei valori in prezzi in parole semplici, “Proteo”, n. 2, pp. 96-99.

Cavallaro L. 2000, Napoleoni e la trasformazione dei valori in prezzi, “Critica marxista”, n. 5, pp. 27-40.

Freeman A. 2001, Valore e Marx: perché sono importanti, “Proteo”, n. 2, pp. 90-95.

Hegel G.W.F. 1996, Scienza della logica, 2 voll., Roma-Bari, Laterza.

Kliman A. 2001, Se è corretto, non correggetelo, “Proteo”, n. 2, pp. 100-107.

Marx K. 1978, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, 2 voll., Firenze, La Nuova Italia.

- 1986, Miseria della filosofia, Roma, Editori Riuniti.

- 1989, Il capitale. Critica dell’economia politica, 3 voll., Roma, Editori Riuniti.

- 1990, Critica al programma di Gotha, Roma, Editori Riuniti.

- 1993, Storia dell’economia politica. Teorie sul plusvalore, 3 voll., Roma, Editori Riuniti.

Sraffa P. 1960, Produzione di merci a mezzo di merci. Premesse a una critica della teoria economica, Torino, Einaudi.

Steedman I. 1980, Marx dopo Sraffa, Roma, Editori Riuniti

 

Torna indietro



[1] Corre l’obbligo di evidenziare che non sempre il curatore del sito si trova d’accordo con le posizioni politiche espresse da Proteo, spesso affini all’anarco-sindacalismo. Allo stesso tempo è da apprezzare lo sforzo di approfondimento teorico profuso nella rivista, soprattutto se si pensa a che cosa passa per “teoria” nell’ambito delle correnti anche “di sinistra” della CGIL in cui pure, chi scrive, milita da anni.