La teoria del valore del XXI secolo
Introduzione
Del problema della
trasformazione si discute da oltre un secolo, con il ritorno ciclico dello
stesso dibattito e rari veri passi avanti. Negli ultimi anni, la discussione si
è incentrata meno sull’algebra matriciale, su cui comunque si è scritto, e più
su due aspetti: la teoria del valore come teoria monetaria della produzione e
il ruolo del tempo come concettualizzazione. Questi due aspetti dovrebbero
consentire di respingere il “simultaneismo” in tutte le sue varianti
ideologiche. Da quello che si è visto sinora, la teoria della moneta in senso
stretto appare la parte meno sviluppata e organica. In particolare risulta
assai tenue la disamina di aspetti quali il ruolo delle banche centrali, lo sviluppo
della finanza ecc. Dire che “al fondo” il capitalismo funziona sempre allo
stesso modo è come dire che siccome ogni guerra è la continuazione della
politica con altri mezzi, allora è indifferente se il nemico ha dei fucili o ha
la bomba atomica. Il nostro compito è pertanto di compiere una ricognizione il
più possibile ampia di questo dibattito (sostanzialmente grazie al sito
dell’IWGVT e degli autori ad esso collegati) e poi fornire alcuni contributi
proprio nelle aree più deboli.
Moneta e circolazione del capitale[1]
Quale ruolo deve giocare la moneta nel processo
produttivo capitalistico? La moneta è l’equivalente generale, ovvero è la forma
del valore indipendente dalle specifiche qualità fisiche assunte dal bene. In
quanto serve come equivalente, e quindi come strumento per socializzare i
lavori (e i valori) privati, assume il ruolo di mezzo di pagamento, riserva di
valore ecc., ma non bisogna confondere queste funzioni tecniche con il suo
ruolo sociale che la rende indispensabile. La moneta non è il circolante. Così,
si può ben dare il caso di un paese talmente avanzato che fa a meno del
circolante, in cui il ruolo di tesaurizzazione (hoarding) di valore assunto
dalla moneta non è “fisico” (perché inefficiente), ma pure la moneta esiste.
Pensiamo alla fase della nascita della moneta: la fine del baratto. Quando
emerge una merce che comincia a porsi come equivalente in ogni atto di scambio
(ovvero il lavoro è sussunto dal capitale), esistono magari due o dieci monete
(l’oro, le pecore, le stoffe). Ora, quando il bestiame cessa di servire per lo
scambio (perché scomodo), la moneta non scompare perché si modifica la sua
realizzazione concreta. Allo stesso modo, un assegno, o una disposizione di
pagamento attraverso Internet (che non implicano uso di banconote) rimangono
moneta.
C’è poi la questione della moneta di credito (e
dunque, se vogliamo, del moltiplicatore dei depositi). Quando una banca
utilizza le disponibilità dei clienti e accorda un fido ad un capitalista, sta
creando moneta? La risposta è sì sta creando moneta ma nessuno può sapere
quanta ne sta creando effettivamente. Lo stesso vale per le banche centrali,
che introducono liquidità sul mercato senza poter stabilire quanta di questa
liquidità si trasformerà in vera moneta e quanta in inflazione. Facciamo questo
esempio. Poniamo che le fiches di un casinò deperiscano ogni giorno e debbano
essere pertanto prodotte e consumate in giornata. Il responsabile della
produzione di questo mezzo di scambio deve decidere quante fiches produrre. Una
volta che le fiches sono prodotte, a prescindere dall’effettivo valore contro
cui si scambieranno, devono essere consumate tutte (dato che altrimenti si
distruggono). Se oggi si sono prodotte n fiches e arrivano m banconote
(supponiamo tutte dello stesso taglio e velocità di circolazione delle fiches
pari a 1), ogni fiches dovrà valere m/n (questa è l’equazione quantitativa
della moneta e non, si badi bene, la teoria quantitativa della moneta). Nel tempo,
il casinò fa delle statistiche e impara a prevedere con un certo grado di
previsione m, ma rimane il fatto che nel capitalismo m=n avviene per caso.
Questo esempio astrae, o meglio non introduce, difficoltà ancora maggiori come
l’innovazione tecnologica, la lotta di classe, il ciclo degli investimenti, i
cicli borsistici, ma penso sia sufficientemente chiaro. Significa questo che la
moneta non ha un valore intrinseco? Al contrario, la moneta ha necessariamente
un valore intrinseco, sono le banconote a non averlo. Nell’esempio delle
fiches: il valore complessivo delle fiches ha un valore determinato dai clienti
che arrivano. È la singola fiches che, a priori, avrà un valore indeterminato.
Quando si sente dire che la moneta è una creazione arbitraria dello Stato,
occorre perciò fare attenzione: nella sua qualità di mezzo di circolazione, la
moneta può essere creata a piacimento, basta aumentare il ritmo di lavoro delle
stamperie. Ma il ruolo di equivalente generale della moneta non c’entra da
questa “libertà”, come si evidenzia nella variazione del livello dei prezzi. La
moneta emerge spontaneamente e necessariamente dallo sviluppo del processo
produttivo capitalistico. Tale sviluppo porta al monopolio nella creazione di
moneta legale da parte dello Stato. È l’oro tuttora alla base della
circolazione monetaria? Sì e no, in un certo senso i metalli preziosi sono come
il lavoro: una base misera ma necessaria allo sviluppo del capitalismo. Di per
sé il sistema del credito è una scommessa, un’opzione call, sull’andamento
della produzione futura, ovvero, in ultima analisi, sulla relazione delle
classi negli anni a venire.
Molti non hanno capito la teoria della moneta di Marx
e si sono così condannati a pescare altrove. Partiamo da questo: nella teoria
economica marxista le categorie analitiche rappresentano relazioni sociali tra
classi nel processo produttivo. Questo vale anche per la moneta. Come dice
Marx, la moneta à il mezzo materiale con cui si manifesta la ricchezza
astratta, ovvero sociale. In quanto rappresenta un rapporto, la moneta non può
essere un puro segno. Il valore è il legame sociale che connette produttori
indipendenti in condizioni di proprietà privata dei mezzi di produzione e
divisione del lavoro. Perché nel capitalismo non possiamo misurare direttamente
in lavoro le merci? Perché il lavoro individuale, se non passa per il mercato,
ovvero se non diventa moneta, non rappresenta alcunché. La moneta rimane
comunque una merce, che ha un valore, diretto all’inizio, complessivo nel
nostro secolo.
La difficoltà è che nel capitalismo la moneta, che
pure gli preesiste, viene subordinata al capitale. Il capitale è un rapporto
più avanzato, e dunque determina la vita di tutti gli altri, ma allo stesso
tempo il capitale, alla fine di tutto il turbinio della produzione, torna ad
essere moneta, si esprime in moneta. L’emergere del capitale, così, non
distrugge il ruolo della moneta, ma lo subordina a sé.
Un’altra difficoltà risiede nello sviluppo del sistema
del credito. Il credito nasce quando una certa istituzione accentra i depositi
monetari dei diversi soggetti (richiede dunque un certo grado di sviluppo
dell’economia). La disponibilità di questo tesoro, inattivo, stimola subito il
capitalista banchiere a farlo rendere, prestarlo cioè al capitalista industriale
perché attivi nuove forze produttive e divida con lui il frutto di questa
attività. La moneta di credito è una nuova forma di esistenza della moneta che
va oltre e rompe il suo ruolo di mezzo di pagamento. Alla circolazione
monetaria, si affianca il sistema del credito, con le sue potenzialità ma anche
con le sue distorsioni, che alla fine spingono lo Stato a farsi monopolista
dell’uno e controllore dell’altro.
Ma la moneta, anche ai tempi dell’e-banking e delle
opzioni esotiche, mantiene un valore. Facciamo un esempio. 100 persone vanno a
un teatro e lasciano i cappotti nel guardaroba, pagando una piccola somma in
cambio della quale ricevono una contromarca. In condizioni normali,
circoleranno 100 contromarche, il cui valore non è il costo di produzione
(praticamente nullo), né il prezzo pagato (molto basso), ma la merce che
rappresentano. Ora, mettiamo che uno si metta a fabbricare contromarche e ne
stampi altre 100. Quanti cappotti ci sono nel guardaroba? Sempre 100. Ecco che
il valore sociale del mezzo adibito a “controprova” della ricchezza appare
chiaro. Questo spiega anche perché prima di questo secolo l’inflazione era un
fenomeno rarissimo.
Il
progetto marxiano di derivare la moneta dalla teoria del valore si è rivelato
un fallimento? Si tratta di un tema cruciale. L’idea di Marx è che le funzioni
che la moneta ha da giocare nel capitalismo dipendono dalla specifica forma di
divisione sociale del lavoro che vi prevale, una divisione del lavoro che passa
per forme impersonali, il mercato. Il lavoro diviene sociale solo nello scambio
di merci; la moneta ha il ruolo di connettere lavori individuali e tempo di
lavoro sociale. La forma immediata con cui il capitale si manifesta è nel
rapporto merce-moneta. Niente classi, niente valore, solo quantità di denaro e
quantità di merci. Il ruolo della moneta è indispensabile perché il capitalismo
non è un sistema coscientemente regolato. Da qui l’inevitabile fallimento di
ogni utopia proudhoniana di eliminazione della moneta a favore di un uso
diretto del tempo di lavoro.
Marx
parte da questa forma fenomenica e svolge le forme del capitale dalla moneta
alla fabbrica. La moneta è l’equivalente generale. Diviene tale espellendo ogni
altra merce da questa funzione. La generalizzazione della moneta è possibile
solo quando gli scambi sono talmente frequenti e decisivi per la società da
rendere necessario l’uso di una sola merce quale controparte di tutte le
compravendite. Per i classici e per Marx la moneta è una merce che, per una
serie di ragioni storiche, sviluppa la funzione peculiare di mezzo di
pagamento. Da qui acquisisce le funzioni connesse alla conservazione del valore
e alla circolazione monetaria. In quanto equivalente generale, la moneta
diviene misura del valore e mezzo di circolazione. Da qui emergono poi le
“qualità” della moneta come volano della crescita (sistema del credito)
permesso dall’accumularsi dell’equivalente generale presso una specifica
tipologia di aziende (le banche). Così le banche, come la moneta, si
sostituiscono ad ogni altra azienda nelle funzioni di tramite dei pagamenti,
come tesaurizzatrici di denaro ecc.
Più
il capitalismo si sviluppa, meno può accontentarsi della moneta “vera” (l’oro)
e più si accresce il ruolo dello Stato anche nella circolazione monetaria.
Nasce la politica monetaria.
La
nascita della moneta è anche la nascita della crisi. Dividendo l’acquisto e la
vendita, separando produzione e consumo, la moneta è intrinsecamente legata
alle crisi. La crisi non è esogena alla moneta (come in Say e nei neoclassici).
Lo sdoppiamento sociale tra lavoro concreto e lavoro astratto, la validazione
ex post del lavoro tramite il mercato rende la moneta il veicolo delle
ricorrenti crisi di sovrapproduzione. La moneta è insieme mezzo di scambio e
misura del valore. Queste due funzioni, che pure si alimentano a vicenda, in
determinate circostanze entrano in contraddizione: il valore incorporato nella
moneta non è più quello “giusto” rispetto alla distribuzione del reddito nella
società.
L’accumulazione
di moneta, come detto, è la base per la nascita del sistema bancario e dunque
della moneta creditizia che si sviluppa in capitale fittizio e dunque in
un’amplificazione dell’attività economica ma anche delle sue crisi. In
generale, il valore contenuto nella moneta non rappresenta il tempo di lavoro
necessario. Tuttavia, la teoria deve partire facendo finta che questa
situazione casuale sia la normalità e derivarne le crisi.
La disputa sulla trasformazione. Falsi amici, nemici
frettolosi e feticismo per tutti[2]
Il problema della trasformazione è nato con l’uscita del III volume del
Capitale e soprattutto con l’acritica accettazione di temi ricardiani
nell’ambito della teoria marxista. Tra i primi commentatori del problema, ci
furono infatti alcuni pre-neoricardiani che hanno criticato la coerenza logica
dei procedimenti adottati da Marx, proponendo una soluzione che, sebbene
sembrasse in superficie rispettare le premesse teoretiche di Marx, ne negava la
sostanza. Il più famoso di questi è senz’altro Bortkiewicz, che ha proposto la
prima soluzione aritmo-morfica del problema con il suo modello a tre settori.
Questa scuola, che Kliman e altri hanno definito “physical quantities approach”
(e la cui versione di sinistra è lo sraffismo) si è poi ulteriormente
sviluppata in diverse direzioni (si pensi ai teorici giapponesi come Okishio,
ai modelli alla Von Neumann ecc.). Alcuni autori che si consideravano marxisti,
dimenticandosi della dialettica tra strumenti e fini, hanno ritenuto in buona
fede di poter rispondere alle critiche utilizzando lo stesso apparato tecnico
(il caso di Medio è il più eclatante, come si è visto a suo tempo in “Ancora
una volta…”).
La storia della soluzione matematica è nota, ma non
completamente, almeno alle sue origini. Oggi sappiamo che Dmitriev aveva
proposto una soluzione che anticipava Sraffa (il quale possedeva l’unica copia
del suo libro, in russo, nel mondo occidentale); ma conosciamo anche altri
modelli molto simili.
L’idea comune di questi modelli è che tra il mondo dei valori e il
mondo dei prezzi non vi siano connessioni e che il profitto dipenda dallo stato
della tecnologia. Tecnicamente, queste conclusioni richiedono il metodo delle
equazioni simultanee. Si elimina così il tempo (e dunque la dialettica), si
eliminano le classi e si rimane con quantità fisiche in entrata e in uscita.
Le critiche alla relazione valore-prezzo proposta da
Marx si legavano anche alla legge della caduta tendenziale del saggio di
profitto. Autori come Von Charasoff, Moskovska, Croce e Tugan-Baranovskij
cominciarono un fuoco di fila di obiezioni alla legge. Saranno seguiti nel
tempo da Shibata, Okishio, Roemer, Samuelson, Sweezy ecc. Li accomuna, di
nuovo, l’uso di sistemi di equazioni simultanee e la visione totalmente reificata
della teoria del valore.
Nella visione di Marx, il valore di una merce è
determinato, prima facie, dal tempo di lavoro necessario a riprodurlo.
L’analisi del livello fenomenico serve a spiegare come l’economia
capitalistica, non pianificata, anarchica, è costretta a distorcere questa
legge universale per continuare a sopravvivere. Bortkiewicz fu il primo a
“dimostrare” che la teoria del valore di Marx falliva sulle proprie premesse,
ovvero che era incoerente. Lo aiutarono in questo lavoro Komorzynsky, Muhlport
e altri. A queste critiche Kliman obietta fondamentalmente questo: i prezzi non
rimangono fermi, mentre nella logica della riproduzione, i prezzi degli output
in un periodo sono quelli degli input del successivo. Insomma, questi signori,
dopo aver trasformato Marx in un ricardiano, lo hanno facilmente trovato in
fallo e debitamente corretto. È interessante osservare che Bortkiewicz, in
particolar modo, era un fervente ammiratore di Walras e la sua idea era proprio
riscrivere il Capitale sub specie dell’EEG.
È merito di Sweezy aver portato al dibattito
internazionale questa prima fase del dibattito, ma i contributi pure decisivi
di May, Seton e persino Sraffa sarebbero rimasti lettera morta se l’ondata di
radicalizzazione degli anni ’70 non avesse spinto centinaia di economisti a
sinistra e dunque verso la teoria del valore di Marx. Samuelson fu così
costretto a “rispondere” a questo trend con il suo attacco del ’71 a Marx.
Il simultaneismo si è arricchito di un’interessante
variante con la procedura iterativa proposta da Brody, Shaikh e altri, oppure
correlando prezzi e valori, cercando cioè una scorciatoia “empirica”. Alla
fine, molti di questi economisti abbracciarono lo sraffismo. All’inizio degli
anni ’80 si è fatta strada la “nuova interpretazione” (Dumenil, Foley e altri)
che, in modi differenti, interpreta il valore della forza-lavoro come la somma
ricevuta dai lavoratori come salari, anziché come paniere di merci di
sussistenza. Con ciò si perde l’uguaglianza di prezzi e valori aggregati. Vi è
poi un’ulteriore variante, la cosiddetta interpretazione TSS (sistema singolo
temporale) che tiene buone le due equivalenze originali.
Le nuove interpretazioni che si sono affermate negli
ultimi decenni mettono al centro del loro lavoro di ricostruzione teorica il
ruolo della moneta, il capitalismo come economia monetaria di produzione,
prendono cioè sul serio, il rifiuto della teoria quantitativa operato da Marx.
Rifocalizzare l’analisi sulla moneta significa anche ripensare la categoria di
lavoro astratto. Fino agli anni ’60, soprattutto grazie a Sweezy e Dobb, il
lavoro astratto era concepito come una semplice generalizzazione mentale
compiuta dallo studioso nell’analisi del processo lavorativo capitalistico. Fu
Colletti tra i primi (e forse il solo in Italia) a spiegare che l’astrazione è
un processo reale che ha luogo concretamente nell’oggettività capitalistica. I
diversi lavori privati sono riconosciuti come sociali, e dunque,
feticisticamente sono sociali, solo attraverso la mediazione del mercato,
sono eguagliati sul mercato, ritraendone una rappresentazione reificata. Questo
significa che l’uguagliamento dei diversi lavori avviene attraverso una
separazione reale, anche giuridica, del lavoro dagli individui reali che lo
prestano. Questo processo, permesso dalla generalizzazione degli scambi, ha
come presupposto il dominio del capitale e la creazione di una classe
spossessata dei mezzi di produzione. Generalizzazione degli scambi significa
sviluppo di un equivalente generale (il baratto è improponibile in questi casi,
non fosse altro perché il prezzo delle merci ha basi locali, agli albori del
capitalismo). Pertanto, nella teoria marxiana lavoro astratto e denaro sono
categorie strettamente connesse: il denaro è il risultato della produzione,
potere generale d’acquisto in cui si incarna la ricchezza generale. Il denaro
segnala che il valore è ormai slegato dal lavoro concreto e diviene una misura
esterna, universale in cui si riconosce lo scambio del tempo di lavoro. Occorre
sottolineare che qui si parla di lavoro morto, già svolto (verrebbe da dire
“agito”), dunque già cristallizzato in merci da vendere. L’acquisto della
forza-lavoro, cioè della capacità di valorizzare il capitale, è alle spalle di
tutto ciò, è già avvenuta, terminata. Sul mercato quello scambio non arriva e
non conta. L’unico legame tra lavoro morto e forza-lavoro esistente è il fatto
che la forza-lavoro è incorporata di necessità nei suoi portatori, la classe
lavoratrice. In sintesi, lavoro astratto significa lavoro sfruttato, alienato.
Sotto il profilo dello sviluppo teorico, a Marx fu
possibile superare il feticismo, pure ricco di significato, della teoria
classica solo in quanto era nato il moderno movimento operaio. A sua volta, la
teoria di Marx permise al movimento di svilupparsi enormemente. Questa è la
dialettica storica di teoria e prassi.
Sotto il profilo metodologico, l’idea “classica” (Dobb
e altri) che il I volume costituisca una prima approssimazione è stata messa in
crisi da Sraffa, che ha mostrato come la seconda approssimazione, in quel
contesto teoretico, sussuma del tutto la prima. Così, lo sfruttamento deriva
solo o da una sottrazione rozza tra input e output, oppure da un’analisi
puramente qualitativa, politica della produzione. La nuova interpretazione dice
che occorre partire dal fatto che a livello aggregato il nuovo valore scambiato
sul mercato traduce in forma monetaria il lavoro diretto che è intervenuto nei
diversi processi produttivi. La concreta legge dello scambio adottata ad un
determinato grado di sviluppo della produzione muta le regole di distribuzione
del plusvalore e del lavoro sociale.
La teoria del valore del I libro ha la funzione di
fornire una spiegazione teorica della genesi del plusvalore, cioè di spiegare
come si produce capitale senza presupporre il capitale medesimo, cioè come si
esplica il comando sul lavoro. Il lavoro è la categoria generale, il capitale
quella particolare. Gli economisti rovesciano questo rapporto, rendendo eterna
la propria società. Il principio del valore che ci dice che le merci sono
coagulo di lavoro astratto è l’astrazione necessaria a comprendere il
funzionamento del capitalismo.
C’è anche chi ha tentato di mostrare che il problema
della trasformazione deve leggersi in nuovi termini alla luce degli scritti di
Marx ora ritrovati. In un lavoro di Ramos si evidenzia che la selezione fatta
da Engels degli appunti relativi alla procedura della trasformazione non fu
particolarmente felice. Dal canto suo, Bortkiewicz alterò profondamente
l’evidenza testuale per ridurre la teoria del valore di Marx al problema di
Ricardo. Da queste nuove evidenze appare chiaro che Marx aveva ben presente il
fatto che la trasformazione comprende anche gli input, ovvero che la
generalizzazione degli scambi nasconde la fonte del valore sotto l’uguaglianza
dei saggi del profitto, facendo apparire lavoro necessario (cioè pagato) quello
rappresentato dalla forma monetaria del valore: il prezzo di produzione. Il
fatto che la forma di valore preesista a quella di prezzo non la rende
automaticamente quella più “importante” ai fini dello sviluppo di quel
particolare sistema.
Il rapporto tra Marx e Ricardo è dialettico. Marx
sviluppò la teoria non tanto negli aspetti tecnici (qui i contributi sono
abbastanza secondari) ma sotto l’aspetto propriamente storico e di metodo,
fornendo alla teoria una specie di coscienza, facendo comprendere che cos’è nel
suo profondo il valore. I classici non potevano e non volevano discutere di
questi aspetti. Ovviamente questa presa di coscienza ha conseguenze profonde.
La teoria del valore cessa di funzionare come una teoria dei prezzi relativi e
diviene una teoria dei rapporti di produzione. Il valore è una relazione
sociale tra classi e la moneta rappresenta lo scambio generalizzato, la nascita
del mercato del lavoro, la circolazione del capitale, in una parola la società
dove si svolge il rapporto tra lavoratori e capitalisti. Il concetto di lavoro
astratto non si basa solo sul processo di dequalificazione del lavoro (come
spiegano Rosdolsky e La Grassa). Questo processo, che pure è presente, non deve
però confondersi con il fatto che tutti i lavori nel capitalismo sono astratti
nella misura in cui entrano in contatto con la società (tramite il mercato,
cioè la moneta). La moneta, il valore di scambio è l’unica realtà sensibile del
valore, è la giusta rappresentazione reificata di un mondo reificato. La moneta
è il mezzo di accrescimento e circolazione del capitale, o almeno, in quanto
rappresenta la seconda diviene anche la prima agli occhi dei capitalisti. La
moneta nega la propria essenza, cioè la sua qualità di cristallizzazione del
lavoro umano. Di nuovo, rovesciamento e reificazione sono la stessa cosa: la
moneta è lavoro umano astratto, ma alla superficie della società non può essere
così, il capitalismo non potrebbe sopravvivere senza negare questo processo,
senza rendere autonoma la moneta dalla sua origine.
Ancora sulla “nuova interpretazione”[3]
Quando già sembrava che l’interpretazione fisicalista,
sraffiana, della teoria del valore fosse trionfatrice, ecco arrivare una nuova
interpretazione monetaria, che concepisce il capitale come un rapporto che
genera da un quid di moneta più moneta e la moneta come lavoro astratto. I
punti centrali sono dunque buoni:
-
la moneta rappresenta il
lavoro socialmente necessario (dunque i valori nel capitalismo sono solo
monetari)
-
le grandezze sociali
sono determinate prima di quelle individuali che vi sono subordinate
l’essenza della teoria del valore di Marx è: come il
capitalista riesce ad accrescere il suo denaro tramite la produzione?
Valutazioni quantitative di prezzi e valori[4]
Per cercare di uscire dalle secche del problema della
trasformazione, alcuni hanno pensato bene di “dimostrare” il legame tra prezzi
e valori attraverso strumenti statistici (la correlazione). In generale, ci
sono diverse scuole (Shaikh, Dunne e altri) che partono dai dati statistici, li
trasformano more marxiano e poi li utilizzano per ritrovare le grandezze che interessano
(sembra che tali procedimenti siano nati ancora nel ’24 con Terashima). Sebbene
lo sforzo sia importante (soprattutto nella distinzione di settori produttivi e
improduttivi) e ottenga alcuni successi, rimane una divergenza di fondo che si
può riassumere così. Loro pensano che “value is quite distinct from the
price, and the difference is a quantitative one”. Al contrario, per noi non è affatto così. Prezzi e
valori non stanno tra di loro come due matrici “raccordabili” da un vettore che
sommi a uno. Sono concetti posti su diversi piani. I valori non si “vedono” per
il semplice fatto che nel capitalismo, nell’epoca dello scambio generalizzato e
della sussunzione reale del lavoro, e dunque della moneta e dei prezzi, i
valori si inverano appunto in prezzi e denaro.
Gli
ultimi sviluppi[5]
Dopo
la complessiva critica compiuta da Marx all’economia politica classica, la
scienza è stata rifondata su altre basi, che mostrano ormai una sterilità
ossificata. Il punto è: a quali domande dovrebbe rispondere la teoria
economica? Smith voleva che la teoria spiegasse la ricchezza delle nazioni e la
teoria del valore aveva questo scopo. Per Ricardo, la teoria del valore
fornisce l’immagine della totalità determinata della produzione di valore nelle
sue parti componenti. Per Marx, il problema è di esporre le forze portanti
della storia. L’essenza del capitalismo è il monopolio delle forze produttive
principali in capo ad una classe, le strutture del mercato, la necessità
dell’innovazione tecnologica. Marx spiegò che il sistema dello scambio di merci
nella loro forma monetaria è anche necessariamente un sistema per la
distribuzione del lavoro sociale. Per questo la teoria del valore è anche una
teoria del ruolo della moneta come vernice coprente dello sfruttamento.
Leggendo i primi capitoli del I volume del Capitale si possono fare
varie ipotesi sul procedimento di Marx (essenzialmente sulla teoria
dell’astrazione utilizzata). Nei fatti ha prevalso l’interpretazione
quantitativista che riteneva di eliminare un’incoerenza matematica sostituendo
alla dialettica le equazioni. Un’altra strada è quella cominciata da Shaikh e
altri che hanno compiuto studi partendo dall’input-output analysis per
dimostrare la validità empirica della teoria del valore.
Alla
fine degli anni ’70 è arrivata la nuova interpretazione di Dumenil e Foley che
ha sottolineato l’importanza del rapporto tra moneta e tempo di lavoro. Il
punto centrale della nuova interpretazione (a proposito, è un nuovo paradigma?)
è che propone un metodo operativo e chiaro per misurare l’espressione monetaria
del tempo di lavoro.
Marx e la divisione del lavoro[6]
Lavori pieni di errori grossolani. C’è una totale
incapacità di comprendere che cosa sia il lavoro astratto e che gioco ruoli nel
capitalismo. Più in generale c’è una visione penosa della suddivisione del
lavoro tra filosofia ed economia.
Secondo
loro, la teoria del valore fornisce un buon quadro della determinazione dei
prezzi ma contraddice il “carattere duplice” del lavoro. Non solo, ma
l’opposizione tra lavoro privato e sociale è riconducibile ad aspetti solo
quantitativi. Ora, inevitabilmente la comparazione avviene tramite moneta
(dunque un aspetto quantitativo). Ma la contraddizione rimane. Ed è intrinseca
al capitalismo.
La
teoria del ciclo[7]
La
teoria del ciclo è la parte della teoria economica dove Marx era più avanti
rispetto ai suoi tempi (e lo è tuttora, ma per ragioni diverse).
Nell’Ottocento, i classici non avevano una teoria della crisi (la legge di Say
la impediva anche ipoteticamente); Jevons proponeva teorie basate sulle macchie
solari…
Nel
XX secolo, a parte Schumpeter, la situazione non è migliorata. L’idea di fondo
(anche con la RBC) è sempre che la crisi è dovuta a fattori esogeni, è
estrinseca al sistema. Certo, si ripropone ciclicamente, ma perché le cause
esterne sono anch’esse cicliche. Che questa sia una situazione quantomeno
insoddisfacente lo ha notato anche Arrow. Ma rimane il fatto che ne escono.
Certo,
le critiche di Fritsch a Kalecki (il suo modello aveva ipotesi ad hoc nella
quantificazione dei parametri), ma l’idea dello stesso Fritsch sulla
distinzione tra impulso e propagazione venne distrutta dall’arrivo della
rivoluzione keynesiana.
(maggio
2002)
[1] Campbell, Germer.
[2] Kliman, Bellofiore, Ramos.
[3] Moseley.
[4] Freeman e altri.
[5] Foley.
[6] Benetti, Cartelier.
[7] Dibeh.